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Un incendio ben architettato. Fuocoapaesaggio al Forte di Monte Ricco

A partire dallo scorso maggio, il progetto di arte contemporanea in costante dialogo con il paesaggio Dolomiti Contemporanee ha accettato una nuova sfida: riattivare un luogo pregno di storia e di notevole suggestione, il Forte di Monte Ricco.

Dopo un lungo e complesso restauro sostenuto dal Comune di Pieve di Cadore e Fondazione Cariverona, il monumentale complesso bellico di fine ‘800 è stato affidato a due importanti enti locali, la Fondazione Centro Studi Tiziano e la Fondazione Museo dell’Occhiale Onlus, i quali hanno invitato Dolomiti Contemporanee a curare l’azione di riapertura.
La riattivazione di luoghi sospesi, abbandonati o dormienti, inglobati nel patrimonio Unesco delle Dolomiti, è da sempre la missione di DC, la quale ha affrontato la sfida ideando un considerevole progetto espositivo. Le opere d’arte scelte hanno preso possesso delle stanze di pietra che si aprono lungo i bracci speculari del Forte, consentendo una perfetta leggibilità delle vicende susseguitesi al suo interno in oltre un secolo, di cui le scritte sui muri sono incredibile testimonianza.
Parte del progetto sono 21 artisti, alcuni dei quali hanno lavorato all’interno della struttura del Forte, permeandone l’influenza, e riportando le proprie suggestioni direttamente nell’opera d’arte.

David Casini, Ritratto di Filippo II in armatura, 2017, ottone, plexiglas, stampa UV, carta velluto, legno,190x90x15 cm. Foto di Giacomo De Donà

“Fuocoapaesaggio” vuole ribadire l’importanza di tornare a puntare l’attenzione sul paesaggio, focus dell’indagine, ma anche sulla necessità di incendiare – le coscienze – e bruciare ciò che è ormai ammuffito e non è più in grado di produrre alcun tipo di riflessione.
In questa mostra, invece, sono molte le occasioni per innescare un cambiamento in procedimenti stantii, dialogando con il territorio. Le pietre leggerissime di Stefano Cagol, in vetroresina, o i boschi in camouflage di Davide Mancini Zanchi portano l’attenzione al contrasto tra naturale e artificiale, ribadendo la differenza dell’intervento dell’uomo, dov’è di invasione e dove di inclusione.

Davide Mancini Zanchi, Quarto, La Sila, Cansiglio, 2017, olio e acrilico su tessuto mimetico, 200×125 cm. Foto Giacomo De Donà

Numerose sono le installazioni (di Sebastiano Sofia, Simon Laureyns, Davide Dicorato, ad esempio) che inglobano al proprio interno “objet trouvé”, molti dei quali rinvenuti all’interno o in prossimità di Monte Ricco, o nel Forte gemino (Batteria Castello), entrando in collisione con i luoghi che compongono un “altrove” talvolta solo pensato.

Sebastiano Sofia, Tu, l’istante in cui il mare diventa deserto e viceversa, 2017, sabbia, legno, ferro, gomma, poliuretano, pigmento, vernice, dimensioni ambientali. Foto di Giacomo De Donà

Giulia Fumagalli e Irene Coppola portano all’interno dello spazio del Forte un “esterno” percepito attraverso la visione, sia essa la gradazione cromatica delle rocce dolomitiche lette all’alba e all’imbrunire, o il verde raddensato e capovolto del paesaggio silvestre scorto da una finestra schermata.

Irene Coppola, Magenta, 2017, dispositivo scultoreo ottico, filtro monocromatico. Foto di Giacomo De Donà

Sandra Hauser, nella “Santa Barbara” del Forte (ciò che rimane del deposito di munizioni interrato) porta al suo interno la presenza ideale del fuoco, con un video realizzato a testimonianza della combustione di un tronco d’albero che per un paio d’anni ha fatto parte del processo creativo dell’artista.

Sandra Hauser, The Patient – Investigation for a new Identity. Phase III (After the Cut), 2017, video full HD. Foto di Giacomo De Donà

Di grande impatto il lavoro puntuale di Mattia Bosco, che intervenendo solo parzialmente su pietra e legno con un’azione levigante, altera la percezione tattile e visiva della materia.

