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FuoriCentro. Iconografia della periferia urbana

Quando si dice che “la periferia sta nella testa” credo si intenda questo: è un modo di approcciare alla vita. Quando il de-centramento diventa un rafforzativo dello sguardo. Non necessariamente solo “ciò che è al centro”, ciò che è indiscutibilmente nell’occhio del ciclone, è buono, interessante, o degno di attenzione.

La prima periferia ha caratteristiche uniche, che forse accomuna queste aree dell’ “appena fuori” almeno in gran parte delle città d’Italia.
Nel Nord-est produttivo, dagli anni Settanta in poi, sfilano quasi senza soluzione di continuità capanni e capannoni, con annesse villette monofamiliari per piccoli imprenditori, dove il richiamo alla natura è dato non più che da una porzione di terra non più grande di un fazzoletto da naso, e l’unico albero sembra imprigionato tra grate di ferro anti-intrusione (o evasione). La periferia (urbana) ci rivela spesso la parte più vera di una città. Contiene quello che il centro, il “salotto buono”, spesso non ha voluto tra i piedi. Rappresenta ciò che viene relegato in secondo piano in un quadro ben fatto, o è il meccanismo celato di un orologio. Dove il centro storico abbraccia l’area industriale, quella è una delle zone di maggior apporto economico della città, ma spesso è un paradosso dal punto di vista paesaggistico e architettonico

CCF e Unione Collector, due realtà culturali che agiscono a Vicenza con un approccio critico e disincantato, mettono per un attimo in stand-by l’elogio a Palladio e al Palladianesimo della cittadina veneta, per rivolgere lo sguardo alla compagine – sociale, urbana – spinta fuori senza troppe remore dalla vetrina edulcorata del cuore in pietra bianca. Tutto ciò che serve ma che non vogliamo vedere.
Già materiale di indagine da parte di fotografi e critici che hanno saputo in qualche modo rileggere la bruttura di scorci di zone industriali riconoscendovi una certa “estetica dell’assurdo” – raccolto in quel geniale progetto che è l’Atlante dei Classici Padani – Fuoricentro
 ri-porta l’attenzione sulla “prima periferia” di Vicenza.
Con un accenno di voyeurismo, e un certo gusto per l’inusuale, gli occhi di quattro fotografi di fama internazionale, hanno dato vita ad un nuovo bagaglio iconografico di una zona (Vicenza Ovest) che, per ovvi motivi, non era ancora stata esplorata secondo delle finalità quantomeno documentaristiche. 

In un mese di residenza artistica, Lavinia ParlamentiRocco Rorandelli e Andrea & Magda, si sono addentrati, macchina fotografica alla mano, alla scoperta di ciò che è letteralmente fuori-centro:
 fuori dai circuiti palladiani, lontano dalle contrà del centro storico, lontano anche dalle ville poste tra la campagna e gli illeciti architettonici consentiti per legge. Cosa ne è uscito?

Scendendo due rampe di scale di Palazzo Chiericati, si finisce in un piccolo scrigno ben ristrutturato. Un discreto meandro di sale in mattoni voltate a botte, da qualche anno uno dei pochissimi (e agognati) spazi espositivi della città.
Fuoricentro ha investito questo spazio del compito di portare lo sguardo dei propri cittadini fuori dalle mura a confetto concetto di questa città bomboniera, costringendoli a farsi stupire da ciò che, appena sotto i loro occhi, non è praticamente mai stati veramente guardato.

La mostra curata da Pietro Vertamy apre con una gigantografia di un David michelangiolesco in poliuretano espanso (?) che accoglie in tutta la sua possanza i frequentatori di una delle più note discoteche del luogo. L’apoteosi del kitsch dimostra quanto, in queste aree “arricchite”, non si sia stati in grado di mettere da parte l’enunciato classico a discapito di una sincera presa di posizione.

La prima sezione espositiva è dedicata a Lavinia Parlamenti. La fotografa romana di vocazione street photographer, nel mese di residenza, ha inanellato una serie di ritratti anonimi di quella variegata umanità che partecipa alla vita quotidiana atipica di lap dance di impronta balcanica, discoteche obsolete, parcheggi semi abbandonati e luoghi-non-luoghi quali i foyer dei padiglioni fieristici.
La sua verve da Street Photographer le ha permesso di cogliere le “perle date ai porci” di un parterre di individui troppo spesso trattati alla stregua di prodotti di consumo. Ne è uscito un catalogo vivace, con una costante punta agrodolce, inconsapevolmente – per noi che guardiamo – sottolineata dall’attenta scelta cromatica, che accosta presenze umane a scorci surreali, e riesce a porre sullo stesso piano visivo la fisiognomica di una lap-dancer e una ringhiera sfondata avvinghiata ad una siepe.

