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NEW YORK ROOTS #4 – GABRIELE GRONES

Un nuovo capitolo di NEW YORK ROOTS ha per protagonista un altro artista italiano, Gabriele Grones.
Sono entrata in contatto con lui ancor prima del mio arrivo a New York, un paio d’anni fa (attraverso Elisa Bertaglia, artista con la quale condivide lo studio e anche buona parte di vita) e nelle ultime settimane ho potuto vedere da vicino il suo lavoro, e carpire qualcosa di più a proposito degli intenti dietro ai progetti sui quali sta lavorando, e conoscere a fondo gli influssi e le suggestioni che pervadono le sue opere.
Guardarlo al lavoro di fronte alla tela mi riporta alla mente la manualità e alla scansione lenta del tempo degli artisti dei secoli scorsi, bisognosi di una precisione elevata nei gesti piccoli e ben calibrati, che consentiva alle pennellate di farsi sempre più simili a tocchi e permetteva esiti qualitativi di grandissimo spessore.
Parlando con lui ho inteso il suo amore, quasi una devozione, nei confronti della ritrattistica del passato che va dalla scuola fiamminga al Rinascimento italiano, da Sud a Nord, passando da Antonello da Messina ai Veneziani imbevuti della luce della laguna. Tuttavia Gabriele Grones non tralascia il confronto costante con pittori contemporanei della levatura di Richter o Close, per poi passare oltre, e continuare nella sua ricerca pittorica che procede autonomamente.

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Da alcuni mesi di nuovo a New York, Gabriele ha risposto così alle mie domande.

Come ti chiami, qual è la tua età?
Sono Gabriele Grones, ho 32 anni.

Come siamo entrati in contatto?
Se non ricordo male, la prima volta ci siamo incontrati ad Art Verona nel 2014, dove avevi uno stand nel quale organizzavi incontri e discussioni con artisti.

Di cosa ti occupi? / A quale progetto stai lavorando in questo momento?
Sono un pittore, mi occupo principalmente di pittura ad olio su tela. Al momento sto lavorando a diversi progetti. Ho appena concluso una residenza d’artista presso la Eileen S. Kaminsky Family Foundation al MANA Contemporary di Jersey City, durante la quale ho realizzato un ciclo di opere che verranno esposte in diverse mostre, tra le quali due alla Bernarducci Meisel Gallery di New York: una che si terrà in autunno ed un’altra che si terrà il prossimo anno, curata da Susan Meisel. Alcuni dipinti raffiguranti dettagli naturali andranno in Germania alla Galerie MZ, per ampliare il progetto di una mia recente personale dal titolo “Frammenti”. Altri lavori faranno parte di un corpus più ampio che sarà esposto alla Galleria Narciso di Torino.
Ho in preparazione inoltre una serie di ritratti di artisti che, come me, si trovano qui a New York, ma che provengono da diversi paesi, indagando proprio i concetti di identità culturale, provenienza e migrazione.

Da quanto tempo sei a New York?
Sono arrivato a New York il 1 di aprile scorso. Negli ultimi anni ho frequentato spesso New York anche se in maniera meno stabile di adesso.

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Cosa ti sta dando la Grande Mela?
New York è una città molto vitale con moltissimi eventi e mostre da vedere. Non ci si stanca mai di visitare le gallerie e gli spazi espositivi. Al di là delle mostre l’atmosfera stessa della città è molto stimolante.

Dove credi siano, le tue radici?
Più cresco e più mi rendo conto che le mie radici sono molte e che ogni evento, ogni luogo che ha fatto parte della mia vita mi ha in qualche modo formato e influenzato. Sono nato ad Arabba, un paese sulle Dolomiti, dove c’è un forte sentimento identitario legato alla lingua e alla cultura ladina. Allo stesso tempo ho frequentato scuole di diverse città e sono cresciuto con amici provenienti da vari paesi, faccio parte della generazione dell’Europa senza confini e dei voli low cost. Mi sento Europeo perché mi sento parte di questa diversità e pluralità culturale all’interno della quale anche la mia piccola realtà locale è parte integrante. Le mie radici sono in Europa, per la ricchezza delle esperienze che mi appartengono e per il senso di vicinanza e di familiarità che ho nei confronti di questa complessità.

