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Un gelato in quota. La lama di Procopio

Nella penombra del tinello, sulla credenza dove stavano impilati i piatti per la festa, quelli con i bordi dorati, e i calici in cristallo di rocca, si intravedevano appena le fotografie, posate sul ripiano di vetro con quella inclinazione che solo le fotografie di casa, in bianco e nero, sanno mantenere negli anni. Perennemente in bilico tra il passato e l’oblio. In una di quelle erano ritratti “gli avi”. Guardavano appena in camera, gli occhi a fessura, stavano ritti in piedi sotto la tettoia di tela tesa sopra il carretto dei gelati.

La Lama di Procopio, installation view.  Foto di Nicola Noro

Longarone, terra del gelato. Se qualcuno sospetta che quel luogo, dopo essere stato sbriciolato dalla furia dell’aria e dell’acqua nella tragedia del Vajont, abbia in qualche modo perso le sue origini dovrà ricredersi. Le tradizioni sono in grado di farsi beffe anche delle tragedie, e i rituali sono stati inventati per prendere a calci la morte.
Giunta a Casso per l’inaugurazione dell’ultima mostra curata da Dolomiti Contemporanee, ho trovato ad accogliere il pubblico un inatteso “maestro di cerimonie”: sguardo attento al cono di cialda croccante, lama scintillante alla mano, Giorgio Fasol distribuiva gelato agli astanti, in fila ordinata di fronte al carretto dei gelati in stile novecentesco.

Giorgio Fasol e Giovanna Repetto distribuiscono gelati al pubblico.               Foto Nicola Noro

In un paese di diciassette anime, abbarbicato in faccia al fragile Monte Toc, trovo ancora una volta un’azione che sfiora il verosimile: un collezionista d’arte, da oltre trent’anni appassionato sostenitore di giovani talenti, improvvisatosi gelataio per dare nuova linfa all’arte contemporanea, che rifocilla un centinaio di visitatori giunti fin oltre la diga per assistere ad un evento che ciclicamente si rinnova. Se di fronte ad un gelato (tra collezionisti e curatori) è nata l’idea di una mostra, è buona prassi omaggiare l’input in sede di inaugurazione!

Dolomiti Contemporanee, con  “La lama di Procopio”, ribadisce quello che, fin dal 2011, è il concept essenziale del proprio “dispositivo contemporaneo”, atto a scuotere animi sedentari. La vecchia scuola elementare di Casso, in parte colpita dalla frana del ‘63, è dal 2013 il quartier generale di DC, e dal momento in cui si è insediato nella valle del Vajont ha portato avanti, ininterrottamente, un dibattito sempre attivo tra il paesaggio e chi lo abita grazie all’azione dinamica che l’arte contemporanea è in grado di istituire. Negli anni le residenze artistiche hanno portato decine e decine di giovani artisti internazionali a confrontarsi con un luogo dal vissuto storico pesante, trovando sempre, tuttavia, il modo di discostarsi dal “basso continuo” che suona note di morte, riconnettendosi con gli abitanti che, con la loro presenza, contrastano il trend dell’abbandono della vallata.

La Lama di Procopio, installation view. Foto di Nicola Noro

Sono di ventidue artisti, provenienti da tutta Europa, le altrettante opere che compongono “La lama di Procopio”, tutte facenti parte della Collezione AGI Verona dei coniugi Anna e Giorgio Fasol. La mostra, curata a doppio filo da Gianluca D’Incà Levis, anima del progetto DC, e da Giovanna Repetto, sceglie ancora una volta di mettere in dialogo le opere, il contenitore (il Nuovo Spazio di Casso), e il contesto paesaggistico che lo ingloba (la frana imponente nel canalone del Vajont, a pochi passi dalla diga, e il Monte Toc) attraverso scelte espositive che, naturalmente, consentano una visione d’insieme di questi tre fattori.

Ode de Kort, Untitled#1, 2014, metallo, pietra, stampa su carta opaca, 74 x 260 x 25 cm. Foto di Nicola Noro

Da qui la scelta di esporre opere dalla forte impronta installativa, ricche di materiali che, per assonanza o contrasto dialogano con le rocce dolomitiche, con le essenze che compongono la fitta vegetazione, con i toni digradanti delle terre che compongono la valle del Vajont.
È il caso delle opere di Ode de Kort, Maria Laet, Eugenia Vanni, Etienne Chambaud, nelle quali – seppure con esiti molto diversi tra loro – la componente materica è in diretta relazione con il granitico paesaggio appena fuori dalle finestre che le incorniciano.

Eugenia Vanni, Cinque Giornate, 2015, affresco bianco a forma di piedistallo, 110,5 x 23,5 x 23,5 cm. Foto di Nicola Noro

Riflessioni articolate su una pittura fortemente sperimentale le ritroviamo nei lavori di Davide Mancini Zanchi (la tela quale vela di una zattera alla deriva) di Stuart Arends (l’armonia ricercata nel riassunto dei colori del paesaggio), di Corinna Gosmaro (il colore che affiora e si dipana tra le maglie fitte del supporto sintetico), di Renato Leotta (la texture di cristalli di sale su tessuti intrisi d’acqua di mare a comporre paesaggi essenziali).
Molta parte della mostra è dedicata a interventi in cui la parola (scritta, declamata, incollata) diventa il tramite per la visione di un paesaggio: è il caso delle opere di Christian Manuel Zanon, Marcelline Delbecq o Gundam Air.
Le tre installazioni video riflettono parimenti sul concetto di tempo quale fattore atto a modificare irreversibilmente il territorio. La scelta oculata delle opere sottrae attenzione da quell’unico “fuori” (la tragedia collegata alla diga) che il Vajont tramanda da oltre mezzo secolo, consentendo una rilettura che permette al “nuovo” di trovare terreno fertile su cui attecchire.

  • La Lama di Procopio, installation view. Foto di Nicola Noro
  • Marcelline Delbecq, Swirl, 2008, panchina, scritte murali, traccia audio 3’51’’. Foto di Nicola Noro
  • Stuart Arends, S.M. #20, 1995, marker and pencil on steel, 6,4 x 6,4 x 6 cm. Foto di Nicola Noro
  • Corinna Gosmaro, Untitled, 2015, spray su filtro di poliestere, 200 x 155 x 15 cm. Foto di Nicola Noro
  • Maria Laet, Serie Leitos Graficos, 2014, monoprint su carta giapponese, 550 x 100 cm. Foto di Nicola Noro

A cura di Gianluca D’Incà Levis e Giovanna Repetto

La lama di Procopio
5 agosto – 1 ottobre 2017
Nuovo Spazio di Casso, via Sant’Antoni 1, Casso (PN)

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