Lavinia Parlamenti – Boys


Gli scatti di Rocco Rorandelli (noto soprattutto per lo splendido lavoro portato avanti con Terraproject) ci guardano dal basso in alto, spuntando in una selva di lightbox che emergono dalla penombra della sala.
Ispirato dalle teorie di Clement – che analizza l’importanza dei luoghi di risulta, quegli spazi verdi non previsti, che nulla hanno a che fare con la natura, ma che di essa conservano la capacità di riappropriazione di terreno, appena questo sfugge al controllo umano –  Rorandelli crea una spettacolare mappa di porzioni urbane, concedendoci una visione totalmente inconsueta di una città dall’alto. Non è la visione aerea a random di Google Earth, ma un dettagliato studio di pattern di impronta morrisiana, consentito da un drone guidato magistralmente, in una teoria di colmi di tetti, parcheggi a spina di pesce, orti urbani come un tetris…

La qualità altissima della stampa fotografica consente la lettura di particolari che, altrimenti, potrebbero passare inosservati. E invece è proprio la visione “rovesciata” (essendo le immagini parallele al piano di calpestio) che ci fa immedesimare nel sofisticato drone che il fotografo usa per questi “cut”, a permetterci una lettura privilegiata dell’urbe.

Rocco Rorandelli – Acciaieria Valbruna

L’ultima parte espositiva è dedicata alla ricerca di Andrea & Magda. Me li immagino vagare per la zona industriale della città su una bici elettrica con sottobraccio una scala, alla ricerca del punto di vista ideale sulle architetture industriali. E’ uno sguardo attento e tutt’altro che banale quello che ha consentito loro di interpretare paesaggi fortemente antropizzati ma dove la presenza umana è relegata al dettaglio. Appena poco più in alto del livello della strada, Andrea e Magda hanno “ritagliato” scorci di edifici che, stagliandosi contro il poco di “naturale” che è consentito dall’ambientazione, trasmettono in tutta la loro staticità l’essenza del “fuori-centro”. Il colore, anche qui, la fa da padrone. I monocromi “mat” delle facciate anonime delle fabbriche assumono un significato nuovo, contro il cielo azzurro che sembra scappato da un quadro di Canaletto…

Nel profondo Veneto
Dove il cielo è limpido
Dove il sole come te è sempre pallido.

Andrea & Magda – Dainese

 

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Un incendio ben architettato. Fuocoapaesaggio al Forte di Monte Ricco

A partire dallo scorso maggio, il progetto di arte contemporanea in costante dialogo con il paesaggio Dolomiti Contemporanee ha accettato una nuova sfida: riattivare un luogo pregno di storia e di notevole suggestione, il Forte di Monte Ricco.

Dopo un lungo e complesso restauro sostenuto dal Comune di Pieve di Cadore e Fondazione Cariverona, il monumentale complesso bellico di fine ‘800 è stato affidato a due importanti enti locali, la Fondazione Centro Studi Tiziano e la Fondazione Museo dell’Occhiale Onlus, i quali hanno invitato Dolomiti Contemporanee a curare l’azione di riapertura.
La riattivazione di luoghi sospesi, abbandonati o dormienti, inglobati nel patrimonio Unesco delle Dolomiti, è da sempre la missione di DC, la quale ha affrontato la sfida ideando un considerevole progetto espositivo. Le opere d’arte scelte hanno preso possesso delle stanze di pietra che si aprono lungo i bracci speculari del Forte, consentendo una perfetta leggibilità delle vicende susseguitesi al suo interno in oltre un secolo, di cui le scritte sui muri sono incredibile testimonianza.
Parte del progetto sono 21 artisti, alcuni dei quali hanno lavorato all’interno della struttura del Forte, permeandone l’influenza, e riportando le proprie suggestioni direttamente nell’opera d’arte.

David Casini, Ritratto di Filippo II in armatura, 2017, ottone, plexiglas, stampa UV, carta velluto, legno,190x90x15 cm. Foto di Giacomo De Donà

“Fuocoapaesaggio” vuole ribadire l’importanza di tornare a puntare l’attenzione sul paesaggio, focus dell’indagine, ma anche sulla necessità di incendiare – le coscienze – e bruciare ciò che è ormai ammuffito e non è più in grado di produrre alcun tipo di riflessione.
In questa mostra, invece, sono molte le occasioni per innescare un cambiamento in procedimenti stantii, dialogando con il territorio. Le pietre leggerissime di Stefano Cagol, in vetroresina, o i boschi in camouflage di Davide Mancini Zanchi portano l’attenzione al contrasto tra naturale e artificiale, ribadendo la differenza dell’intervento dell’uomo, dov’è di invasione e dove di inclusione.

Davide Mancini Zanchi, Quarto, La Sila, Cansiglio, 2017, olio e acrilico su tessuto mimetico, 200×125 cm. Foto Giacomo De Donà

Numerose sono le installazioni (di Sebastiano Sofia, Simon Laureyns, Davide Dicorato, ad esempio) che inglobano al proprio interno “objet trouvé”, molti dei quali rinvenuti all’interno o in prossimità di Monte Ricco, o nel Forte gemino (Batteria Castello), entrando in collisione con i luoghi che compongono un “altrove” talvolta solo pensato.

Sebastiano Sofia, Tu, l’istante in cui il mare diventa deserto e viceversa, 2017, sabbia, legno, ferro, gomma, poliuretano, pigmento, vernice, dimensioni ambientali. Foto di Giacomo De Donà

Giulia Fumagalli e Irene Coppola portano all’interno dello spazio del Forte un “esterno” percepito attraverso la visione, sia essa la gradazione cromatica delle rocce dolomitiche lette all’alba e all’imbrunire, o il verde raddensato e capovolto del paesaggio silvestre scorto da una finestra schermata.

