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FuoriCentro. Iconografia della periferia urbana

Quando si dice che “la periferia sta nella testa” credo si intenda questo: è un modo di approcciare alla vita. Quando il de-centramento diventa un rafforzativo dello sguardo. Non necessariamente solo “ciò che è al centro”, ciò che è indiscutibilmente nell’occhio del ciclone, è buono, interessante, o degno di attenzione.

La prima periferia ha caratteristiche uniche, che forse accomuna queste aree dell’ “appena fuori” almeno in gran parte delle città d’Italia.
Nel Nord-est produttivo, dagli anni Settanta in poi, sfilano quasi senza soluzione di continuità capanni e capannoni, con annesse villette monofamiliari per piccoli imprenditori, dove il richiamo alla natura è dato non più che da una porzione di terra non più grande di un fazzoletto da naso, e l’unico albero sembra imprigionato tra grate di ferro anti-intrusione (o evasione). La periferia (urbana) ci rivela spesso la parte più vera di una città. Contiene quello che il centro, il “salotto buono”, spesso non ha voluto tra i piedi. Rappresenta ciò che viene relegato in secondo piano in un quadro ben fatto, o è il meccanismo celato di un orologio. Dove il centro storico abbraccia l’area industriale, quella è una delle zone di maggior apporto economico della città, ma spesso è un paradosso dal punto di vista paesaggistico e architettonico

CCF e Unione Collector, due realtà culturali che agiscono a Vicenza con un approccio critico e disincantato, mettono per un attimo in stand-by l’elogio a Palladio e al Palladianesimo della cittadina veneta, per rivolgere lo sguardo alla compagine – sociale, urbana – spinta fuori senza troppe remore dalla vetrina edulcorata del cuore in pietra bianca. Tutto ciò che serve ma che non vogliamo vedere.
Già materiale di indagine da parte di fotografi e critici che hanno saputo in qualche modo rileggere la bruttura di scorci di zone industriali riconoscendovi una certa “estetica dell’assurdo” – raccolto in quel geniale progetto che è l’Atlante dei Classici Padani – Fuoricentro
 ri-porta l’attenzione sulla “prima periferia” di Vicenza.
Con un accenno di voyeurismo, e un certo gusto per l’inusuale, gli occhi di quattro fotografi di fama internazionale, hanno dato vita ad un nuovo bagaglio iconografico di una zona (Vicenza Ovest) che, per ovvi motivi, non era ancora stata esplorata secondo delle finalità quantomeno documentaristiche. 

In un mese di residenza artistica, Lavinia ParlamentiRocco Rorandelli e Andrea & Magda, si sono addentrati, macchina fotografica alla mano, alla scoperta di ciò che è letteralmente fuori-centro:
 fuori dai circuiti palladiani, lontano dalle contrà del centro storico, lontano anche dalle ville poste tra la campagna e gli illeciti architettonici consentiti per legge. Cosa ne è uscito?

Scendendo due rampe di scale di Palazzo Chiericati, si finisce in un piccolo scrigno ben ristrutturato. Un discreto meandro di sale in mattoni voltate a botte, da qualche anno uno dei pochissimi (e agognati) spazi espositivi della città.
Fuoricentro ha investito questo spazio del compito di portare lo sguardo dei propri cittadini fuori dalle mura a confetto concetto di questa città bomboniera, costringendoli a farsi stupire da ciò che, appena sotto i loro occhi, non è praticamente mai stati veramente guardato.

La mostra curata da Pietro Vertamy apre con una gigantografia di un David michelangiolesco in poliuretano espanso (?) che accoglie in tutta la sua possanza i frequentatori di una delle più note discoteche del luogo. L’apoteosi del kitsch dimostra quanto, in queste aree “arricchite”, non si sia stati in grado di mettere da parte l’enunciato classico a discapito di una sincera presa di posizione.