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Dove ti si può trovare? (realmente, virtualmente)
Al momento vivo a Brooklyn ma ad ottobre rientrerò in Italia. Il mio studio è a Rovigo ma comunque mi muoverò spesso perché ho in preparazione delle mostre in Italia e all’estero. Per trovare informazioni sul mio lavoro e seguire i miei prossimi eventi si può visitare il mio sito internet: www.gabrielegrones.com

Foto - Gabriele Grones

L’artista

(Immagine in evidenza: Gabriele_Grones_Frammento2_cm30,5×30,5,_oil_on_canvas_2015)

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NEW YORK ROOTS #3 – ELISA BERTAGLIA

Il mio punto di riferimento su New York è stato, ancor prima della mia partenza, Elisa Bertaglia. L’artista, italiana, e carissima amica, è nella City dal primo aprile scorso, e New York sta diventando un po’ la sua seconda casa. Pertanto ho voluto coinvolgere anche lei nella mia rubrica NEW YORK ROOTS, ed ascoltare il suo punto di vista, rispetto al suo rapporto con questa città, soprattutto per quanto concerne la sua ricerca artistica.

Pittrice instancabile (io l’ho conosciuta a Borca di Cadore durante una residenza artistica curata da Dolomiti Contemporanee – ne racconto in un articolo qui – nella quale la vedevo lavorare stesa a terra per 12-14 ore al giorno, con una energia e una costanza che mi hanno immediatamente colpito), nelle tavole e nelle carte dipinte amalgama la delicatezza dei segni e le cromie armoniche con significanti dalle note dolenti, una crudeltà quasi violenta che non è mai palesata, ma che imbeve molto del suo lavoro, suggerita talvolta soltanto dai titoli.

Plateau Project, Progetto Borca - courtesy Dolomiti Contemporanee 2014

Plateau Project, Progetto Borca – courtesy Dolomiti Contemporanee 2014

Felice che abbia voluto rispondere alle domande della mia micro intervista, Elisa – dal suo studio a Brooklyn – riprende ora  le fila del discorso lasciate per un attimo dopo la nostra ultima mostra, ERRANZA. Del Radicante e di altri segni, tenutasi ad Atipografia nell’aprile/maggio scorsi, che ha dato lo spunto anche per questa rubrica d’oltreoceano.

Ed ecco quindi le sue risposte. Buona lettura!

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Elisa Bertaglia

Come ti chiami, qual è la tua età?
Mi chiamo Elisa Bertaglia ed ho 33 anni.

Come siamo entrati in contatto?
Ci siamo conosciute nel 2014, d’estate anche se faceva un freddo anomalo, mentre io stavo facendo una residenza d’artista all’interno di Progetto Borca – Dolomiti Contemporanee, e sviluppavo un progetto performativo oltre che pittorico. Consisteva in un grande disegno a pavimento di 10 metri quadrati. Da una decina di giorni vivevo da sola, lavoravo seguendo i ritmi della natura e della Colonia (il luogo della residenza), isolata, e tu hai fatto capolino negli ultimi giorni del mio progetto, insieme a Gianluca animando di presenze umane le mie giornate fatte di polvere, fioche luci e rumori di animali.

Di cosa ti occupi? / A quale progetto stai lavorando in questo momento?
Sono principalmente una pittrice. Ho da poco finito una residenza d’artista a Jersey City, la ESKFF al MANA Contemporary, dove sono stata selezionata con Grass Project, un progetto pittorico ad hoc in dialogo con la letteratura e la cultura americane. Mi sono appena trasferita nel mio studio a Brooklyn, dove vivrò/lavorerò per i prossimi tre mesi.

Da quanto tempo sei a New York?
Sono arrivata qui il 1 aprile, tre giorni prima dell’inizio della mia residenza, il giusto tempo per ambientarmi e riassettare la mia vita in questa città.

