Come un’epifania. Il tempo a mani nude (in una manciata di ore)

Oltrepassando un anonimo portone, al numero 26 di Via Dante, giusto a fianco dell’ingresso del ben più noto cinema di Dueville, si entra in un luogo che non ti aspetti. Le pareti consunte da anni in cui l’umidità ha trascorso ad abbracciare l’intonaco incontrano gli sguardi degli astanti. Al termine dell’ampio corridoio, sulla destra, si apre una stanza più grande, con un tetto leggermente spiovente, e alcune botole sul soffitto. La luce lì è più attenuata, occhi di bue illuminano a spot solo alcune porzioni delle superfici impolverate.

Dall’oscurità – premessa di un vicino oblio – emergono i residui di una sapienza dimenticata: dai tavoli da lavoro, dalle cassettiere semiaperte, si fanno guardare in bella posa tantissimi strumenti resi monumentali dall’inoperosità vecchia di decenni. Ma, al di là della patina del tempo, sarebbero ancora in grado di svolgere con dignità il loro ruolo. Pinze, tenaglie, morsi, martelli e martelletti, dai manici corti – impugnature bizzarre – necessari per lavorare nel cavo angusto di paioli in rame…

Un laboratorio di lattoneria, quello della Famiglia Cason, preservato intatto con i suoi cimeli, da oltre quarant’anni è fermo e quasi dimenticato.
Per un attimo, però, prima di scomparire definitivamente, torna ad aprire le sue porte ad un paese che quasi totalmente ne ignorava l’esistenza. Nel tentativo di instaurare un insolito – e inaspettato – dialogo con il luogo, le opere di due artisti contemporanei trovano ospitalità tra i banchi da lavoro, tra gli attrezzi appesi a vecchi chiodi, negli scansi tra i muri, o al di là di vetri smerigliati. Aprendo nuove visioni, permettendo nuove prospettive

Denis Volpiana ha fatto del concetto di “frattura” il tema conduttore della sua più recente ricerca artistica. Prevalentemente pittorica, la sua azione fortemente gestuale porta spesso ad esiti dai tratti scultorei, tridimensionali. La tela non basta più, nella sua superficie bidimensionale,
quand’è aggredita – letteralmente – dagli agenti chimici dei composti che Volpiana utilizza nella materia coloristica, mutuati dall’alchimia della lavorazione conciaria, tradizione artigianale dalla quale proviene la formazione dell’artista. Essa si ribella alla sua stessa forma, quasi scuotendosi di dosso la statica armatura/intelaiatura che la costringe alla planarità.
È il colore stesso a rendere queste opere materiche, nell’impasto pittorico che, stratificato, è svelato man mano ad opera dei reagenti chimici o per intervento dell’artista stesso. È opera in continuo divenire, nei mutamenti che la attraversano nello scorrere del tempo, talvolta anche atmosferico (la neve che cade sulla tela e dà vita ad un inedito craquelé). Nel voler abbracciare lo spazio, nel farsi terza dimensione, questi dipinti (ir)rompono parti di sé, in una tensione che si fa costante anelito di libertà.

Christian Manuel Zanon disvela il fulcro della propria opera con la delicatezza di chi sfoglia, un petalo alla volta, un fiore cercandone nel cuore l’essenza, provando a dare concretezza all’idea di profumo (Amateur, 2013)…
È una ricerca inesausta di nuove prospettive su mondi soltanto immaginati. La carta, eterna compagna dell’artista, è il lenzuolo candido sul quale si imprimono, in un ordine che Zanon conosce in profondità, sensualità poetiche: segni e solchi, pieni e vuoti, accenni di luce o memorie di colore. Traslitterazioni di una musica non ancora suonata, ma pensata – in potenza – dal suo autore, nell’intensità dei suoi ritmi, delle sue pause dense, delle sue armonie. Qui non è il gesto ad emergere, bensì il concetto, nella sua più impalpabile forma: quella del desiderio di ricordare, oltre il trascorrere del tempo.