Irene Coppola, Magenta, 2017, dispositivo scultoreo ottico, filtro monocromatico. Foto di Giacomo De Donà

Sandra Hauser, nella “Santa Barbara” del Forte (ciò che rimane del deposito di munizioni interrato) porta al suo interno la presenza ideale del fuoco, con un video realizzato a testimonianza della combustione di un tronco d’albero che per un paio d’anni ha fatto parte del processo creativo dell’artista.

Sandra Hauser, The Patient – Investigation for a new Identity. Phase III (After the Cut), 2017, video full HD. Foto di Giacomo De Donà

Di grande impatto il lavoro puntuale di Mattia Bosco, che intervenendo solo parzialmente su pietra e legno con un’azione levigante, altera la percezione tattile e visiva della materia.

Notevole l’intervento di Alessandro Sambini. Ancor più del Capriccio (composto da una serie di “ritratti” del Forte commissionati a pittori locali, realizzati il giorno dell’inaugurazione, souvenir di un moderno Grand Tour), è la scelta di porre nel prato antistante il forte una “rovina contemporanea”, un modulo di sabbia dolomitica stampata con innovative tecnologie 3D, dall’aspetto di rudere ma in realtà commissionato dal Ministero della Difesa e atto a produrre muraglie a protezione di luoghi patrimonio dell’umanità.

Alessandro Sambini, Grand Tour, 2017, performance e display, pittori della provincia di Belluno ed espositori in legno. Foto Brando Prizzon

Infine, una serie di opere compongono il primo nucleo del progetto trasversale e sperimentale “Tiziano Contemporaneo”. Gli artisti si trovano a confrontarsi con il grande maestro rinascimentale (nato e vissuto a Pieve di Cadore), reinterpretando alcuni capolavori stravolgendone totalmente l’assetto compositivo: David Casini effettua una scomposizione che lo porta ad indagare i materiali di cui sono composti alcuni dettagli di due dipinti di personaggi in armatura; Paola Angelini dialoga con la Pietà incompiuta del Maestro, conservata alle Gallerie dell’Accademia a Venezia ribadendo il rapporto dinamico con il colore; in ultima Sophie Ko, che dà vita ad un’opera “nuova”, composta dalla cenere prodotta dalla combustione di riproduzioni fotografiche della Deposizione di Cristo di Tiziano. Una riflessione sulla morte oltre la morte, ciò che rimane di un incendio ben architettato, atto a smuovere le coscienze, sul finale di Fuocoapaesaggio.

  • Simon Laureyns, installation view. Foto di Nicola Noro
  • Sophie Ko, Geografia temporale V, 2013, cenere d'immagini bruciate, 160x60 cm. Foto di Nicola Noro
  • Davide Dicorato, Non detto non scelto, come tutto il resto, 2017, materiali vari. Foto di Giacomo De Donà
  • Mattia Bosco, installation view. Foto di Giacomo De Donà
  • Paola Angelini, Matrice, 2014, olio su lino, 200x200 cm. Foto di Giacomo De Donà
  • Giulia Fumagalli, Plurimo. Tramonto e Alba, 2017, scultura, legno, specchi, stampa, 200x100x30 cm. Foto di Giacomo De Donà

Fuocoapaesaggio
20 maggio – 30 settembre 2017
Forte di Monte Ricco, Pieve di Cadore (BL)
A cura di Gianluca D’Incà Levis e Giovanna Repetto

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Un gelato in quota. La lama di Procopio

Nella penombra del tinello, sulla credenza dove stavano impilati i piatti per la festa, quelli con i bordi dorati, e i calici in cristallo di rocca, si intravedevano appena le fotografie, posate sul ripiano di vetro con quella inclinazione che solo le fotografie di casa, in bianco e nero, sanno mantenere negli anni. Perennemente in bilico tra il passato e l’oblio. In una di quelle erano ritratti “gli avi”. Guardavano appena in camera, gli occhi a fessura, stavano ritti in piedi sotto la tettoia di tela tesa sopra il carretto dei gelati.

La Lama di Procopio, installation view.  Foto di Nicola Noro

Longarone, terra del gelato. Se qualcuno sospetta che quel luogo, dopo essere stato sbriciolato dalla furia dell’aria e dell’acqua nella tragedia del Vajont, abbia in qualche modo perso le sue origini dovrà ricredersi. Le tradizioni sono in grado di farsi beffe anche delle tragedie, e i rituali sono stati inventati per prendere a calci la morte.
Giunta a Casso per l’inaugurazione dell’ultima mostra curata da Dolomiti Contemporanee, ho trovato ad accogliere il pubblico un inatteso “maestro di cerimonie”: sguardo attento al cono di cialda croccante, lama scintillante alla mano, Giorgio Fasol distribuiva gelato agli astanti, in fila ordinata di fronte al carretto dei gelati in stile novecentesco.

Giorgio Fasol e Giovanna Repetto distribuiscono gelati al pubblico.               Foto Nicola Noro

In un paese di diciassette anime, abbarbicato in faccia al fragile Monte Toc, trovo ancora una volta un’azione che sfiora il verosimile: un collezionista d’arte, da oltre trent’anni appassionato sostenitore di giovani talenti, improvvisatosi gelataio per dare nuova linfa all’arte contemporanea, che rifocilla un centinaio di visitatori giunti fin oltre la diga per assistere ad un evento che ciclicamente si rinnova. Se di fronte ad un gelato (tra collezionisti e curatori) è nata l’idea di una mostra, è buona prassi omaggiare l’input in sede di inaugurazione!

