IN VOLO…FINO A SCHIO E RITORNO.

UN CONCORSO DI GRAFICA PER REGALARE BELLEZZA ALLA CITTÀ

Ci sono dei luoghi che nascono sfortunati. Mica è colpa loro, tuttavia è così. Forse un piano urbanistico più clemente, un tempo, avrebbe fatto soffrire di meno questi luoghi un po’ tormentati, che hanno un che di paradossale in loro. Perché non è detto che siano, per forza di cose, proprio brutti. E’ solo che, a dir la verità, davvero belli non sono.

Io ho un amore spassionato per Schio. Per il suo castello senza castello, per il suo tempo incerto, per i suoi scorci tra i palazzi che si aprono sui profili delle montagne, per le sue strade che tendono ad inerpicarsi, ormai così familiari. Forse un po’ di amore lo riservo anche per una piazza nata strana, che ha un nome che nessuno usa, perchè da tutti è conosciuta per il soprannome, che giustamente ben la identifica: piazza Almerico da Schio, meglio nota come “piazza del bao”.

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L’eco sulle scale

Mercoledì otto aprile. Giorno imprecisato della quarta o quinta settimana di quarantena – thanks to Coronavirus – e ho perso anche l’orientamento spazio temporale. Isolamento forzato dentro le nostre case.
“Restate a casa”, tuonano da tutte le parti, restate a casa. Il decreto, la tivvù, la radio, i social le chat gli zii i nonni i parenti. Tutti. L’abbiamo capito! Basta! E dove vuoi che andiamo?! Al lavoro non possiamo andarci, i musei ce li hanno chiusi l’8 di marzo e da allora non si sa più nulla. C’è chi dice che prima della fine di maggio di riaprire non se ne parla proprio.
Noi qui siamo rinchiusi in due. Uno è in cassa integrazione (deo gratia) e l’altro disoccupato. Per via della tutela dei lavoratori della cultura. Vediamo come sarà “tornare alla normalità”.

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Come un’epifania. Il tempo a mani nude (in una manciata di ore)

Oltrepassando un anonimo portone, al numero 26 di Via Dante, giusto a fianco dell’ingresso del ben più noto cinema di Dueville, si entra in un luogo che non ti aspetti. Le pareti consunte da anni in cui l’umidità ha trascorso ad abbracciare l’intonaco incontrano gli sguardi degli astanti. Al termine dell’ampio corridoio, sulla destra, si apre una stanza più grande, con un tetto leggermente spiovente, e alcune botole sul soffitto. La luce lì è più attenuata, occhi di bue illuminano a spot solo alcune porzioni delle superfici impolverate.

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IL TEMPO A MANI NUDE. Un incontro privilegiato con opere e luogo.

Uno spazio privato apre le porte all’opera di DENIS VOLPIANA e CHRISTIAN MANUEL ZANON.
Progetto a cura di Petra Cason Olivares

Il laboratorio di lattoneria della famiglia Cason a Dueville (Vicenza), luogo di lavoro di mani abili e di sapienza artigiana, caduto in disuso da diversi decenni, è rimasto, nel tempo, quasi immutato.
Spazio di raccordo tra l’esterno – il paese e la sua vita – e la quotidianità della casa, l’ex laboratorio conserva al suo interno parte della struttura originale: i tavoli da lavoro, le cassettiere ricolme degli strumenti d’uso – le tenaglie e i martelli riposano velati di polvere – la bocca di fuoco della fucina ormai spenta, brani di stagno che guardano con invidia la lucentezza dei pochi caldieri in rame rimasti.
Negli anni, lo spazio assume una nuova valenza, diventando la cucina di una famiglia numerosa, privata del suo capostipite, Cesare. Nel 2019 la casa viene definitivamente svuotata dei suoi ultimi inquilini, e posta in vendita. La dinastia troverà il suo epilogo altrove.

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