IL TEMPO A MANI NUDE
sabato 12 e domenica 13 ottobre 2019
Progetto a cura di Petra Cason Olivares, con il patrocinio del Comune di Dueville

Uno speciale ringraziamento a Italo.
Photo courtesy Marco Dal Maso (TY visual)

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IL TEMPO A MANI NUDE. Un incontro privilegiato con opere e luogo.

Uno spazio privato apre le porte all’opera di DENIS VOLPIANA e CHRISTIAN MANUEL ZANON.
Progetto a cura di Petra Cason Olivares

Il laboratorio di lattoneria della famiglia Cason a Dueville (Vicenza), luogo di lavoro di mani abili e di sapienza artigiana, caduto in disuso da diversi decenni, è rimasto, nel tempo, quasi immutato.
Spazio di raccordo tra l’esterno – il paese e la sua vita – e la quotidianità della casa, l’ex laboratorio conserva al suo interno parte della struttura originale: i tavoli da lavoro, le cassettiere ricolme degli strumenti d’uso – le tenaglie e i martelli riposano velati di polvere – la bocca di fuoco della fucina ormai spenta, brani di stagno che guardano con invidia la lucentezza dei pochi caldieri in rame rimasti.
Negli anni, lo spazio assume una nuova valenza, diventando la cucina di una famiglia numerosa, privata del suo capostipite, Cesare. Nel 2019 la casa viene definitivamente svuotata dei suoi ultimi inquilini, e posta in vendita. La dinastia troverà il suo epilogo altrove.

Questo evento espositivo vuole essere un omaggio al luogo di un lavoro fatto da mani nude, esperte, sapienti, prima che l’oblio ne offuschi del tutto la memoria, riportando per un istante la luce al suo interno. L’occasione sarà la Giornata dedicata al Contemporaneo, all’arte contemporanea, giunta quest’anno alla sua XV edizione.
Oltre alle opere, che dialogheranno con il luogo e con gli strumenti che raccontano di un passato sospeso, sono due artisti a mettersi in gioco, oltre il tempo, mostrando la preziosità di un lavoro sapiente, compiuto con l’onestà intellettuale del sapere artistico, e le loro, sole, mani nude.

Sabato 12 e domenica 13 ottobre lo spazio privato di Via Dante, dimora della famiglia Cason, aprirà le porte del laboratorio di lattoneria al pubblico, invitando a conoscere un luogo appartenente ad un passato storico nel tempo odierno, pronto ad ospitare le opere degli artisti Denis Volpiana e Christian Manuel Zanon.

Evento organizzato con il patrocinio del Comune di Dueville.

VIA DANTE 26, DUEVILLE (VICENZA)

Orario di apertura
SABATO 12 OTTOBRE dalle 19 alle 23
DOMENICA 13 OTTOBRE dalle 19 alle 21.30

Ingresso libero.

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DENIS VOLPIANA, nasce ad Arzignano nel 1988. Inizia a dipingere fin da bambino e, dopo gli studi di ragioneria, si iscrive alla Nuova Accademia di Belle Arti a Milano (NABA). Nel 2011 si trasferisce a Londra, dove inizia a formare la sua carriera artistica. La relazione con il proprio territorio d’origine è forte: cerca, trovandolo, un personale legame con l’attività di famiglia, portando all’interno delle proprie opere le conoscenze e i materiali propri dell’attività industriale conciaria. La ricerca autoriale di Volpiana prosegue da alcuni anni attorno al tema cardine della “frattura”, in costante tensione verso una ricomposizione che dia la forma dell’unitarietà, mai completamente svelata.

www.denisvolpiana.com

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CHRISTIAN MANUEL ZANON, nasce nel 1985 in provincia di Padova. Gregario pensatore contradditorio, si forma all’Accademia di Belle Arti di Venezia secondo una direttrice estetica. Presso l’Universität der Künste di Berlino approfondisce questioni inerenti la comunicazione visiva e la poesia. Si confronta con la tematica dell’immagine fotografica presso la Fondazione Studio Marangoni di Firenze per concretizzarla presso la facoltà di Arti Visive dell’Università IUAV di Venezia. In seguito approfondisce ulteriormente questioni estetiche presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. In ambito lavorativo matura alcune esperienze inerenti la tutela del patrimonio artistico e culturale. Come autore interroga il frammento, non ancora persuaso che questo possa essere l’indicatore di paesaggi e passaggi ulteriori.