1- Brutal Imagination, 30x22 cm, olio, carboncino e grafite su carta, 2016

Brutal Imagination, 30×22 cm, olio, carboncino e grafite su carta, 2016

Cosa ti sta dando la Grande Mela?
Dire tanto è un pochino scontato, ma vero. Ormai conosco abbastanza bene (non benissimo) questa città e questa società. Mio fratello vive qui da quasi tre anni e sono venuta qui diverse volte per diverso tempo. Ormai lo stupore ha lasciato il posto ad un approccio più maturo e critico a questo posto; ma l’entusiasmo rimane. Penso di essere cambiata e cresciuta grazie al confronto costante con altri artisti, al dialogo con curatori e critici e ovviamente grazie alla possibilità di vedere ogni giorno centinaia di mostre stupende. Qualcosa di così massiccio e imponente che solo New York ti può dare.

Dove credi siano, le tue radici?
Quello delle radici è un argomento di cui io e te abbiamo discusso spesso e tanto. Di radici ne ho molte. Di sicuro la mia prima radice, quella più grossa e vecchia, è a Crespino, ma oggi, non è l’unica: ho molte altre radici, più giovani ma altrettanto indispensabili. Una di queste è anche qui.

Allestimento Erranza, Courtesy Atipografia, Foto di Luca Peruzzi - Golden Reveries, 20x15 cm cad., olio e pastelli su faesite, 2016

Allestimento Erranza, Courtesy Atipografia, Foto di Luca Peruzzi – Golden Reveries, 20×15 cm cad., olio e pastelli su faesite, 2016

Dove ti si può trovare? (realmente, virtualmente)
Realmente per altri tre mesi sono qui a New York, poi sarò in Italia a dipingere assiduamente nel mio studio a Rovigo, ma spostandomi per lavoro anche a Milano e Torino. Poi non lo so, sto cercando altre residenze d’artista per il 2017, mi piacerebbe molto farne una a Taiwan, vedremo…Ma le novità e i contatti sono tutti sul mio sito… elisabertaglia.com

1- Elisa Bertaglia, Brutal Imagination, 27,9x21,5 cm, olio, carboncino, grafite e pastelli su carta, 2016.

Brutal Imagination, 27,9×21,5 cm, olio, carboncino, grafite e pastelli su carta, 2016

(Immagine di copertina: Metamorphosis, allestimento presso la Galerie MZ, Augsburg Germania. Courtesy Galerie MZ)

 

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NEW YORK ROOTS #2 – KRISTIANNE MOLINA

Una artista americana è la protagonista della seconda microintervista della rubrica NEW YORK ROOTS: Kristianne Molina.
Ho conosciuto Kristianne in occasione di JOIN THE UNDERGROUND, “pop-up exhibition” (una mostra che presto appare, presto scompare, di solito dura un paio di giorni al massimo) che, alla Undercurrent Project, raccoglieva i lavori degli artisti dell’ultima residenza della Eileen S. Kaminsky Family Foundation (ESKFF),ed Elisa Bertaglia, cara amica ed artista italiana tra i protagonisti della mostra, ci ha messo subito in contatto.
Corporatura minuta, tratti orientali, una giovane donna elegante nel portamento, Kristianne è un fiume in piena di parole.
Pochi giorni dopo sono stata a farle visita nel “basement” del MANA, splendido edificio di archeologia industriale convertito sapientemente in un enorme centro per l’arte contemporanea, con spazi espositivi, gallerie private, laboratori e studi per artisti.
Tra questi ultimi trova posto anche lo studio di Kristianne, sufficientemente grande per accogliere un ampio piano di lavoro, quasi interamente ricoperto di tessuti e disegni, un piccolo mobile da “alchimista” (con pigmenti e polveri coloranti) e alle pareti diversi stendardi, che compongono differenti serie dei più recenti lavori.