Notevole l’intervento di Alessandro Sambini. Ancor più del Capriccio (composto da una serie di “ritratti” del Forte commissionati a pittori locali, realizzati il giorno dell’inaugurazione, souvenir di un moderno Grand Tour), è la scelta di porre nel prato antistante il forte una “rovina contemporanea”, un modulo di sabbia dolomitica stampata con innovative tecnologie 3D, dall’aspetto di rudere ma in realtà commissionato dal Ministero della Difesa e atto a produrre muraglie a protezione di luoghi patrimonio dell’umanità.

Alessandro Sambini, Grand Tour, 2017, performance e display, pittori della provincia di Belluno ed espositori in legno. Foto Brando Prizzon

Infine, una serie di opere compongono il primo nucleo del progetto trasversale e sperimentale “Tiziano Contemporaneo”. Gli artisti si trovano a confrontarsi con il grande maestro rinascimentale (nato e vissuto a Pieve di Cadore), reinterpretando alcuni capolavori stravolgendone totalmente l’assetto compositivo: David Casini effettua una scomposizione che lo porta ad indagare i materiali di cui sono composti alcuni dettagli di due dipinti di personaggi in armatura; Paola Angelini dialoga con la Pietà incompiuta del Maestro, conservata alle Gallerie dell’Accademia a Venezia ribadendo il rapporto dinamico con il colore; in ultima Sophie Ko, che dà vita ad un’opera “nuova”, composta dalla cenere prodotta dalla combustione di riproduzioni fotografiche della Deposizione di Cristo di Tiziano. Una riflessione sulla morte oltre la morte, ciò che rimane di un incendio ben architettato, atto a smuovere le coscienze, sul finale di Fuocoapaesaggio.

  • Simon Laureyns, installation view. Foto di Nicola Noro
  • Sophie Ko, Geografia temporale V, 2013, cenere d'immagini bruciate, 160x60 cm. Foto di Nicola Noro
  • Davide Dicorato, Non detto non scelto, come tutto il resto, 2017, materiali vari. Foto di Giacomo De Donà
  • Mattia Bosco, installation view. Foto di Giacomo De Donà
  • Paola Angelini, Matrice, 2014, olio su lino, 200x200 cm. Foto di Giacomo De Donà
  • Giulia Fumagalli, Plurimo. Tramonto e Alba, 2017, scultura, legno, specchi, stampa, 200x100x30 cm. Foto di Giacomo De Donà

Fuocoapaesaggio
20 maggio – 30 settembre 2017
Forte di Monte Ricco, Pieve di Cadore (BL)
A cura di Gianluca D’Incà Levis e Giovanna Repetto

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Un gelato in quota. La lama di Procopio

Nella penombra del tinello, sulla credenza dove stavano impilati i piatti per la festa, quelli con i bordi dorati, e i calici in cristallo di rocca, si intravedevano appena le fotografie, posate sul ripiano di vetro con quella inclinazione che solo le fotografie di casa, in bianco e nero, sanno mantenere negli anni. Perennemente in bilico tra il passato e l’oblio. In una di quelle erano ritratti “gli avi”. Guardavano appena in camera, gli occhi a fessura, stavano ritti in piedi sotto la tettoia di tela tesa sopra il carretto dei gelati.

La Lama di Procopio, installation view.  Foto di Nicola Noro

Longarone, terra del gelato. Se qualcuno sospetta che quel luogo, dopo essere stato sbriciolato dalla furia dell’aria e dell’acqua nella tragedia del Vajont, abbia in qualche modo perso le sue origini dovrà ricredersi. Le tradizioni sono in grado di farsi beffe anche delle tragedie, e i rituali sono stati inventati per prendere a calci la morte.
Giunta a Casso per l’inaugurazione dell’ultima mostra curata da Dolomiti Contemporanee, ho trovato ad accogliere il pubblico un inatteso “maestro di cerimonie”: sguardo attento al cono di cialda croccante, lama scintillante alla mano, Giorgio Fasol distribuiva gelato agli astanti, in fila ordinata di fronte al carretto dei gelati in stile novecentesco.

Giorgio Fasol e Giovanna Repetto distribuiscono gelati al pubblico.               Foto Nicola Noro

In un paese di diciassette anime, abbarbicato in faccia al fragile Monte Toc, trovo ancora una volta un’azione che sfiora il verosimile: un collezionista d’arte, da oltre trent’anni appassionato sostenitore di giovani talenti, improvvisatosi gelataio per dare nuova linfa all’arte contemporanea, che rifocilla un centinaio di visitatori giunti fin oltre la diga per assistere ad un evento che ciclicamente si rinnova. Se di fronte ad un gelato (tra collezionisti e curatori) è nata l’idea di una mostra, è buona prassi omaggiare l’input in sede di inaugurazione!