christian.manuel.zanon@gmail.com

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La Giornata del Contemporaneo è il grande evento che, dal 2005, AMACI dedica all’arte contemporanea e al suo pubblico. Il primo o il secondo sabato di ottobre i musei associati ad AMACI, accanto a tutte le istituzioni del nostro Paese che liberamente decidono di aderire all’iniziativa, aprono gratuitamente le loro porte per un’iniziativa ricca di eventi, mostre, conferenze e laboratori. Un programma multiforme che regala l’imperdibile occasione di vivere da vicino la vivacità e la ricchezza dell’arte di oggi.

L’evento merita un’attenzione particolare per l’importante ruolo che negli anni ha dimostrato di svolgere per la promozione della cultura contemporanea.

L’incremento in termini di partecipazione e di presenze della Giornata del Contemporaneo ha infatti evidenziato con chiarezza la sempre maggiore attenzione che il mondo dell’arte contemporanea presta ad AMACI e a un’iniziativa che si è ormai consolidata come un importante appuntamento annuale nel panorama italiano. In questi anni, l’evento ha permesso di disegnare una mappa dell’arte di oggi che ha coinvolto non soltanto le grandi città, ma anche i centri più piccoli, da sempre molto attivi. In questa mappa, i musei, poli culturali per definizione, hanno assunto il ruolo di veri e propri catalizzatori, con la capacità di presentare e valorizzare l’attività degli artisti contemporanei.

La sempre crescente partecipazione di istituzioni museali italiane impegnate nel campo dell’arte contemporanea dimostra, ancora una volta, il valore dell’evento quale grande occasione di scambio, vivace e dinamico, tra l’arte del nostro tempo e il suo pubblico, sempre più numeroso, diversificato e interessato.

https://www.amaci.org/gdc

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5 libri per mordere l’arte contemporanea (senza che il boccone risulti indigesto)

Tra un giro di tango e l’altro, qualche sera fa, un caro amico che so appassionato di moto e di montagna, mi ha confessato con molta sincerità di voler capirne qualcosa di più di arte contemporanea, ma di non sapere da quale parte iniziare. O, ancora meglio, da quale parte iniziare a leggerne.

La domanda mi ha intrigato molto e, lì per lì, avrei voluto mettermi ad elencare una sequela di titoli, che sarebbero stati presto dimenticati dal mio interlocutore. Pertanto ora, lontana dalla milonga, posso dedicare la mia attenzione, interrogando la mia libreria, per fare una delle cose che a Nick Hornby piacerebbe tantissimo: la top five dei libri più accattivanti, per cominciare a masticarne un po’ di arte contemporanea.

Sapendo fin d’ora che questa operazione potrebbe suscitare perplessità e controversie tra i miei “colleghi” esperti in materia, proverò per prima cosa ad elencare i criteri delle mie scelte:

  • saranno libri scritti – o quantomeno tradotti – in italiano. È già complicato capire (di arte) quando te ne parlano nella lingua madre, figuriamoci quando tentiamo l’approccio in una lingua straniera.
  • saranno testi scorrevoli e piacevoli alla lettura, perché usano un linguaggio non banale ma comprensibile: non verrà interrogata la Crusca ad ogni piè sospinto.
  • saranno libri pubblicati di recente, ovvero negli ultimi dieci anni. Tentiamo di tenerci il più possibile sul contemporaneo vero…
  • saranno libri che io stessa ho letto, e che pertanto suggerisco con cognizione di causa, sapendo che certamente non sono gli unici, ma sono quelli che, in tutta onestà, mi sento di consigliare.

Naturalmente sono pronta ad accogliere i suggerimenti di chi vorrà raccontare la propria personale top five (se i criteri di selezione saranno rispettati), e magari scrivere assieme un nuovo elenco per passare allo step two.

Quindi pronti? Via!