Kristianne, americana di origini filippine, vive nel New Jersey da diversi anni, e la vicinanza con New York, sulla sponda opposta dell’Hudson River, è stata certamente fondamentale per la sua ricerca, dandole la possibilità di attingere a nuovi spunti dal bacino occidentale che contiene l’arte più innovativa.
Nel proprio lavoro Kristianne fonde le proprie esperienze e conoscenze culturali alla base delle sue due radici, filippine e americane, mettendole in dialogo con gli eventi e gli interrogativi propri della contemporaneità, sentiti e vissuti dalla sua generazione, in relazione ai cambiamenti culturali in atto.
Tra i temi che stanno maggiormente a cuore all’artista troviamo la donna, il potere, e i cambiamenti climatici: cambiando e mescolando spesso tra loro i medium e le discipline, l’artista dà vita ad un’opera in continua trasformazione, sensibile all’impermanenza dei materiali di cui è composta, e mettendo in atto processi lenti e utilizzando una vasta gamma di oggetti con una chiara intenzione ready-made. La performance è diventata il tramite per mettere in relazione il suo stesso corpo con il “corpo” del proprio lavoro.

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What’s your name, how old are you?
Kristianne Molina, 25 Years Old.

How we were put in touch?
We met at Mana Contemporary through Gabriele Grones and Elisa Bertaglia during their ESKFF Residency.

What are you up to?
I am currently maintaining a studio at Mana Contemporary’s BSMT (basement) and developing new bodies of work.

How long have you been in NY?
I was born in the Philippines and moved to America when I was three years old. I have been living in New Jersey/New York since I was 5.

What the City is giving you?
Living in such close proximity to New York has allowed me to admire the city up close and experience a prominent metropolis of art and mixed cultures.

Where are your roots?
My roots are here now. I’m planning sometime in the future to transplant my roots to new city or country.

How can we get in touch? (on/off line)
We can keep in touch through email, phone, and social media channels!

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Artist Statement
My intention is to create work that reflects the marriage of my Filipino-American cultural experiences and respond to current events and issues prevalent in my generation, documenting to our cultural shifts. My work is in constant transformation, accepting the impermanence of my materials and honoring limited quantities. Shifting gears through mediums and disciplines allow me to navigate through a repertoire of visual language. With this, I create work with careful attention to meaningful subject matters charged by current events; women, empowerment, and addressing the prevalent issues of climate change through slow paced processes and ready-made materials.

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Studio Job. MAD HOUSE al Museum of Arts and Design di NY

Vale la pena un tour all’interno degli spazi del Museum of Arts and Design di New York. Un edificio bizzarro che, nonostante la sua bassa statura, si fa notare, tra i palazzi che fanno da corollario ad un confuso Cristoforo Colombo proprio al centro del Columbus Circle, sulla 59a strada. (Confuso, Colombo, perchè voci dicono che il suo dito non indichi nè le Indie, né l’entroterra. D’altronde in America c’era già arrivato. Che altro avrebbe dovuto indicare?!)

13606711_10208779759279017_4908494808804132436_nDicevo. Il Museum of Arts and Design. Il giovedì, dalle 6 alle 9 di sera, non solo i visitatori avidi di musei come me possono usufruire della formula Pay-What-You-Wish (a fronte dei 16 dollari del biglietto d’ingresso, nemmeno così costoso, se paragonato ad altri colossi museali in città) ma trovano il vantaggio di essere accompagnati lungo il percorso espositivo da una guida esperta che dà ottime informazioni utili alla comprensione di ciò che si sta (talvolta sbigottiti) guardando.
Dopo una rapida occhiata agli studi/atelier aperti al 6° piano, sono scesa al 5° imbattendomi in una delle principali “current exhibition”, Studio Job, MAD HOUSE.
Già il titolo mi ha divertito, MAD House, quando MAD è sia l’acronimo del museo (Museum, Art, Design) ma, ancora più azzeccato, la parola inglese per inidcare “pazzo”. In effetti gli oggetti in esposizione erano piuttosto bizzarri, pur essendo – come ha tenuto a ribadire più volte la nostra guida, e a me sembrava di riascoltare le parole del buon Bruno Munari – non solo esteticamente accattivanti ma anche, essendo prodotti di design (devono essere!) “estremamente” funzionali.
Tuttavia qui la funzionalità – che, invero, e seppur con qualche difficoltà, permane – lascia ampio spazio alla creatività, all’ironia e talvolta al sarcasmo, magistralmente orchestrato nel sapiente uso delle materie che compongono le bizzarre creazioni prodotte da Studio Job.