Dolomiti Contemporanee, con  “La lama di Procopio”, ribadisce quello che, fin dal 2011, è il concept essenziale del proprio “dispositivo contemporaneo”, atto a scuotere animi sedentari. La vecchia scuola elementare di Casso, in parte colpita dalla frana del ‘63, è dal 2013 il quartier generale di DC, e dal momento in cui si è insediato nella valle del Vajont ha portato avanti, ininterrottamente, un dibattito sempre attivo tra il paesaggio e chi lo abita grazie all’azione dinamica che l’arte contemporanea è in grado di istituire. Negli anni le residenze artistiche hanno portato decine e decine di giovani artisti internazionali a confrontarsi con un luogo dal vissuto storico pesante, trovando sempre, tuttavia, il modo di discostarsi dal “basso continuo” che suona note di morte, riconnettendosi con gli abitanti che, con la loro presenza, contrastano il trend dell’abbandono della vallata.

La Lama di Procopio, installation view. Foto di Nicola Noro

Sono di ventidue artisti, provenienti da tutta Europa, le altrettante opere che compongono “La lama di Procopio”, tutte facenti parte della Collezione AGI Verona dei coniugi Anna e Giorgio Fasol. La mostra, curata a doppio filo da Gianluca D’Incà Levis, anima del progetto DC, e da Giovanna Repetto, sceglie ancora una volta di mettere in dialogo le opere, il contenitore (il Nuovo Spazio di Casso), e il contesto paesaggistico che lo ingloba (la frana imponente nel canalone del Vajont, a pochi passi dalla diga, e il Monte Toc) attraverso scelte espositive che, naturalmente, consentano una visione d’insieme di questi tre fattori.

Ode de Kort, Untitled#1, 2014, metallo, pietra, stampa su carta opaca, 74 x 260 x 25 cm. Foto di Nicola Noro

Da qui la scelta di esporre opere dalla forte impronta installativa, ricche di materiali che, per assonanza o contrasto dialogano con le rocce dolomitiche, con le essenze che compongono la fitta vegetazione, con i toni digradanti delle terre che compongono la valle del Vajont.
È il caso delle opere di Ode de Kort, Maria Laet, Eugenia Vanni, Etienne Chambaud, nelle quali – seppure con esiti molto diversi tra loro – la componente materica è in diretta relazione con il granitico paesaggio appena fuori dalle finestre che le incorniciano.

Eugenia Vanni, Cinque Giornate, 2015, affresco bianco a forma di piedistallo, 110,5 x 23,5 x 23,5 cm. Foto di Nicola Noro

Riflessioni articolate su una pittura fortemente sperimentale le ritroviamo nei lavori di Davide Mancini Zanchi (la tela quale vela di una zattera alla deriva) di Stuart Arends (l’armonia ricercata nel riassunto dei colori del paesaggio), di Corinna Gosmaro (il colore che affiora e si dipana tra le maglie fitte del supporto sintetico), di Renato Leotta (la texture di cristalli di sale su tessuti intrisi d’acqua di mare a comporre paesaggi essenziali).
Molta parte della mostra è dedicata a interventi in cui la parola (scritta, declamata, incollata) diventa il tramite per la visione di un paesaggio: è il caso delle opere di Christian Manuel Zanon, Marcelline Delbecq o Gundam Air.
Le tre installazioni video riflettono parimenti sul concetto di tempo quale fattore atto a modificare irreversibilmente il territorio. La scelta oculata delle opere sottrae attenzione da quell’unico “fuori” (la tragedia collegata alla diga) che il Vajont tramanda da oltre mezzo secolo, consentendo una rilettura che permette al “nuovo” di trovare terreno fertile su cui attecchire.

  • La Lama di Procopio, installation view. Foto di Nicola Noro
  • Marcelline Delbecq, Swirl, 2008, panchina, scritte murali, traccia audio 3’51’’. Foto di Nicola Noro
  • Stuart Arends, S.M. #20, 1995, marker and pencil on steel, 6,4 x 6,4 x 6 cm. Foto di Nicola Noro
  • Corinna Gosmaro, Untitled, 2015, spray su filtro di poliestere, 200 x 155 x 15 cm. Foto di Nicola Noro
  • Maria Laet, Serie Leitos Graficos, 2014, monoprint su carta giapponese, 550 x 100 cm. Foto di Nicola Noro

A cura di Gianluca D’Incà Levis e Giovanna Repetto

La lama di Procopio
5 agosto – 1 ottobre 2017
Nuovo Spazio di Casso, via Sant’Antoni 1, Casso (PN)

ARTICOLO SU ARTRIBUNE

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FLOW a Vicenza. Cina e Italia dialogano sul flusso dell’arte contemporanea.

Ultimo weekend di apertura di “FLOW, arte contemporanea italiana e cinese in dialogo”, piattaforma espositiva con cadenza biennale, giunta quest’anno alla sua seconda edizione: ideata dalla curatrice italiana Maria Yvonne Pugliese assieme a Peng Feng, docente di estetica all’Università di Pechino e curatore di importanti mostre internazionali, “Flow” è pensata per mettere in dialogo due culture apparentemente lontanissime tra loro, la Occidentale e l’Orientale, e per mostrare – assieme alle opere – come si siano evoluti i confini dell’arte contemporanea in due Paesi agli antipodi, svelando i declini di antiche concezioni estetiche e mettendo in luce nuovi punti di contatto.