La prima sezione espositiva è dedicata a Lavinia Parlamenti. La fotografa romana di vocazione street photographer, nel mese di residenza, ha inanellato una serie di ritratti anonimi di quella variegata umanità che partecipa alla vita quotidiana atipica di lap dance di impronta balcanica, discoteche obsolete, parcheggi semi abbandonati e luoghi-non-luoghi quali i foyer dei padiglioni fieristici.
La sua verve da Street Photographer le ha permesso di cogliere le “perle date ai porci” di un parterre di individui troppo spesso trattati alla stregua di prodotti di consumo. Ne è uscito un catalogo vivace, con una costante punta agrodolce, inconsapevolmente – per noi che guardiamo – sottolineata dall’attenta scelta cromatica, che accosta presenze umane a scorci surreali, e riesce a porre sullo stesso piano visivo la fisiognomica di una lap-dancer e una ringhiera sfondata avvinghiata ad una siepe.

Lavinia Parlamenti – Boys


Gli scatti di Rocco Rorandelli (noto soprattutto per lo splendido lavoro portato avanti con Terraproject) ci guardano dal basso in alto, spuntando in una selva di lightbox che emergono dalla penombra della sala.
Ispirato dalle teorie di Clement – che analizza l’importanza dei luoghi di risulta, quegli spazi verdi non previsti, che nulla hanno a che fare con la natura, ma che di essa conservano la capacità di riappropriazione di terreno, appena questo sfugge al controllo umano –  Rorandelli crea una spettacolare mappa di porzioni urbane, concedendoci una visione totalmente inconsueta di una città dall’alto. Non è la visione aerea a random di Google Earth, ma un dettagliato studio di pattern di impronta morrisiana, consentito da un drone guidato magistralmente, in una teoria di colmi di tetti, parcheggi a spina di pesce, orti urbani come un tetris…

La qualità altissima della stampa fotografica consente la lettura di particolari che, altrimenti, potrebbero passare inosservati. E invece è proprio la visione “rovesciata” (essendo le immagini parallele al piano di calpestio) che ci fa immedesimare nel sofisticato drone che il fotografo usa per questi “cut”, a permetterci una lettura privilegiata dell’urbe.

Rocco Rorandelli – Acciaieria Valbruna

L’ultima parte espositiva è dedicata alla ricerca di Andrea & Magda. Me li immagino vagare per la zona industriale della città su una bici elettrica con sottobraccio una scala, alla ricerca del punto di vista ideale sulle architetture industriali. E’ uno sguardo attento e tutt’altro che banale quello che ha consentito loro di interpretare paesaggi fortemente antropizzati ma dove la presenza umana è relegata al dettaglio. Appena poco più in alto del livello della strada, Andrea e Magda hanno “ritagliato” scorci di edifici che, stagliandosi contro il poco di “naturale” che è consentito dall’ambientazione, trasmettono in tutta la loro staticità l’essenza del “fuori-centro”. Il colore, anche qui, la fa da padrone. I monocromi “mat” delle facciate anonime delle fabbriche assumono un significato nuovo, contro il cielo azzurro che sembra scappato da un quadro di Canaletto…

Nel profondo Veneto
Dove il cielo è limpido
Dove il sole come te è sempre pallido.

Andrea & Magda – Dainese

 

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Studio Job. MAD HOUSE al Museum of Arts and Design di NY

Vale la pena un tour all’interno degli spazi del Museum of Arts and Design di New York. Un edificio bizzarro che, nonostante la sua bassa statura, si fa notare, tra i palazzi che fanno da corollario ad un confuso Cristoforo Colombo proprio al centro del Columbus Circle, sulla 59a strada. (Confuso, Colombo, perchè voci dicono che il suo dito non indichi nè le Indie, né l’entroterra. D’altronde in America c’era già arrivato. Che altro avrebbe dovuto indicare?!)

13606711_10208779759279017_4908494808804132436_nDicevo. Il Museum of Arts and Design. Il giovedì, dalle 6 alle 9 di sera, non solo i visitatori avidi di musei come me possono usufruire della formula Pay-What-You-Wish (a fronte dei 16 dollari del biglietto d’ingresso, nemmeno così costoso, se paragonato ad altri colossi museali in città) ma trovano il vantaggio di essere accompagnati lungo il percorso espositivo da una guida esperta che dà ottime informazioni utili alla comprensione di ciò che si sta (talvolta sbigottiti) guardando.
Dopo una rapida occhiata agli studi/atelier aperti al 6° piano, sono scesa al 5° imbattendomi in una delle principali “current exhibition”, Studio Job, MAD HOUSE.
Già il titolo mi ha divertito, MAD House, quando MAD è sia l’acronimo del museo (Museum, Art, Design) ma, ancora più azzeccato, la parola inglese per inidcare “pazzo”. In effetti gli oggetti in esposizione erano piuttosto bizzarri, pur essendo – come ha tenuto a ribadire più volte la nostra guida, e a me sembrava di riascoltare le parole del buon Bruno Munari – non solo esteticamente accattivanti ma anche, essendo prodotti di design (devono essere!) “estremamente” funzionali.
Tuttavia qui la funzionalità – che, invero, e seppur con qualche difficoltà, permane – lascia ampio spazio alla creatività, all’ironia e talvolta al sarcasmo, magistralmente orchestrato nel sapiente uso delle materie che compongono le bizzarre creazioni prodotte da Studio Job.