Con lo scattare del nuovo millennio due ingegnosi designer, Job Smeets (belga, del 1970) e Nynke Tynagel (olandese, del 1977) hanno aperto nella ricca e brillante Anversa il loro Studio Job, una fucina creativa che li ha portati, negli anni, ad ampliarsi fino ad annoverare un numero cospicuo di collaboratori, e produrre una quantità esorbitante di oggetti, finiti per la gran parte nelle collezioni private di ricchi committenti.
Mad House. Lampade, tavolini da salotto, armadi e orologi a pendolo mascherati da torte nuziali dal chiaro sentore erotico, navi che affondano o treni che deragliano, cattedrali e templi ribaltati, castelli ossidati dal tempo e pipe magrittiane.
In breve, la ricerca inesausta dei due designer nordici è fatta da continue peregrinazioni alla ricerca di spunti iconografici in un passato storico che passa dalle forme massicce dei castelli medievali alle guglie slanciate del neogotico anglosassone, passando per la Pop Art e tutto quello che ha partorito il Surrealismo, da Duchamp in avanti.

E’ arte? Forse non ce la si dovrebbe nemmeno porre, questa domanda, in un museo del design. Ma qui la risposta è smaccatamente “no, non lo è. E’ design.” E’ la capacità di riunire, all’interno di un unico manufatto  la qualità del progetto iniziale, sviluppato con maestria nell’esecutivo, unito alla sapienza tecnica nella lavorazione dei materiali. Certo non guasta la bizzarria anticonvenzionale e provocatoria che ne fa del lavoro di Studio Job quasi un “unicum”, ma non per questo possiamo definire questi insoliti “componenti d’arredo” oggetti d’arte.
Tuttavia la quantità di simboli e meta significati di cui sono zeppi questi “pezzi da collezione” (“C’è qualcuno che si metterebbe veramente in sala un orologio a pendolo come questo?” ha chiesto la guida al suo pubblico, “…a parte Donald Trump?”. Risate.) li fanno degni di una breve analisi, naturalmente supportata da qualche foto piuttosto esplicativa.

Siamo a New York, non può di certo mancare King Kong…che tuttavia non sta scalando come nel film cult l’Empire State Building, bensì un modellino del Burj Khalifa, il grattacielo di Dubai che, con i suoi 829 e passa metri, è ad oggi l’opera più alta di sempre costruita dall’uomo. Tuttavia King Kong, che ha vista sostituita la sua morbida pelliccia nera da una distesa di brillanti scuri posati a mano sulla sua possente figura rampante, sta comunque lottando contro gli aeroplanini “di tutte le guerre” che lo disturbano dal suo fine ultimo (sarà ancora l’amore per la bella bionda?) posati su nubi d’oro…
Ma la funzione di questo manufatto, qual è? Ah già, indicare l’ora! Ma quasi scompare alla vista, il piccolo quadrante incastonato nella facciata del tempio roseo della città di Petra, a sua volta inglobato nel grande masso dorato che fa da basamento alla scala a chiocciola dello scimmione.

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Lasciando New York arriviamo a Londra. Un altro signor orologio, questo che mantiene la scintillante autorevolezza del quadrante del Big Ben…ma tra quello e il Palazzo di Westminster che ne fa da basamento non c’è che un ammasso di pietre disposte come la sabbia in una clessidra. A completare questo sobrio presagio apocalittico c’è uno scoppiettante doble decker, il tipico bus londinese a due piani, con una fiammata che gli esce dal tubo di scappamento e i finestrini rotondi come palloni, proprio sulla sommità della torre dell’orologio.