Dolomiti Contemporanee, con  “La lama di Procopio”, ribadisce quello che, fin dal 2011, è il concept essenziale del proprio “dispositivo contemporaneo”, atto a scuotere animi sedentari. La vecchia scuola elementare di Casso, in parte colpita dalla frana del ‘63, è dal 2013 il quartier generale di DC, e dal momento in cui si è insediato nella valle del Vajont ha portato avanti, ininterrottamente, un dibattito sempre attivo tra il paesaggio e chi lo abita grazie all’azione dinamica che l’arte contemporanea è in grado di istituire. Negli anni le residenze artistiche hanno portato decine e decine di giovani artisti internazionali a confrontarsi con un luogo dal vissuto storico pesante, trovando sempre, tuttavia, il modo di discostarsi dal “basso continuo” che suona note di morte, riconnettendosi con gli abitanti che, con la loro presenza, contrastano il trend dell’abbandono della vallata.

La Lama di Procopio, installation view. Foto di Nicola Noro

Sono di ventidue artisti, provenienti da tutta Europa, le altrettante opere che compongono “La lama di Procopio”, tutte facenti parte della Collezione AGI Verona dei coniugi Anna e Giorgio Fasol. La mostra, curata a doppio filo da Gianluca D’Incà Levis, anima del progetto DC, e da Giovanna Repetto, sceglie ancora una volta di mettere in dialogo le opere, il contenitore (il Nuovo Spazio di Casso), e il contesto paesaggistico che lo ingloba (la frana imponente nel canalone del Vajont, a pochi passi dalla diga, e il Monte Toc) attraverso scelte espositive che, naturalmente, consentano una visione d’insieme di questi tre fattori.

Ode de Kort, Untitled#1, 2014, metallo, pietra, stampa su carta opaca, 74 x 260 x 25 cm. Foto di Nicola Noro

Da qui la scelta di esporre opere dalla forte impronta installativa, ricche di materiali che, per assonanza o contrasto dialogano con le rocce dolomitiche, con le essenze che compongono la fitta vegetazione, con i toni digradanti delle terre che compongono la valle del Vajont.
È il caso delle opere di Ode de Kort, Maria Laet, Eugenia Vanni, Etienne Chambaud, nelle quali – seppure con esiti molto diversi tra loro – la componente materica è in diretta relazione con il granitico paesaggio appena fuori dalle finestre che le incorniciano.

Eugenia Vanni, Cinque Giornate, 2015, affresco bianco a forma di piedistallo, 110,5 x 23,5 x 23,5 cm. Foto di Nicola Noro

Riflessioni articolate su una pittura fortemente sperimentale le ritroviamo nei lavori di Davide Mancini Zanchi (la tela quale vela di una zattera alla deriva) di Stuart Arends (l’armonia ricercata nel riassunto dei colori del paesaggio), di Corinna Gosmaro (il colore che affiora e si dipana tra le maglie fitte del supporto sintetico), di Renato Leotta (la texture di cristalli di sale su tessuti intrisi d’acqua di mare a comporre paesaggi essenziali).
Molta parte della mostra è dedicata a interventi in cui la parola (scritta, declamata, incollata) diventa il tramite per la visione di un paesaggio: è il caso delle opere di Christian Manuel Zanon, Marcelline Delbecq o Gundam Air.
Le tre installazioni video riflettono parimenti sul concetto di tempo quale fattore atto a modificare irreversibilmente il territorio. La scelta oculata delle opere sottrae attenzione da quell’unico “fuori” (la tragedia collegata alla diga) che il Vajont tramanda da oltre mezzo secolo, consentendo una rilettura che permette al “nuovo” di trovare terreno fertile su cui attecchire.