1. Si fa con tutto. Il linguaggio dell’arte contemporanea (Laterza 2010)

L’autrice qui è Angela Vettese, storica dell’arte, docente e curatrice, grande studiosa dell’arte contemporanea, scrive da anni per riviste di settore e in testate di rilievo come il Sole 24 ore. È stata assessore alla cultura di Venezia e, per qualche anno, ha guidato la prestigiosa ArteFiera di Bologna.
Vettese, con un taglio giornalistico e un piglio accattivante, affronta il tema del linguaggio dell’arte contemporanea quale specchio dei nostri tempi, definendo i cambiamenti sociali e culturali che hanno fatto sì che l’arte dei nostri giorni (a partire dalle opere ready-made di Duchamp di primo Novecento) non abbia effettivamente nulla a che spartire con l’arte del passato. In un campo, quello del contemporaneo, dove entra con forza anche la tecnologia, quel “si fa con tutto” porta a riflettere sulla differenza tra ciò che effettivamente è arte da ciò che non lo è, e Vettese lancia una cima alla nostra navigazione in acque piuttosto burrascose…

2. Lo potevo fare anch’io (Mondadori, 2009)

Se Vettese ci metteva di fronte alla ormai sdoganata abitudine di comporre le opere d’arte contemporanea con qualsiasi oggetto o materiale rubato alla quotidianità, Francesco Bonami (artista e poi critico d’arte e curatore di musei esteri e fondazioni), con un linguaggio ironico e spietato – un tratto caratteristico della sua scrittura – mette alla gogna sedicenti artisti creando uno spartiacque tra i “buoni” (gli artisti “veri”) e i “cattivi” (gli imbroglioni, i furbetti, quelli che seguono mode e mercato, riuscendoci perfettamente). Non risparmia nemmeno gli artisti italiani, i grandi nomi dei primi del Novecento, senza però trascurare le produzioni in serie messe in atto dalle “star” internazionali. Il tutto con lo scopo di indurre il lettore a comprendere che l’arte contemporanea “non è un grande imbroglio”, come in molti credono, ma è davvero arte! Riuscirà il nostro nel suo temerario intento?
Post scriptum: pare che l’edizione economica Oscar Mondadori non contenga alcuna illustrazione, rendendo così complicata la comprensione di certe stilettate ad opere o artisti. Consiglio la lettura del libro con un tablet a fianco. Poco pratica, ma decisamente utile.

3. L’arte contemporanea spiegata tuo marito (Laterza, 2011)

In questo volume lo scrittore triestino Mauro Covacich usa l’escamotage di rivolgersi alle signore-bene dell’alta società, svogliate dal dolce far niente del quotidiano, per parlare, in verità, ad un pubblico molto più ampio. In trenta capitoli, questo simpatico manualetto d’istruzioni cerca di far capire al lettore i significati reconditi che stanno dietro a movimenti o correnti, raccontando altrettante opere totemiche dell’arte contemporanea.
Covacich non è né un critico né un artista, ma un romanziere, che talvolta presta la penna per saggi dalle tematiche complesse. Forse è questo il punto di forza di questo libro, la narratività, che rende la lettura particolarmente allegra e stimolante. Per essere pronti anche al vernissage più arduo.

4. Il giro del mondo dell’arte in sette giorni (Feltrinelli, 2009)

La saggista e sociologa della cultura Sarah Thornton, in questo libro veste i panni dell’appassionante Phileas Fogg concedendo al lettore una versione più femminile e contemporanea del giro del mondo…non in ottanta giorni, ma in sette tappe fondanti. Una settimana per addentrarsi assieme alla scrittrice nell’intricato mondo dell’arte contemporanea: ogni tappa una città, e ogni città una scoperta. Questo libro ci permette di capire meglio i ruoli dei protagonisti indiscussi di questo mondo, e i luoghi all’interno dei quali questi si muovono: artisti, galleristi, mercanti d’arte, curatori, critici, collezionisti ed esperti di case d’asta, che gravitano tra accademie, studi d’artista, fiere, gallerie e aste…Attenzione a non perdere la bussola!