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Ancora uno, l’ennesimo orologio. Ecco che esce la passione per il medioevo, per le leggende antiche e per i significati reconditi: nel cuore meccanico di questo “mantel clock” si insinua niente meno che la spada nella roccia, ispirandosi alla storia di Re Artù e alla preziosa Excalibur, bloccata nella roccia: ma il tempo passa senza che vi sia l’arrivo dell’agognato eroe a sguainarne l’affilata lama la quale finisce – seguendo il suo destino – per corrodersi… (l’orologio fa parte delle “Oxidized series”).

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E altre amenità…

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NEW YORK ROOTS #1 – ALESSANDRO DEL PERO

Questo, a tutti gli effetti, è il primo pezzo della rubrica NEW YORK ROOTS, una serie di interviste miste a racconti d’arte, che ho deciso di pubblicare mentre starò nella City, per lasciare traccia degli artisti che, man mano, incontrerò durante il mio soggiorno americano.

Alessandro Del Pero
è stato il primo artista che sono andata a conoscere, qui a New York.
Alcuni giorni dopo il mio arrivo nella City ho ricevuto una mail da Anna Quinz, un’amica, bolzanina doc dalla vocazione internazionale, che ha fatto del suo matrimonio la piattaforma di lancio per la propria impresa innovativa e professionale, coniugando l’industria del matrimonio e l’arte contemporanea (per scoprirne di più guardate The Wedding Enterprise) e che io ho conosciuto qualche anno fa durante un summer camp dalle temperature invernali dalle parti di Dolomiti Contemporanee . Nella mail Anna mi suggeriva caldamente di andare a conoscere un suo caro amico e conterraneo, un artista che da alcuni anni si era trasferito nella Grande Mela.
Detto fatto, scrivo ad Alessandro e pochi giorni dopo fissiamo un incontro per uno studio visit.
La cosa splendida di vivere (anche se per soli due mesi) nell’Upper West Side è che non solo sei a un tiro di schioppo da qualsiasi meta di Manhattan (la metro è di un’efficienza svizzera, quando funziona…) ma che puoi raggiungere a piedi Central Park, attraversarlo, e arrivare nell’East side costeggiando il muricciolo che delimita il lato corto a nord del parco, con un caffè in mano (fa molto newyorkese, lo sapete o devo farvelo vedere in una dozzina di film?) e finendo in men che non si dica dalle parti di Harlem.
E’ incredibile questa città, una via in più e in un istante ti trovi in un paese nuovo. La comunità afroamericana è per la gran parte concentrata dalla 110a strada in su, proprio dal margine superiore del parco, e poco sopra, dove Alessandro Del Pero ha il suo studio, già ci si può imbattere in inaspettate manifestazioni aggregative. (Tanto per farvi capire, alcuni giorni fa sono stata a fare due passi sulla 125a strada, per raggiungere The Studio Museum – che ahimè ho trovato chiuso per allestimento – e giuro mi sono sentita…strana! Mi sono chiesta da dove provenisse quella mia sensazione, e mi sono resa conto che, a ben vedere, ero l’unica donna bianca nel raggio di qualche centinaio di metri parecchio affollati di gente. Non per questo ho esitato a mettere dentro il naso in un paio di negozi di parrucche afro, e ho resistito all’impulso di comprare come souvenir una t-shirt stampata nel banchetto più trendy di Harlem – ehm – trovandomi a scegliere tra Malcom X, Muhammad Ali e altre icone nere, non so se più “local” o più “global”…)
Tornando a noi, suono al citofono, facendomi strada tra alcuni chiassosi ma bonari perdigiorno di fronte all’ingresso, e salgo un paio di rampe di scale del palazzo in cui Alessandro ha lo studio, trovandolo ad accogliermi sul pianerottolo. Giunti all’interno della grande stanza quasi completamente coperta alle pareti dai lavori sui quali sta lavorando, non possiamo non affacciarci discretamente alla finestra che dà sul cortile interno: un gruppetto sparuto di gente alle 11.30 di mattina sta cantando (da ore) una specie di litania, tenendo il ritmo con percussioni più o meno improvvisate, e muovendosi a tempo in una danza che ha tutto l’aspetto di qualcosa di rituale ma stanco, un tribale da condominio, che vista l’ora e il luogo assume – ai miei occhi – l’aspetto di qualcosa di ironicamente fuori posto, per quanto si percepisca la serietà con la quale gli astanti stanno compiendo questi gesti.
In effetti qui, e per qui intendo proprio il condominio, la musica è (o meglio era) di casa: fino a qualche mese prima lo stabile ospitava nientemeno che il National Jazz Museum in Harlem, ora spostatosi sulla 129a strada, ma il ritmo sembra oramai aver imbevuto  le pareti.