L’apporto a “Flow” da parte di Feng e Pugliese è ascrivibile all’interno di un notevole lavoro di “ricucitura”, ancor più che di interpretazione curatoriale, atto a creare un legame continuo tra le opere dei 24 artisti, 14 italiani e 10 cinesi: un filo rosso talvolta impercettibile che unisce due mondi, diversi tanto nelle istanze sociali quanto in quelle iconografiche, in grado di mettere in luce le affinità stilistiche, tecniche, concettuali tra i progetti artistici laddove non ci si aspetterebbe alcun fattore univoco.
Accolte nella luce abbacinante che investe la grande sala al piano nobile della Basilica Palladiana, nel cuore storico di Vicenza, le circa trenta opere (per la maggior parte installative) dialogano con il vuoto che fa da collante, instaurando un inscindibile rapporto con la vastità del monumentale contenitore.
All’interno del percorso aperto (entro il quale lo spettatore si muove in totale autonomia), emergono con chiarezza le nuove tendenze, dell’arte cinese ancor più di quella italiana, sempre più lontana dalla spinta del post-modernismo degli ultimi due decenni che aveva portato gli artisti cinesi ad abbracciare le istanze dell’arte contemporanea occidentale al punto tale da abbandonare quasi completamente l’estetica propria orientale.

Nell’introduzione al catalogo, il curatore Peng Feng definisce esaurita la fase, propria degli anni Novanta del XX secolo, in cui si ritrovava lo stile cinese nell’arte contemporanea con evidenti connotazioni post-moderniste e post-colonialiste. La nuova spinta, in auge tra gli artisti contemporanei cinesi a partire dal 2015, sembra muoversi in controtendenza con quanto avvenuto sinora, riconoscendo alla cultura cinese l’iniziativa di muoversi verso l’esterno, con il precipuo intento di influenzare il resto del mondo, a partire dall’Occidente che tanto aveva pesato sulle scelte stilistiche fino al primo decennio del XXI secolo.
Mossi da interrogativi che chiamano in causa la presa di coscienza nei confronti di un’etica ecologica, artisti come Shang Yang o  Bu Hua esprimono la deriva dell’Uomo in relazione all’Ambiente. Per contro, le reali conseguenze di scelte indiscriminate nei confronti dell’abuso di risorse naturali vengono affrontate nel cuore del percorso espositivo, l’“Ecoagorà” di Piero Gilardi. Nell’installazione, che invita lo spettatore ad addentrarsi fisicamente nell’opera, l’artista affronta la drammatica crisi ecologica attraverso un approccio “etico-estetico”, riprendendo, nella conformazione architettonica antica dell’agorà, la più idonea struttura al dialogo interculturale.
L’iconografia del confine, la relazione del corpo con lo spazio, è affrontata tanto nelle opere degli italiani Franco Ionda (la silhouette brillante di un’idea di muro interrompe la non-linearità del percorso espositivo) e Cristina Treppo (la precarietà del suolo) quanto nel video del cinese Ly Binyuan, sintesi della performance attraverso la quale il corpo dell’artista diventa mezzo di conoscenza della dimensione urbana, percezione sfondata nelle installazioni fotografiche stratificate di Francesco Candeloro.
La necessità di affrontare il passato storico di entrambi i paesi, all’interno di un percorso intergenerazionale, è sentito tanto dal collettivo Chao Brothers (il progetto non ancora conclusosi “Cercare il DAO_108” porterà alla realizzazione di altrettante paia di scarpe – gigantesche riproduzioni ceramiche – ciascuna simbolo di un cambiamento storico, trasmesso dall’usura dell’oggetto), quanto da Arthur W. Duff, che riporta alla luce un racconto tragico legato alla Seconda Guerra Mondiale, vissuto in terra vicentina: l’installazione “spara” in aria – con un proiettore a laser – alcuni dei nomi dei bombardieri americani che colpirono, distruggendo, l’Italia.
Altro elemento di contatto è nel valore dell’introspezione, ricercata attraverso gesti rituali che – nella loro ripetitività – compongono l’opera d’arte stessa: questo avviene tanto nella gestualità ponderata della scultrice Geng Xue, e nelle opere delicatissime della videoartista Li Wei, quanto nella performance affidata al pubblico che Giovanni Morbin inscena nel suo “Concerto a perdifiato”, chiusa del percorso installativo.
Riprendendo i presupposti della prima edizione, “Flow” cede la parola agli artisti, liberi di raccontare in brevi video a disposizione del pubblico, la propria ricerca stilistica, scevra del filtro dell’interpretazione curatoriale.

FLOW, arte contemporanea italiana e cinese in dialogo
a cura di Maria Yvonne Pugliese e Peng Feng

Vicenza, Basilica Palladiana. 25 marzo – 7 maggio

(Foto courtesy Linda Scuizzato)

 

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GLI STATI DELLA MENTE. A conclusione di un festival

Il seguente testo fa da intro al catalogo GLI STATI DELLA MENTE realizzato a compendio della prima edizione del festival di arte e cultura sul tema della salute mentale, realizzato a Vicenza dal 14 al 30 ottobre 2016.