Con lo scattare del nuovo millennio due ingegnosi designer, Job Smeets (belga, del 1970) e Nynke Tynagel (olandese, del 1977) hanno aperto nella ricca e brillante Anversa il loro Studio Job, una fucina creativa che li ha portati, negli anni, ad ampliarsi fino ad annoverare un numero cospicuo di collaboratori, e produrre una quantità esorbitante di oggetti, finiti per la gran parte nelle collezioni private di ricchi committenti.
Mad House. Lampade, tavolini da salotto, armadi e orologi a pendolo mascherati da torte nuziali dal chiaro sentore erotico, navi che affondano o treni che deragliano, cattedrali e templi ribaltati, castelli ossidati dal tempo e pipe magrittiane.
In breve, la ricerca inesausta dei due designer nordici è fatta da continue peregrinazioni alla ricerca di spunti iconografici in un passato storico che passa dalle forme massicce dei castelli medievali alle guglie slanciate del neogotico anglosassone, passando per la Pop Art e tutto quello che ha partorito il Surrealismo, da Duchamp in avanti.

E’ arte? Forse non ce la si dovrebbe nemmeno porre, questa domanda, in un museo del design. Ma qui la risposta è smaccatamente “no, non lo è. E’ design.” E’ la capacità di riunire, all’interno di un unico manufatto  la qualità del progetto iniziale, sviluppato con maestria nell’esecutivo, unito alla sapienza tecnica nella lavorazione dei materiali. Certo non guasta la bizzarria anticonvenzionale e provocatoria che ne fa del lavoro di Studio Job quasi un “unicum”, ma non per questo possiamo definire questi insoliti “componenti d’arredo” oggetti d’arte.
Tuttavia la quantità di simboli e meta significati di cui sono zeppi questi “pezzi da collezione” (“C’è qualcuno che si metterebbe veramente in sala un orologio a pendolo come questo?” ha chiesto la guida al suo pubblico, “…a parte Donald Trump?”. Risate.) li fanno degni di una breve analisi, naturalmente supportata da qualche foto piuttosto esplicativa.

Siamo a New York, non può di certo mancare King Kong…che tuttavia non sta scalando come nel film cult l’Empire State Building, bensì un modellino del Burj Khalifa, il grattacielo di Dubai che, con i suoi 829 e passa metri, è ad oggi l’opera più alta di sempre costruita dall’uomo. Tuttavia King Kong, che ha vista sostituita la sua morbida pelliccia nera da una distesa di brillanti scuri posati a mano sulla sua possente figura rampante, sta comunque lottando contro gli aeroplanini “di tutte le guerre” che lo disturbano dal suo fine ultimo (sarà ancora l’amore per la bella bionda?) posati su nubi d’oro…
Ma la funzione di questo manufatto, qual è? Ah già, indicare l’ora! Ma quasi scompare alla vista, il piccolo quadrante incastonato nella facciata del tempio roseo della città di Petra, a sua volta inglobato nel grande masso dorato che fa da basamento alla scala a chiocciola dello scimmione.

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Lasciando New York arriviamo a Londra. Un altro signor orologio, questo che mantiene la scintillante autorevolezza del quadrante del Big Ben…ma tra quello e il Palazzo di Westminster che ne fa da basamento non c’è che un ammasso di pietre disposte come la sabbia in una clessidra. A completare questo sobrio presagio apocalittico c’è uno scoppiettante doble decker, il tipico bus londinese a due piani, con una fiammata che gli esce dal tubo di scappamento e i finestrini rotondi come palloni, proprio sulla sommità della torre dell’orologio.