5. Ars Attack. Il bluff del contemporaneo (Johan & Levi, 2013)

Tutto bello, già, non è. Tutto chiaro, nemmeno per niente! Per cui…qual è il dilemma che più ci attanaglia di fronte ad un’opera di arte contemporanea – soprattutto se veniamo a scoprire a quale cifra vertiginosa è stata battuta all’ultima asta? Che non sia tutto un bluff?
Angelo Crespi, giornalista che da almeno un ventennio scrive di cultura su importanti testate nazionali, prova a mettere in luce il tema dibattuto e controverso che vuole siano le lobby economiche ad imporre al pubblico (e soprattutto al mercato) scelte estetiche e qualitative discutibili. L’ago della bilancia pertanto verrebbe spostato a piacimento di questi potenti burattinai, e il pubblico – pur non capendone un accidente – “plaude entusiasta” al valore di questa “cosa” che arriva ad autodefinirsi arte…
Lettura per stomaci forti.

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Sardegna la Ruvida (prima parte)

Estate 2019. Quando ci si mette in testa, già l’anno prima, di dedicare a se stessi – per una volta – un periodo piuttosto lungo di ferie, beh, è bene farlo. Non c’è mai un vero motivo per andare via da casa o meglio ce ne sono spesso troppi da elencare, ma credo che il mio, stavolta, fosse una silenziosa richiesta di risposte. Le domande, anch’esse, erano nebulose. Ma ero certa che staccare la spina, allontanarsi da casa, attraversare luoghi mai visti, conoscere persone nuove, trovarmi magari anche in situazioni scomode, mi avrebbe senza dubbio portato ad attivare la mente fuori dal loop nel quale sono solita impantanarmi. Così la cosa migliore da fare è acquistare un biglietto aereo, preparare un bagaglio consono alla meta, e fissare un itinerario di massima. E poi lasciar fare un po’ al caso. Le domande prima, e le risposte poi, sarebbero arrivate.

Dunque via, il 9 luglio mi imbarco dall’aeroporto di Venezia, destinazione Alghero. Naturalmente il volo è in ritardo, ma in quel frangente l’ho trovato una benedizione: quanto spesso, nella “everyday life”, ci capita di avere del tempo “vuoto”? Quello dell’attesa – di un volo – è un ottimo contenitore che, se non ci fa sprofondare nell’ansia o nell’apatia, consente di dedicare del tempo prezioso a ciò che avevamo lasciato indietro. Leggere, per me, o scrivere, ancor di più: un’esigenza latente, che pulsava in maniera insistente, e ha trovato, nell’andirivieni degli aerei che non erano i miei, ma che vedevo alternarsi a tempo di valzer, il giusto ritmo per fare ciò che più desideravo.

L’accoglienza che l’isola “maledetta”, come la chiamavo fino a pochi mesi fa, mi riservava, in quel martedì pomeriggio, non è stata delle migliori. All’atterraggio, una nebbia appiccicosa e umida ingrigiva il panorama che scorreva fuori dal finestrino del bus che mi portava fino al centro città dall’aeroporto, peggiorando – se possibile – le già scoraggianti architetture che il mio sguardo incrociava. Devo dire la verità, cominciava a salirmi un senso di malessere, unito al fatto di aver deciso quasi di punto in bianco di partire da sola, per un viaggio poco nitido quasi quanto l’aria pesante che giungeva dal mare. I pochi passi che a tarda sera ho fatto per raggiungere il centro città dalla stanza in affitto in un vicolo semideserto non mi stavano aiutando a sollevare il morale. Scappare dall’aria fetida della pianura padana e ritrovarsi in un’afa ancora peggiore, beh, davvero non me lo aspettavo…