Alessandro siede di fronte a me, e mi racconta dei suoi lavori. Di come la passione per l’arte sia stata, ad un certo punto della sua vita, talmente forte da prendere il sopravvento su tutto, e di come New York sia stata una sorta di calamita. Un luogo aspro, per certi versi, non semplice ma che, proprio per la tensione continua alla quale ti costringe costantemente la Grande Mela, ti sprona ad avanzare nella ricerca, a migliorare, a superarti.
Le opere alle pareti sono grandi tele, molte delle quali ancora in lavorazione. Acrilici dai toni cupi, ma vibranti, soggetti in parte figurativi, ma che esprimono, proprio nell’asprezza della pennellata, e nell’uso calibrato della luce (le ombre prevalgono, sulla scena) un significato altro, recondito, svelato in parte dai titoli: le Pietà e le Deposizioni ritraggono tronchi d’albero spezzati, o affranti, ripiegati su loro stessi, nell’hortus conclusus di cortili angusti che, più che aprirsi verso l’esterno, tendono a chiudere la visione, drammaticamente.
Un lavoro di questa serie l’ho visto, una decina di giorni dopo, esposto tra le opere in mostra all’Istituto Italiano di Cultura a New York, a Midtown, nel palazzo lungo Park Avenue adiacente al Consolato Italiano. La grande Pietà occupava quasi per intero la parete del pianoterra dell’edificio, e la luce che giungeva dalle vetrate della scalinata monumentale ne esaltava la potenza evocativa.
Una seconda serie di lavori, Wired, mi ha colpito: le ambientazioni in interni dei dipinti (stanze sgombre di tutto, forse in anonimi appartamenti newyorkesi) erano “abitate” da presenze ambiguamente figurative: un dedalo di cavi che diventavano non solo gli abitanti delle stanze vuote, ma i protagonisti stessi delle opere, innescando dialoghi con l’altra protagonista, la luce, che entra da finestre non presenti sulla scena, creando figure geometriche irregolari sulla pavimentazioni d’assi di legno consunto.
Sei tele di questa serie sono state da poco esposte alla Cara Gallery, galleria di recente apertura, anch’essa nella splendida Chelsea, di proprietà di due italiani emigrati nella City da Milano.
Last but not least, direi che i ritratti meritano altrettanta attenzione. E’ vero, non posso fare a meno di ricordare Francis Bacon, guardandoli. Nei dipinti di Alessandro, pur essendo attenuata l’inquietudine dei volti, c’è un tentativo di voltare l’interno verso l’esterno, in quelle carni che sembrano private della pelle. Ma è non tanto quella epidermica a mancare, quanto la patina emotiva che talvolta si tenta di indossare, a mo’ di maschera, per nascondere allo sguardo altrui la propria più recondita identità.

Come ti chiami, qual è la tua età?
Mi chiamo Alessandro Del Pero ho 37 anni.

Come siamo entrati in contatto?
Una amica in comune ci ha messi in contatto

Di cosa ti occupi? / A quale progetto stai lavorando in questo momento?
Io faccio il pittore / nessun progetto, continuo a lavorare.

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The sculptor, 2013. Acrylic on canvas

Da quanto tempo sei a New York?
Sono a NY da circa 4 anni

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Wired XVI, 2014. Acrylic on canvas

Cosa ti sta dando la Grande Mela?
La grande mela mi sta spingendo a lavorare costantemente.

Pietà, esposta all'Istituto Italiano di Cultura

Pietà, esposta all’Istituto Italiano di Cultura

Dove credi siano, le tue radici?
Le mie radici sono in Italia, ma una di loro viene proprio da qui.