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Ancora uno, l’ennesimo orologio. Ecco che esce la passione per il medioevo, per le leggende antiche e per i significati reconditi: nel cuore meccanico di questo “mantel clock” si insinua niente meno che la spada nella roccia, ispirandosi alla storia di Re Artù e alla preziosa Excalibur, bloccata nella roccia: ma il tempo passa senza che vi sia l’arrivo dell’agognato eroe a sguainarne l’affilata lama la quale finisce – seguendo il suo destino – per corrodersi… (l’orologio fa parte delle “Oxidized series”).

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E altre amenità…

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NEW YORK ROOTS #1 – ALESSANDRO DEL PERO

Questo, a tutti gli effetti, è il primo pezzo della rubrica NEW YORK ROOTS, una serie di interviste miste a racconti d’arte, che ho deciso di pubblicare mentre starò nella City, per lasciare traccia degli artisti che, man mano, incontrerò durante il mio soggiorno americano.

Alessandro Del Pero
è stato il primo artista che sono andata a conoscere, qui a New York.
Alcuni giorni dopo il mio arrivo nella City ho ricevuto una mail da Anna Quinz, un’amica, bolzanina doc dalla vocazione internazionale, che ha fatto del suo matrimonio la piattaforma di lancio per la propria impresa innovativa e professionale, coniugando l’industria del matrimonio e l’arte contemporanea (per scoprirne di più guardate The Wedding Enterprise) e che io ho conosciuto qualche anno fa durante un summer camp dalle temperature invernali dalle parti di Dolomiti Contemporanee . Nella mail Anna mi suggeriva caldamente di andare a conoscere un suo caro amico e conterraneo, un artista che da alcuni anni si era trasferito nella Grande Mela.
Detto fatto, scrivo ad Alessandro e pochi giorni dopo fissiamo un incontro per uno studio visit.
La cosa splendida di vivere (anche se per soli due mesi) nell’Upper West Side è che non solo sei a un tiro di schioppo da qualsiasi meta di Manhattan (la metro è di un’efficienza svizzera, quando funziona…) ma che puoi raggiungere a piedi Central Park, attraversarlo, e arrivare nell’East side costeggiando il muricciolo che delimita il lato corto a nord del parco, con un caffè in mano (fa molto newyorkese, lo sapete o devo farvelo vedere in una dozzina di film?) e finendo in men che non si dica dalle parti di Harlem.
E’ incredibile questa città, una via in più e in un istante ti trovi in un paese nuovo. La comunità afroamericana è per la gran parte concentrata dalla 110a strada in su, proprio dal margine superiore del parco, e poco sopra, dove Alessandro Del Pero ha il suo studio, già ci si può imbattere in inaspettate manifestazioni aggregative. (Tanto per farvi capire, alcuni giorni fa sono stata a fare due passi sulla 125a strada, per raggiungere The Studio Museum – che ahimè ho trovato chiuso per allestimento – e giuro mi sono sentita…strana! Mi sono chiesta da dove provenisse quella mia sensazione, e mi sono resa conto che, a ben vedere, ero l’unica donna bianca nel raggio di qualche centinaio di metri parecchio affollati di gente. Non per questo ho esitato a mettere dentro il naso in un paio di negozi di parrucche afro, e ho resistito all’impulso di comprare come souvenir una t-shirt stampata nel banchetto più trendy di Harlem – ehm – trovandomi a scegliere tra Malcom X, Muhammad Ali e altre icone nere, non so se più “local” o più “global”…)
Tornando a noi, suono al citofono, facendomi strada tra alcuni chiassosi ma bonari perdigiorno di fronte all’ingresso, e salgo un paio di rampe di scale del palazzo in cui Alessandro ha lo studio, trovandolo ad accogliermi sul pianerottolo. Giunti all’interno della grande stanza quasi completamente coperta alle pareti dai lavori sui quali sta lavorando, non possiamo non affacciarci discretamente alla finestra che dà sul cortile interno: un gruppetto sparuto di gente alle 11.30 di mattina sta cantando (da ore) una specie di litania, tenendo il ritmo con percussioni più o meno improvvisate, e muovendosi a tempo in una danza che ha tutto l’aspetto di qualcosa di rituale ma stanco, un tribale da condominio, che vista l’ora e il luogo assume – ai miei occhi – l’aspetto di qualcosa di ironicamente fuori posto, per quanto si percepisca la serietà con la quale gli astanti stanno compiendo questi gesti.
In effetti qui, e per qui intendo proprio il condominio, la musica è (o meglio era) di casa: fino a qualche mese prima lo stabile ospitava nientemeno che il National Jazz Museum in Harlem, ora spostatosi sulla 129a strada, ma il ritmo sembra oramai aver imbevuto  le pareti.