“Domani è un altro giorno” penso, infilandomi sotto le lenzuola, Rossella O’Hara isolana che non sono altro. La mia inclinazione al tragico a volte è quasi comica! Ma stavolta è stato esattamente così. Non mi sono svegliata tra patetici Nordisti (americani), ma nel Sud che la mia immaginazione attendeva. Eccolo dov’era, il cielo blu, spazzato dalle nuvole da un vento con carattere, che arrivava dal mare con la stessa precisione di sempre, mi dicono poi gli isolani, e ripulisce l’aria e le menti. Mi addentro quasi in preda all’entusiasmo nelle viuzze impervie del centro di Alghero, soffermandomi ogni tanto a parlare con qualche vecchio venditore di corallo. “Oggi tutto al 50% di sconto”, mi chiosa un nonnetto baldanzoso. Mi mostra i presepi scolpiti con dovizia di particolari in rami di corallo spessi quanto un arto umano. “Non se ne trovano più, ormai, di coralli così, signorina. Ormai non restano che rametti di poco conto, per farci bracciali e ninnoli da vendere ai turisti. Ma questa bottega è una delle più antiche della Riviera del Corallo”.
Mi documento: la Riviera del Corallo è quel tratto magnifico di litorale che unisce Alghero a Bosa Marina, la seconda meta del mio viaggio. Ma sto correndo troppo! Il mio è un viaggio lento, quasi quanto i mezzi di trasporto che male congiungono il nord e il sud della Sardegna, e con i quali ho litigato per l’intera durata del mio tour.

Nelle poche ore che trascorro ad Alghero capisco che la città è un gioiello. I bastioni, le duecentesche mura difensive che costruirono i Doria e i catalani rinforzarono durante il regno catalano-aragonese, fresche di restauro, sono uno splendore. Ammantano il cuore dell’abitato come un velario. Pare strano che anch’esse non vengano mosse, sferzate dalle folate di maestrale che si insinua fin dentro le case, spalancando imposte e depositando sulla battigia grandi quantità della pianta acquatica (non una vera e propria alga, quindi), la posidonia oceanica, che – pare – abbia dato il nome alla città stessa. Alghero viene da alga. Quasi una contraddizione in termini!

In tarda mattinata ho un appuntamento ad un delizioso caffè in via Gilbert Ferret. Mi aspetta Susanna, una vicentina che, per amore, ha lasciato la nostra comune città per trasferirsi ad Alghero. Mi racconta del suo Luca, che insegue il vento di baia in baia per surfare: una ragione di vita. E mi parla di come è stato lasciare la città che si porta nel cuore, alla ricerca di un nuovo lavoro, mentre scopre un nuovo modo di vivere, quello sardo, così lontano da noi, della padania impazzita dalla frenesia del produrre sempre, ad ogni costo.

Se c’è una cosa che ho respirato chiaramente, quanto la brezza marina, in Sardegna, è la diversità di uno stile di vita che davvero poco ha a che vedere con il Nord esasperato della Penisola. Io leggo certe inclinazioni come contraddizioni: un territorio come quello sardo che ha moltissimo da offrire, ma che viene palesato, mostrato, comunicato, sfruttato anche, molto al di sotto di quelle che sono le sue reali potenzialità. Da chi lì ci vive, da chi nell’isola è nato, fare diversamente parrebbe fare violenza, a se stessi, ad un modo di vivere che ha ritmi blandi e pacati, un linguaggio silenzioso, o sbraitato a male parole. Che non solo è isolano, ma è fortemente e veracemente sardo.
La solarità di Susanna, accentuata dal caldo sole di luglio, mi rassicura, e io voglio crederle. La Sardegna, il popolo sardo, non è facile. Ma sotto quella scorza ruvida, fatta breccia in quel reticente distacco, si trova una devozione e una dolcezza che lasciano, in certe occasioni, senza fiato.
Ne ho avuto presto esperienza, di ciò, nel mio secondo approdo: Tresnuraghes.

Il paesaggio incantevole della Riviera del Corallo comincia finalmente a mostrarmi il volto forse più amato della Sardegna, quello costiero, fatto di piccole baie dalle acque limpidissime, circondate da una vegetazione bassa e fitta che si dipana attraverso un terreno roccioso. La strada che percorro in bus è piena di curve a strapiombo sul mare. Il fascino è spesso oscurato da un sentimento misto a paura. L’autista sembra esperto, ma non passa molto che incrociamo un incidente. A lato della carreggiata due automobili si erano schiantate contro la parete di roccia che costeggia quel tratto di strada. Difficile transitare nel poco spazio sgombro rimasto…Ma ce la caviamo, e senza altri imprevisti arrivo a Bosa, dove mi attende Valentina.