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Selfportrait, 2014. Acrylic on canvas

Dove ti si può trovare? 
Mi si può trovare ad Harlem. Nel mio studio.

Photoshoot Ale -30

Alessandro Del Pero

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NEW YORK ROOTS

Se sono a New York è anche per merito del “Radicante”, il saggio di Nicolas Bourriaud, e della visione che il critico francese ha dell’artista o, più diffusamente, dell’Uomo contemporaneo: un individuo che per crescere ed evolvere ha bisogno di “essere radicante”, gettando nuove radici in nuovi luoghi, e traendo da essi nuova linfa per il proprio sviluppo.
Una piccola, piccolissima intervista per ogni artista che, incontrato a New York abbia voluto rispondere alle mie poche domande, tracciando un nuovo legame nella fitta rete di radici che ognuno di noi, viaggiando, genera.

A presto, con NEW YORK ROOTS

If I am in New York is also thanks to “The Radicant”, a Nicolas Bourriaud’s essay, and the vision that the French critic has about contemporary Artist or, more broadly, contemporary Being: a person in needs of throwing new roots in new places to grow and evolve.
A short interview for each artist who met in New York and wouldn’t mind answering few questions, drawing a new bond in the dense network of roots, that each of us generates travelling.

See you soon, with NEW YORK ROOTS

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BINDWOOD. La costellazione vegetale di Elisa Bertaglia

Il termine arcaico inglese di edera (ivy) è bindwood. E’ una parola composta, che esprime bene ciò che l’edera fa, e per questo è, si chiama. Sta aggrappata al legno, legata, avvinghiata letteralmente al supporto, con il quale, col tempo, diventa una sola cosa, fondendosi quasi in un’entità unitaria. Il legno le serve per arrampicarsi, diventa necessario al suo sviluppo, e per fare questo l’edera getta avanti nuove piccole radici, meno solenni di quelle conficcate nel terreno dal quale la pianta ha preso vita, ma altrettanto necessarie al suo sostentamento.

Bindwood ha trovato dimora, lungo il percorso espositivo di ERRANZA. Del Radicante e di altri segni, in uno spazio raccolto, e quasi totalmente al buio, per permettere la visione intima della “costellazione vegetale” realizzata dall’artista Elisa Bertaglia. I piccoli punti luminosi che, guardando a testa in sù, leggiamo in tutta la loro preziosa definizione, racchiudono porzioni di foglie, sulla carnosità ramificata delle quali sono incise le silhouette di bambine, rannicchiate, fluttuanti, dormienti… Quella che, a tutti gli effetti può ricordare una costellazione celeste – richiamandola nelle fattezze, seppur miniaturizzate – trova in realtà ispirazione da uno scenario vegetale quanto poetico: la pioggia di pàmpini che circonda il pioppeto dietro la casa natale dell’artista. index La mitologia greca che narra della nascita di Crespino,vede negli alberi sorti lungo le rive del Po, le sorelle di Fetonte, figlio di Elio e della ninfa Climene, il quale morì per mano di Zeus, nel tentativo di fermare il carro che trasportava il Sole, del quale Fetonte aveva perso il controllo provocando sulla terrà incendi e siccità. Le sorelle Eliadi, accorse a piangere la fine tragica dell’amato fratello, furono trasformate in pioppi, e le loro lacrime in ambra. Ogni infiorescenza è “fermata” a soffitto, da Elisa, in un punto luminoso, che racchiude in sè tanto l’origine quanto la trasformazione, reiterazione del concetto di divenire (o “erranza”) che non ha mai fine.   12961556_982660958454292_6926622722884265721_n 13124841_1274433712584497_6280223040191314513_n BINDWOOD. Installazione site specific di Elisa Bertaglia per ERRANZA. DEL RADICANTE E DI ALTRI SEGNI. Doppia personale delle artiste Elisa Bertaglia e Enrica Casentini, a cura di Petra Cason Olivares. 31 marzo – 29 maggio Atipografia, piazza Campo Marzio 26 Arzignano (VI)

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