Alessandro siede di fronte a me, e mi racconta dei suoi lavori. Di come la passione per l’arte sia stata, ad un certo punto della sua vita, talmente forte da prendere il sopravvento su tutto, e di come New York sia stata una sorta di calamita. Un luogo aspro, per certi versi, non semplice ma che, proprio per la tensione continua alla quale ti costringe costantemente la Grande Mela, ti sprona ad avanzare nella ricerca, a migliorare, a superarti.
Le opere alle pareti sono grandi tele, molte delle quali ancora in lavorazione. Acrilici dai toni cupi, ma vibranti, soggetti in parte figurativi, ma che esprimono, proprio nell’asprezza della pennellata, e nell’uso calibrato della luce (le ombre prevalgono, sulla scena) un significato altro, recondito, svelato in parte dai titoli: le Pietà e le Deposizioni ritraggono tronchi d’albero spezzati, o affranti, ripiegati su loro stessi, nell’hortus conclusus di cortili angusti che, più che aprirsi verso l’esterno, tendono a chiudere la visione, drammaticamente.
Un lavoro di questa serie l’ho visto, una decina di giorni dopo, esposto tra le opere in mostra all’Istituto Italiano di Cultura a New York, a Midtown, nel palazzo lungo Park Avenue adiacente al Consolato Italiano. La grande Pietà occupava quasi per intero la parete del pianoterra dell’edificio, e la luce che giungeva dalle vetrate della scalinata monumentale ne esaltava la potenza evocativa.
Una seconda serie di lavori, Wired, mi ha colpito: le ambientazioni in interni dei dipinti (stanze sgombre di tutto, forse in anonimi appartamenti newyorkesi) erano “abitate” da presenze ambiguamente figurative: un dedalo di cavi che diventavano non solo gli abitanti delle stanze vuote, ma i protagonisti stessi delle opere, innescando dialoghi con l’altra protagonista, la luce, che entra da finestre non presenti sulla scena, creando figure geometriche irregolari sulla pavimentazioni d’assi di legno consunto.
Sei tele di questa serie sono state da poco esposte alla Cara Gallery, galleria di recente apertura, anch’essa nella splendida Chelsea, di proprietà di due italiani emigrati nella City da Milano.
Last but not least, direi che i ritratti meritano altrettanta attenzione. E’ vero, non posso fare a meno di ricordare Francis Bacon, guardandoli. Nei dipinti di Alessandro, pur essendo attenuata l’inquietudine dei volti, c’è un tentativo di voltare l’interno verso l’esterno, in quelle carni che sembrano private della pelle. Ma è non tanto quella epidermica a mancare, quanto la patina emotiva che talvolta si tenta di indossare, a mo’ di maschera, per nascondere allo sguardo altrui la propria più recondita identità.

Come ti chiami, qual è la tua età?
Mi chiamo Alessandro Del Pero ho 37 anni.

Come siamo entrati in contatto?
Una amica in comune ci ha messi in contatto

Di cosa ti occupi? / A quale progetto stai lavorando in questo momento?
Io faccio il pittore / nessun progetto, continuo a lavorare.

9 the sculptor 2013 acrylic on canvas 225x197 cm

The sculptor, 2013. Acrylic on canvas

Da quanto tempo sei a New York?
Sono a NY da circa 4 anni

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Wired XVI, 2014. Acrylic on canvas

Cosa ti sta dando la Grande Mela?
La grande mela mi sta spingendo a lavorare costantemente.

Pietà, esposta all'Istituto Italiano di Cultura

Pietà, esposta all’Istituto Italiano di Cultura

Dove credi siano, le tue radici?
Le mie radici sono in Italia, ma una di loro viene proprio da qui.