Quando, lo scorso anno, due fotografi mi proposero di curare la loro videoinstallazione sugli Ospedali Psichiatrici Giudiziari non sapevo quanto articolato e nuovo sarebbe stato il risultato di questa collaborazione. Non avevo idea che, portando a Torino il lavoro realizzato da Franco Guardascione e Marco dal Maso in merito ai sei OPG d’Italia, chiusi nel 2015, avrei trovato un enorme interesse nei confronti del tema della malattia mentale. Quando cominciai a parlarne a Vicenza, con l’intenzione di mostrare quell’impressionante reportage anche nella mia città, cercando di contestualizzare correttamente un lavoro di reportage sui luoghi e le persone che la malattia mentale l’hanno vissuta in prima persona, non immaginavo avrei trovato un terreno tanto fertile e una collaborazione tanto appassionata.
Da quella prima esperienza torinese sorse l’intenzione di non limitarmi a presentare a Vicenza una singola esposizione – che con ogni probabilità si sarebbe persa nei meandri dell’ormai fitto e variegato programma culturale cittadino – ma di tentare una via certamente più articolata e complessa ma che, al fine di far conoscere e attivare un dialogo a proposito e attorno al tema in oggetto, certamente si sarebbe rivelata più efficace: quella di realizzare un festival.

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Catalogo del festival

Vicenza, che ha alle spalle una storia piuttosto lunga legata alla malattia mentale (con una struttura ospedaliera dedicata ai malati di mente edificata alla fine Ottocento, ora sede del Dipartimento di Salute Mentale dell’ULSS 6) ha risposto con grande entusiasmo alla mia proposta di realizzare un festival artistico sul tema della salute mentale. Nell’ultimo anno ho lavorato assiduamente per dare vita a un network capillare che coinvolgesse in primis le istituzioni locali (la manifestazione è realizzata in collaborazione e con il contributo del Comune di Vicenza, e con il Patrocinio della Provincia), e sanitarie, attivando un sodalizio con il Dipartimento di Salute Mentale (ottenendo anche il patrocinio dell’Azienda ULSS 6) ma soprattutto instaurando un progetto di collaborazione con le realtà locali (associazioni, cooperative, fondazioni) che sul territorio vicentino lavorano da anni a favore della promozione e della tutela della salute mentale. Questo ha permesso agli interventi artistici di trovare un ambiente accogliente dove le radici del progetto “Gli Stati della Mente” hanno attecchito con naturalezza.

La proposta artistica e culturale pertanto si muove all’interno di quattro grandi sezioni, all’interno delle quali si distribuiscono, in venti location differenti (la maggior parte in centro storico, e una in provincia – a Santorso) gli oltre trenta eventi presenti in calendario: MOSTRE, TEATRO, LABORATORI e DIALOGHI.

Quattro macro aree, grandi contenitori per eventi che in realtà si diversificano moltissimo l’uno dall’altro, per tipologia e per target di pubblico a cui si rivolgono: dalle mostre di fotografia alle performance di danza; dalle videoinstallazioni ai percorsi guidati, dalle proiezioni cinematografiche ai workshop teatrali, dalle danze popolari alle esposizioni d’arte contemporanea, dalle session di live painting alle conferenze. Tutti appuntamenti che, concentrati su due weekend nell’arco di tre settimane, vedono il coinvolgimento di un numero considerevole di protagonisti, siano essi artisti, performer, musicisti, danzatori, scrittori, ma anche psichiatri, psicologi, educatori.
I momenti di dibattito, aperti alla cittadinanza e delocalizzati rispetto ai consueti ambiti sanitari, riportano uno spaccato importante del rapporto tra psichiatria e arte intesa come terapia, o arte come elemento in grado di valorizzare un contesto (ambientale, sociale) migliorando la qualità di vita dell’individuo.

Inaugurazione del festival Gli Stati della Mente, Vicenza 14-30 ottobre 2016. Ph. Andrea Rosset

Inaugurazione del festival –
ph. Andrea Rosset

Un festival di arte e cultura, per parlare di salute mentale. Fin da questa sua prima edizione la manifestazione ragiona in una prospettiva di lungo periodo, proponendo ai numerosi partner un coinvolgimento a tutto tondo, che porti un beneficio duraturo in termini di qualità e di affidabilità del progetto non solo al festival, ma anche e soprattutto alla città di Vicenza.

Il grande lavoro di relazione intessuto per questa prima edizione è pietra miliare di un percorso che, mi auguro, cresca e si sviluppi, affrontando sempre nuove forme d’arte e attivando suggestioni, dando vita a dibattiti e aprendo a riflessioni sempre più ampie attorno al tema della salute mentale, allontanandoci con convinzione è costanza dalla paura e dallo stigma nei confronti della sofferenza psichica.