A Tresnuraghes, che è un paesino arroccato in collina a una manciata di km dal mare, ho programmato di trascorrere un breve periodo come “Workawayer”, un modo insolito per soggiornare lontano dalla propria casa, ed entrare in contatto con persone, famiglie, comunità in tutto il mondo. Gli Host offrono ai Workawayers vitto e alloggio in cambio di qualche ora di lavoro al giorno. Un giro nella dettagliatissima piattaforma on line e si scoprono le opportunità più disparate: dalla raccolta di olive in Grecia alla gestione di mandrie di bisonti in Canada, dalla cottura delle conserve nel sud della Francia alla cura dei giardini nelle campagne inglesi, e così via. Qualcosa a metà tra un Airbnb e un’esperienza di volontariato. Ma, se possibile, ancora più intima.

Valentina, dunque, è la mia host. Mi abbraccia come se non mi rivedesse da tempo, ma è il nostro primo incontro. La sua allegria mi travolge: alterna i racconti della casa che mi accoglierà per la prossima settimana ai suoi imminenti programmi. A breve partirà per l’India, dove ha in cantiere progetti che mi affascinano, come quello di aprire un tour operator che si dedichi ad organizzare viaggi tra i templi e i santuari della parte più spirituale di quella lontana terra. A settembre, la casa nella quale mi sto recando accoglierà un gruppo di adepti per sette giorni compiranno un ritiro spirituale con un “taita” sudamericano (parola a me sconosciuta fino a quel momento, ma che dovrebbe significare qualcosa di simile a “padre spirituale, guida”). Ad ogni modo, lei a Tresnuraghes, con me, non ci sarà. E non ci sarà nemmeno sua madre Giuseppina, con la quale mi ero scritta prima di partire, perlomeno fino alla fine della settimana. Poco male, ma con chi starò? Nella bellissima e particolare casa/labirinto con due enormi terrazze che affacciavano sul mare, alla fine, ho trascorso la settimana con Lalla e Luciano, una splendida coppia di anziani e distinti signori, zii di Valentina, che mi hanno accolto letteralmente come una di famiglia. Del “digital device” della Sardegna, che mi impediva di usare internet come avrei voluto, c’è da ringraziare proprio questo impedimento, che costringe a liberarsi per un po’ di tablet, cellulari e computer, per fare altro. Parlare, per esempio. O ascoltare.
I racconti di Lalla, in primis, che con parole piene di nostalgia narrava di quando, da giovani, lei, la sorella e le cugine, trascorrevano in quelle stanze le vacanze estive. Il giardino ormai incolto, che con difficoltà ho provato in parte a domare nelle mie ore di “laboro”, era in passato rigoglioso e pieno dei profumi del Mediterraneo. L’albero di fico inebriava i sensi con i suoi frutti dolcissimi, le canne al vento dei racconti di Grazia Deledda svelavano le vene d’acqua sotterranee che attraversavano la tenuta, e ogni albero e fiore beneficiava del nutrimento sommerso. Lalla ci è nata in quella casa, durante la Seconda Guerra Mondiale, quando la famiglia si era trasferita da Cagliari più a nord, fuori dalle tratte segnate dai combattimenti, e lì ci riporta il cuore e le membra ogni anno.

Per me avevo a disposizione una piccola camera al primo piano della casa, con un bagno privato, come ogni stanza da letto aveva: nella ristrutturazione (mai finita, in realtà) degli anni Ottanta, era previsto che la casa potesse ospitare, per l’estate, le tante famiglie dei parenti di Lalla. Ma poi, si sa, la vita fa ciò che vuole, e cambia i piani. E forse è anche per questo che Valentina e i suoi hanno deciso di ospitare amici vecchi e nuovi, tra quelle mura. Perché, come scriveva Richard Bach “i membri di una ‘famiglia’ non crescono quasi mai sotto lo stesso tetto”.