  • La Lama di Procopio, installation view. Foto di Nicola Noro
  • Marcelline Delbecq, Swirl, 2008, panchina, scritte murali, traccia audio 3’51’’. Foto di Nicola Noro
  • Stuart Arends, S.M. #20, 1995, marker and pencil on steel, 6,4 x 6,4 x 6 cm. Foto di Nicola Noro
  • Corinna Gosmaro, Untitled, 2015, spray su filtro di poliestere, 200 x 155 x 15 cm. Foto di Nicola Noro
  • Maria Laet, Serie Leitos Graficos, 2014, monoprint su carta giapponese, 550 x 100 cm. Foto di Nicola Noro

A cura di Gianluca D’Incà Levis e Giovanna Repetto

La lama di Procopio
5 agosto – 1 ottobre 2017
Nuovo Spazio di Casso, via Sant’Antoni 1, Casso (PN)

ARTICOLO SU ARTRIBUNE

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NEW YORK ROOTS #2 – KRISTIANNE MOLINA

Una artista americana è la protagonista della seconda microintervista della rubrica NEW YORK ROOTS: Kristianne Molina.
Ho conosciuto Kristianne in occasione di JOIN THE UNDERGROUND, “pop-up exhibition” (una mostra che presto appare, presto scompare, di solito dura un paio di giorni al massimo) che, alla Undercurrent Project, raccoglieva i lavori degli artisti dell’ultima residenza della Eileen S. Kaminsky Family Foundation (ESKFF),ed Elisa Bertaglia, cara amica ed artista italiana tra i protagonisti della mostra, ci ha messo subito in contatto.
Corporatura minuta, tratti orientali, una giovane donna elegante nel portamento, Kristianne è un fiume in piena di parole.
Pochi giorni dopo sono stata a farle visita nel “basement” del MANA, splendido edificio di archeologia industriale convertito sapientemente in un enorme centro per l’arte contemporanea, con spazi espositivi, gallerie private, laboratori e studi per artisti.
Tra questi ultimi trova posto anche lo studio di Kristianne, sufficientemente grande per accogliere un ampio piano di lavoro, quasi interamente ricoperto di tessuti e disegni, un piccolo mobile da “alchimista” (con pigmenti e polveri coloranti) e alle pareti diversi stendardi, che compongono differenti serie dei più recenti lavori.

Kristianne, americana di origini filippine, vive nel New Jersey da diversi anni, e la vicinanza con New York, sulla sponda opposta dell’Hudson River, è stata certamente fondamentale per la sua ricerca, dandole la possibilità di attingere a nuovi spunti dal bacino occidentale che contiene l’arte più innovativa.
Nel proprio lavoro Kristianne fonde le proprie esperienze e conoscenze culturali alla base delle sue due radici, filippine e americane, mettendole in dialogo con gli eventi e gli interrogativi propri della contemporaneità, sentiti e vissuti dalla sua generazione, in relazione ai cambiamenti culturali in atto.
Tra i temi che stanno maggiormente a cuore all’artista troviamo la donna, il potere, e i cambiamenti climatici: cambiando e mescolando spesso tra loro i medium e le discipline, l’artista dà vita ad un’opera in continua trasformazione, sensibile all’impermanenza dei materiali di cui è composta, e mettendo in atto processi lenti e utilizzando una vasta gamma di oggetti con una chiara intenzione ready-made. La performance è diventata il tramite per mettere in relazione il suo stesso corpo con il “corpo” del proprio lavoro.

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What’s your name, how old are you?
Kristianne Molina, 25 Years Old.

How we were put in touch?
We met at Mana Contemporary through Gabriele Grones and Elisa Bertaglia during their ESKFF Residency.

What are you up to?
I am currently maintaining a studio at Mana Contemporary’s BSMT (basement) and developing new bodies of work.

How long have you been in NY?
I was born in the Philippines and moved to America when I was three years old. I have been living in New Jersey/New York since I was 5.

What the City is giving you?
Living in such close proximity to New York has allowed me to admire the city up close and experience a prominent metropolis of art and mixed cultures.

Where are your roots?
My roots are here now. I’m planning sometime in the future to transplant my roots to new city or country.

How can we get in touch? (on/off line)
We can keep in touch through email, phone, and social media channels!

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Artist Statement
My intention is to create work that reflects the marriage of my Filipino-American cultural experiences and respond to current events and issues prevalent in my generation, documenting to our cultural shifts. My work is in constant transformation, accepting the impermanence of my materials and honoring limited quantities. Shifting gears through mediums and disciplines allow me to navigate through a repertoire of visual language. With this, I create work with careful attention to meaningful subject matters charged by current events; women, empowerment, and addressing the prevalent issues of climate change through slow paced processes and ready-made materials.

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cochinealspell

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NEW YORK ROOTS #1 – ALESSANDRO DEL PERO

Questo, a tutti gli effetti, è il primo pezzo della rubrica NEW YORK ROOTS, una serie di interviste miste a racconti d’arte, che ho deciso di pubblicare mentre starò nella City, per lasciare traccia degli artisti che, man mano, incontrerò durante il mio soggiorno americano.