Il festival GLI STATI DELLA MENTE è stato realizzato in collaborazione con Laboratorio Arka, con il sostegno di Cassa di Risparmio del veneto, in collaborazione e con il contributo del Comune di Vicenza, il patrocinio dell’Azienda ULSS 6 (Dipartimento di Salute mentale) di Vicenza e la Provincia di Vicenza

Petra Cason, direttore artistico e ideatrice del festival

(Immagine in evidenza: Marco Cavallo e il pubblico, all’inaugurazione del festival in Loggia del Capitaniato, Vicenza. Ph. Andrea Rosset)

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NEW YORK ROOTS #4 – GABRIELE GRONES

Un nuovo capitolo di NEW YORK ROOTS ha per protagonista un altro artista italiano, Gabriele Grones.
Sono entrata in contatto con lui ancor prima del mio arrivo a New York, un paio d’anni fa (attraverso Elisa Bertaglia, artista con la quale condivide lo studio e anche buona parte di vita) e nelle ultime settimane ho potuto vedere da vicino il suo lavoro, e carpire qualcosa di più a proposito degli intenti dietro ai progetti sui quali sta lavorando, e conoscere a fondo gli influssi e le suggestioni che pervadono le sue opere.
Guardarlo al lavoro di fronte alla tela mi riporta alla mente la manualità e alla scansione lenta del tempo degli artisti dei secoli scorsi, bisognosi di una precisione elevata nei gesti piccoli e ben calibrati, che consentiva alle pennellate di farsi sempre più simili a tocchi e permetteva esiti qualitativi di grandissimo spessore.
Parlando con lui ho inteso il suo amore, quasi una devozione, nei confronti della ritrattistica del passato che va dalla scuola fiamminga al Rinascimento italiano, da Sud a Nord, passando da Antonello da Messina ai Veneziani imbevuti della luce della laguna. Tuttavia Gabriele Grones non tralascia il confronto costante con pittori contemporanei della levatura di Richter o Close, per poi passare oltre, e continuare nella sua ricerca pittorica che procede autonomamente.

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Da alcuni mesi di nuovo a New York, Gabriele ha risposto così alle mie domande.

Come ti chiami, qual è la tua età?
Sono Gabriele Grones, ho 32 anni.

Come siamo entrati in contatto?
Se non ricordo male, la prima volta ci siamo incontrati ad Art Verona nel 2014, dove avevi uno stand nel quale organizzavi incontri e discussioni con artisti.

Di cosa ti occupi? / A quale progetto stai lavorando in questo momento?
Sono un pittore, mi occupo principalmente di pittura ad olio su tela. Al momento sto lavorando a diversi progetti. Ho appena concluso una residenza d’artista presso la Eileen S. Kaminsky Family Foundation al MANA Contemporary di Jersey City, durante la quale ho realizzato un ciclo di opere che verranno esposte in diverse mostre, tra le quali due alla Bernarducci Meisel Gallery di New York: una che si terrà in autunno ed un’altra che si terrà il prossimo anno, curata da Susan Meisel. Alcuni dipinti raffiguranti dettagli naturali andranno in Germania alla Galerie MZ, per ampliare il progetto di una mia recente personale dal titolo “Frammenti”. Altri lavori faranno parte di un corpus più ampio che sarà esposto alla Galleria Narciso di Torino.
Ho in preparazione inoltre una serie di ritratti di artisti che, come me, si trovano qui a New York, ma che provengono da diversi paesi, indagando proprio i concetti di identità culturale, provenienza e migrazione.

Da quanto tempo sei a New York?
Sono arrivato a New York il 1 di aprile scorso. Negli ultimi anni ho frequentato spesso New York anche se in maniera meno stabile di adesso.

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Cosa ti sta dando la Grande Mela?
New York è una città molto vitale con moltissimi eventi e mostre da vedere. Non ci si stanca mai di visitare le gallerie e gli spazi espositivi. Al di là delle mostre l’atmosfera stessa della città è molto stimolante.

Dove credi siano, le tue radici?
Più cresco e più mi rendo conto che le mie radici sono molte e che ogni evento, ogni luogo che ha fatto parte della mia vita mi ha in qualche modo formato e influenzato. Sono nato ad Arabba, un paese sulle Dolomiti, dove c’è un forte sentimento identitario legato alla lingua e alla cultura ladina. Allo stesso tempo ho frequentato scuole di diverse città e sono cresciuto con amici provenienti da vari paesi, faccio parte della generazione dell’Europa senza confini e dei voli low cost. Mi sento Europeo perché mi sento parte di questa diversità e pluralità culturale all’interno della quale anche la mia piccola realtà locale è parte integrante. Le mie radici sono in Europa, per la ricchezza delle esperienze che mi appartengono e per il senso di vicinanza e di familiarità che ho nei confronti di questa complessità.

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Dove ti si può trovare? (realmente, virtualmente)
Al momento vivo a Brooklyn ma ad ottobre rientrerò in Italia. Il mio studio è a Rovigo ma comunque mi muoverò spesso perché ho in preparazione delle mostre in Italia e all’estero. Per trovare informazioni sul mio lavoro e seguire i miei prossimi eventi si può visitare il mio sito internet: www.gabrielegrones.com

Foto - Gabriele Grones

L’artista

(Immagine in evidenza: Gabriele_Grones_Frammento2_cm30,5×30,5,_oil_on_canvas_2015)

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NEW YORK ROOTS #3 – ELISA BERTAGLIA

Il mio punto di riferimento su New York è stato, ancor prima della mia partenza, Elisa Bertaglia. L’artista, italiana, e carissima amica, è nella City dal primo aprile scorso, e New York sta diventando un po’ la sua seconda casa. Pertanto ho voluto coinvolgere anche lei nella mia rubrica NEW YORK ROOTS, ed ascoltare il suo punto di vista, rispetto al suo rapporto con questa città, soprattutto per quanto concerne la sua ricerca artistica.