Per una settimana circa la mia quotidianità fu più o meno questa: la mattina sveglia presto, scendevo in cucina, mi preparavo te e fette biscottate, salutavo chi già era sveglio, e poi mi trasferivo in terrazza per fare colazione fronte mare. Il Maestrale, in quei giorni, si faceva sentire. Era una presenza costante, che a volte semplicemente rinfrescava il corpo e la mente mentre trascorrevo le mie ore mattutine a pulire tavoli e sedie, togliere il muschio dalla scalinata esterna, ramazzare lo spiazzo antistante il giardino o zappare le aiuole. Altre volte, però, soffiava deciso, come volesse liberare qualcosa che era chiuso all’interno. E allora strappava il telone appena posizionato in cima al gazebo, faceva volare le tende di vimini che ombreggiavano le vetrate della sala da pranzo, sparpagliava i mucchi di sterpaglia accatastati a fianco dei muretti in pietra. Non si doveva che attendere. Magari trascorrendo il tempo alla finestra, a guardare il mare increspato di onde, oppure restando in camera a leggere un libro, o a scrivere, come più volte ho fatto in quei giorni.

A vivacizzare le giornate ci pensavano i nipoti di Lalla: il figlio Pierguido era da poco arrivato in Sardegna dalla Svezia, dove vive assieme ai suoi tre figli maschi di sedici, dieci e sei anni, divoratori seriali di pizza e videogiochi. Tra loro parlavano sottovoce una lingua che per la maggior parte del tempo non capivo perché, anche quando usavano l’italiano, facevano probabilmente di tutto per non farsi capire. C’era qualcosa di buffo e allo stesso tempo molto invidiabile nel loro fare squadra compatta, questi tre piccoli uomini a volte sembravano parte di un’unica entità più grande, in bilico tra il gioco infantile e la piena preadolescenza.
In uno dei pomeriggi in cui ho raggiunto Bosa Marina per approfittarne di un bagno in mare, sono stata al seguito di questa famiglia completamente al maschile (la madre era rimasta in Svezia), e tra una pagina e l’altra del libro che mi stava assorbendo, non potevo di tanto in tanto non alzare lo sguardo e ridere del loro andirivieni allegro che li impegnava in acqua in una continua ricorsa. 

Anche Lalla e Luciano abitano in Svezia. Ho scoperto dai loro racconti che alcuni anni fa hanno deciso di lasciare l’Italia per andare a vivere vicino al figlio, dove poter veder crescere i nipoti. Non deve essere stata una scelta facile: trasferirsi in un paese straniero, lontano dalla propria terra d’origine (la Sardegna l’avevano già lasciata da diversi decenni, per vivere in Romagna, da dove è originario il marito di Lalla), senza conoscere lo svedese né tantomeno l’inglese… ma si dicono felici, di vivere in paese civile e ospitale, verde e attento ai bisogni dei suoi cittadini. Come biasimarli, d’altronde? Di questi tempi bui, chi non se ne andrebbe dall’Italia?!
Eccola, una delle domande, apparire in tutta la sua lucidità: me ne andrei dall’Italia? Me ne andrei da Vicenza? Forse sì. Non per sempre, ma almeno per un periodo sufficientemente lungo per comprendere un altro stile di vita, per depurarmi dall’odio e le bassezze che stanno insozzando il nostro “bel paese”. Per levarmi dalla testa che se le cose non vanno qui, dove sono cresciuta e dove vivo, non possono funzionare altrove. Invece credo sia proprio questa, una delle risposte: si deve andare dove si sente che si può stare bene, sia in capo al mondo, non importa. Ma qualcosa deve pur cambiare. Quanto è difficile uscire dalla comfort zone? Tanto, troppo. Però è solo dandosi un calcio nel fondoschiena, da soli, con la difficoltà del gesto, che si trovano altri mondi, altre vie, altri mezzi per procedere.
Forse non si troverà subito la fermata giusta (com’è stato per tutto il mio soggiorno sardo, dove gli stop dei bus non erano affatto segnalati e cercavo lungo le vie il punto esatto dove attenderne il passaggio brandendo il telefono con googlemaps come un rabdomante va in cerca dell’acqua), però bisognerebbe almeno tentare. Rompere gli schemi un pezzo alla volta, magari sbagliare corsa, o fare l’autostop. Tornare indietro e cercare meglio, ma il tutto va fatto per poter andare avanti.
Non posso che provarci! Ma intanto, in questo racconto, mi fermo qui. Prossima fermata: Cagliari. La storia continua…
(fine prima parte)

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