Alessandro Del Pero
è stato il primo artista che sono andata a conoscere, qui a New York.
Alcuni giorni dopo il mio arrivo nella City ho ricevuto una mail da Anna Quinz, un’amica, bolzanina doc dalla vocazione internazionale, che ha fatto del suo matrimonio la piattaforma di lancio per la propria impresa innovativa e professionale, coniugando l’industria del matrimonio e l’arte contemporanea (per scoprirne di più guardate The Wedding Enterprise) e che io ho conosciuto qualche anno fa durante un summer camp dalle temperature invernali dalle parti di Dolomiti Contemporanee . Nella mail Anna mi suggeriva caldamente di andare a conoscere un suo caro amico e conterraneo, un artista che da alcuni anni si era trasferito nella Grande Mela.
Detto fatto, scrivo ad Alessandro e pochi giorni dopo fissiamo un incontro per uno studio visit.
La cosa splendida di vivere (anche se per soli due mesi) nell’Upper West Side è che non solo sei a un tiro di schioppo da qualsiasi meta di Manhattan (la metro è di un’efficienza svizzera, quando funziona…) ma che puoi raggiungere a piedi Central Park, attraversarlo, e arrivare nell’East side costeggiando il muricciolo che delimita il lato corto a nord del parco, con un caffè in mano (fa molto newyorkese, lo sapete o devo farvelo vedere in una dozzina di film?) e finendo in men che non si dica dalle parti di Harlem.
E’ incredibile questa città, una via in più e in un istante ti trovi in un paese nuovo. La comunità afroamericana è per la gran parte concentrata dalla 110a strada in su, proprio dal margine superiore del parco, e poco sopra, dove Alessandro Del Pero ha il suo studio, già ci si può imbattere in inaspettate manifestazioni aggregative. (Tanto per farvi capire, alcuni giorni fa sono stata a fare due passi sulla 125a strada, per raggiungere The Studio Museum – che ahimè ho trovato chiuso per allestimento – e giuro mi sono sentita…strana! Mi sono chiesta da dove provenisse quella mia sensazione, e mi sono resa conto che, a ben vedere, ero l’unica donna bianca nel raggio di qualche centinaio di metri parecchio affollati di gente. Non per questo ho esitato a mettere dentro il naso in un paio di negozi di parrucche afro, e ho resistito all’impulso di comprare come souvenir una t-shirt stampata nel banchetto più trendy di Harlem – ehm – trovandomi a scegliere tra Malcom X, Muhammad Ali e altre icone nere, non so se più “local” o più “global”…)
Tornando a noi, suono al citofono, facendomi strada tra alcuni chiassosi ma bonari perdigiorno di fronte all’ingresso, e salgo un paio di rampe di scale del palazzo in cui Alessandro ha lo studio, trovandolo ad accogliermi sul pianerottolo. Giunti all’interno della grande stanza quasi completamente coperta alle pareti dai lavori sui quali sta lavorando, non possiamo non affacciarci discretamente alla finestra che dà sul cortile interno: un gruppetto sparuto di gente alle 11.30 di mattina sta cantando (da ore) una specie di litania, tenendo il ritmo con percussioni più o meno improvvisate, e muovendosi a tempo in una danza che ha tutto l’aspetto di qualcosa di rituale ma stanco, un tribale da condominio, che vista l’ora e il luogo assume – ai miei occhi – l’aspetto di qualcosa di ironicamente fuori posto, per quanto si percepisca la serietà con la quale gli astanti stanno compiendo questi gesti.
In effetti qui, e per qui intendo proprio il condominio, la musica è (o meglio era) di casa: fino a qualche mese prima lo stabile ospitava nientemeno che il National Jazz Museum in Harlem, ora spostatosi sulla 129a strada, ma il ritmo sembra oramai aver imbevuto  le pareti.