Pittrice instancabile (io l’ho conosciuta a Borca di Cadore durante una residenza artistica curata da Dolomiti Contemporanee – ne racconto in un articolo qui – nella quale la vedevo lavorare stesa a terra per 12-14 ore al giorno, con una energia e una costanza che mi hanno immediatamente colpito), nelle tavole e nelle carte dipinte amalgama la delicatezza dei segni e le cromie armoniche con significanti dalle note dolenti, una crudeltà quasi violenta che non è mai palesata, ma che imbeve molto del suo lavoro, suggerita talvolta soltanto dai titoli.

Plateau Project, Progetto Borca - courtesy Dolomiti Contemporanee 2014

Plateau Project, Progetto Borca – courtesy Dolomiti Contemporanee 2014

Felice che abbia voluto rispondere alle domande della mia micro intervista, Elisa – dal suo studio a Brooklyn – riprende ora  le fila del discorso lasciate per un attimo dopo la nostra ultima mostra, ERRANZA. Del Radicante e di altri segni, tenutasi ad Atipografia nell’aprile/maggio scorsi, che ha dato lo spunto anche per questa rubrica d’oltreoceano.

Ed ecco quindi le sue risposte. Buona lettura!

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Elisa Bertaglia

Come ti chiami, qual è la tua età?
Mi chiamo Elisa Bertaglia ed ho 33 anni.

Come siamo entrati in contatto?
Ci siamo conosciute nel 2014, d’estate anche se faceva un freddo anomalo, mentre io stavo facendo una residenza d’artista all’interno di Progetto Borca – Dolomiti Contemporanee, e sviluppavo un progetto performativo oltre che pittorico. Consisteva in un grande disegno a pavimento di 10 metri quadrati. Da una decina di giorni vivevo da sola, lavoravo seguendo i ritmi della natura e della Colonia (il luogo della residenza), isolata, e tu hai fatto capolino negli ultimi giorni del mio progetto, insieme a Gianluca animando di presenze umane le mie giornate fatte di polvere, fioche luci e rumori di animali.

Di cosa ti occupi? / A quale progetto stai lavorando in questo momento?
Sono principalmente una pittrice. Ho da poco finito una residenza d’artista a Jersey City, la ESKFF al MANA Contemporary, dove sono stata selezionata con Grass Project, un progetto pittorico ad hoc in dialogo con la letteratura e la cultura americane. Mi sono appena trasferita nel mio studio a Brooklyn, dove vivrò/lavorerò per i prossimi tre mesi.

Da quanto tempo sei a New York?
Sono arrivata qui il 1 aprile, tre giorni prima dell’inizio della mia residenza, il giusto tempo per ambientarmi e riassettare la mia vita in questa città.

1- Brutal Imagination, 30x22 cm, olio, carboncino e grafite su carta, 2016

Brutal Imagination, 30×22 cm, olio, carboncino e grafite su carta, 2016

Cosa ti sta dando la Grande Mela?
Dire tanto è un pochino scontato, ma vero. Ormai conosco abbastanza bene (non benissimo) questa città e questa società. Mio fratello vive qui da quasi tre anni e sono venuta qui diverse volte per diverso tempo. Ormai lo stupore ha lasciato il posto ad un approccio più maturo e critico a questo posto; ma l’entusiasmo rimane. Penso di essere cambiata e cresciuta grazie al confronto costante con altri artisti, al dialogo con curatori e critici e ovviamente grazie alla possibilità di vedere ogni giorno centinaia di mostre stupende. Qualcosa di così massiccio e imponente che solo New York ti può dare.

Dove credi siano, le tue radici?
Quello delle radici è un argomento di cui io e te abbiamo discusso spesso e tanto. Di radici ne ho molte. Di sicuro la mia prima radice, quella più grossa e vecchia, è a Crespino, ma oggi, non è l’unica: ho molte altre radici, più giovani ma altrettanto indispensabili. Una di queste è anche qui.

Allestimento Erranza, Courtesy Atipografia, Foto di Luca Peruzzi - Golden Reveries, 20x15 cm cad., olio e pastelli su faesite, 2016

Allestimento Erranza, Courtesy Atipografia, Foto di Luca Peruzzi – Golden Reveries, 20×15 cm cad., olio e pastelli su faesite, 2016

Dove ti si può trovare? (realmente, virtualmente)
Realmente per altri tre mesi sono qui a New York, poi sarò in Italia a dipingere assiduamente nel mio studio a Rovigo, ma spostandomi per lavoro anche a Milano e Torino. Poi non lo so, sto cercando altre residenze d’artista per il 2017, mi piacerebbe molto farne una a Taiwan, vedremo…Ma le novità e i contatti sono tutti sul mio sito… elisabertaglia.com

1- Elisa Bertaglia, Brutal Imagination, 27,9x21,5 cm, olio, carboncino, grafite e pastelli su carta, 2016.

Brutal Imagination, 27,9×21,5 cm, olio, carboncino, grafite e pastelli su carta, 2016

(Immagine di copertina: Metamorphosis, allestimento presso la Galerie MZ, Augsburg Germania. Courtesy Galerie MZ)

 

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