Alessandro siede di fronte a me, e mi racconta dei suoi lavori. Di come la passione per l’arte sia stata, ad un certo punto della sua vita, talmente forte da prendere il sopravvento su tutto, e di come New York sia stata una sorta di calamita. Un luogo aspro, per certi versi, non semplice ma che, proprio per la tensione continua alla quale ti costringe costantemente la Grande Mela, ti sprona ad avanzare nella ricerca, a migliorare, a superarti.
Le opere alle pareti sono grandi tele, molte delle quali ancora in lavorazione. Acrilici dai toni cupi, ma vibranti, soggetti in parte figurativi, ma che esprimono, proprio nell’asprezza della pennellata, e nell’uso calibrato della luce (le ombre prevalgono, sulla scena) un significato altro, recondito, svelato in parte dai titoli: le Pietà e le Deposizioni ritraggono tronchi d’albero spezzati, o affranti, ripiegati su loro stessi, nell’hortus conclusus di cortili angusti che, più che aprirsi verso l’esterno, tendono a chiudere la visione, drammaticamente.
Un lavoro di questa serie l’ho visto, una decina di giorni dopo, esposto tra le opere in mostra all’Istituto Italiano di Cultura a New York, a Midtown, nel palazzo lungo Park Avenue adiacente al Consolato Italiano. La grande Pietà occupava quasi per intero la parete del pianoterra dell’edificio, e la luce che giungeva dalle vetrate della scalinata monumentale ne esaltava la potenza evocativa.
Una seconda serie di lavori, Wired, mi ha colpito: le ambientazioni in interni dei dipinti (stanze sgombre di tutto, forse in anonimi appartamenti newyorkesi) erano “abitate” da presenze ambiguamente figurative: un dedalo di cavi che diventavano non solo gli abitanti delle stanze vuote, ma i protagonisti stessi delle opere, innescando dialoghi con l’altra protagonista, la luce, che entra da finestre non presenti sulla scena, creando figure geometriche irregolari sulla pavimentazioni d’assi di legno consunto.
Sei tele di questa serie sono state da poco esposte alla Cara Gallery, galleria di recente apertura, anch’essa nella splendida Chelsea, di proprietà di due italiani emigrati nella City da Milano.
Last but not least, direi che i ritratti meritano altrettanta attenzione. E’ vero, non posso fare a meno di ricordare Francis Bacon, guardandoli. Nei dipinti di Alessandro, pur essendo attenuata l’inquietudine dei volti, c’è un tentativo di voltare l’interno verso l’esterno, in quelle carni che sembrano private della pelle. Ma è non tanto quella epidermica a mancare, quanto la patina emotiva che talvolta si tenta di indossare, a mo’ di maschera, per nascondere allo sguardo altrui la propria più recondita identità.

Come ti chiami, qual è la tua età?
Mi chiamo Alessandro Del Pero ho 37 anni.

Come siamo entrati in contatto?
Una amica in comune ci ha messi in contatto

Di cosa ti occupi? / A quale progetto stai lavorando in questo momento?
Io faccio il pittore / nessun progetto, continuo a lavorare.

9 the sculptor 2013 acrylic on canvas 225x197 cm

The sculptor, 2013. Acrylic on canvas

Da quanto tempo sei a New York?
Sono a NY da circa 4 anni

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Wired XVI, 2014. Acrylic on canvas

Cosa ti sta dando la Grande Mela?
La grande mela mi sta spingendo a lavorare costantemente.

Pietà, esposta all'Istituto Italiano di Cultura

Pietà, esposta all’Istituto Italiano di Cultura

Dove credi siano, le tue radici?
Le mie radici sono in Italia, ma una di loro viene proprio da qui.

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Selfportrait, 2014. Acrylic on canvas

Dove ti si può trovare? 
Mi si può trovare ad Harlem. Nel mio studio.

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Alessandro Del Pero

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NEW YORK ROOTS

Se sono a New York è anche per merito del “Radicante”, il saggio di Nicolas Bourriaud, e della visione che il critico francese ha dell’artista o, più diffusamente, dell’Uomo contemporaneo: un individuo che per crescere ed evolvere ha bisogno di “essere radicante”, gettando nuove radici in nuovi luoghi, e traendo da essi nuova linfa per il proprio sviluppo.
Una piccola, piccolissima intervista per ogni artista che, incontrato a New York abbia voluto rispondere alle mie poche domande, tracciando un nuovo legame nella fitta rete di radici che ognuno di noi, viaggiando, genera.

A presto, con NEW YORK ROOTS

If I am in New York is also thanks to “The Radicant”, a Nicolas Bourriaud’s essay, and the vision that the French critic has about contemporary Artist or, more broadly, contemporary Being: a person in needs of throwing new roots in new places to grow and evolve.
A short interview for each artist who met in New York and wouldn’t mind answering few questions, drawing a new bond in the dense network of roots, that each of us generates travelling.

See you soon, with NEW YORK ROOTS

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