23 selfportrait 2014, 2014 acrylic on canvas 45x35 cm

Selfportrait, 2014. Acrylic on canvas

Dove ti si può trovare? 
Mi si può trovare ad Harlem. Nel mio studio.

Photoshoot Ale -30

Alessandro Del Pero

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MEMORABILIALE (per una COLLEZIONE EFFIMERA)

MEMORABILIA-LE
MEMORA-BILI-ALE
MEMORA-BILIALE
MEMORABILI-ALE
MEMORABILIALE

Ho bisogno di una memoria storica. Mentre pensavo a come raccontare del mio “adieu” a XXXXXXXX, mi è tornata alla mente quella famosa cantilena di Marina Abramovic, in cui lei, chiusa la relazione con Ulay, il suo inseparabile compagno, nella vita e nell’arte – ambiti che così spesso coincidevano, o si fondevano indissolubilmente – recitava come un mantra, all’interno di non ricordo più quale performance. Bye-bye, Extremes. Bye-bye, Purity. Bye-bye, Togetherness. Bye-bye, Intensity. Bye-bye, Jealously. Bye-bye, Structure. Bye-bye, Tibetans. Bye-bye, Danger. Bye-bye, Unhappiness. Bye-bye, Solitude. Bye-bye, Tears. Bye-bye, Ulay. […]
Monica è seduta ai piedi della gradinata del piccolo teatro. É lí fin dall’ingresso del primo spettatore in sala. Da dove sono seduta vedo le sue spalle sottili, la pelle bianca, le spalline del reggiseno, bianco anch’esso, e la canotta fucsia, coperta in parte dai capelli argentei, raccolti in una piccola coda. Non si muove di lì finchè le luci in sala non si spengono, lasciando il posto ai proiettori accesi sopra il piccolo palcoscenico. […]
Alcune notti fa ho fatto un sogno vivido: ho sentito, con l’esattezza della realtà, il peso di un corpo che si sdraiava sopra al mio, ne ho percepito la pressione sulla cassa toracica, il contatto della pelle, il piacere della vicinanza. Tutt’altro che restia a provare un’esperienza simile, ho ceduto, in sogno, all’abbraccio di cui ero protagonista. Al risveglio ero talmente certa che l’esperienza non fosse stata solamente onirica – relegata alla brevissima parentesi della fase REM – da provare un certo disappunto non trovando al mio fianco quel corpo sognato. In che modo la psiche condiziona (in sogno così come nella vita reale) il nostro corpo e la percezione che abbiamo di esso? Poche sono le volte in cui ci si lascia andare “come un corpo morto cade”. […]
Incontrai quel tale in treno. Stavo viaggiando alla volta di Treviso e mi imbattei in un uomo anziano, un’ottantina d’anni, all’incirca. Aveva una barbetta lunga e appuntita, da capro, e gli occhi vispi, che contrastavano con la pelle rugosa che li contornava. Con quelli scrutava l’intero scompartimento, saltando da un passeggero all’altro come cavallette affamate. Quando si fermò sui miei occhi cominciò a raccontare, senza un preambolo. E prese a narrarmi della Casa di Follina. […]
Facciamo che parliamo un po’ della concatenazione degli eventi. E’ tutta la vita che trascorre così, no? Solo che a volte non ce ne rendiamo conto, non facciamo molto caso a quanto certe faccende siano legate tra loro. Ad essere onesta non ho ben capito se in maniera del tutto casuale, o se invece sono io – a posteriori – a unire nella mia mappa mentale tutti quei puntini che corrispondono ai singoli eventi e trovarvi infine un disegno leggibile che assomiglia vagamente alla mia vita. […]
Il mio vero cognome è Cason. Olivares l’ho avuto in eredità “dal mio ex marito, narcotrafficante colombiano che, andandosene, mi ha lasciato il nome, una cicatrice e un figlio”. Scherzo.
Ma quel -on finale, è vero. E rivela le mie origini. I miei nonni paterni si trasferirono nel vicentino negli anni Quaranta del secolo scorso emigrando dal Bellunese, dalla vallata di Forno di Zoldo, per la precisione, che è a un tiro di schioppo da Longarone, la città che vive all’ombra della diga del Vajont.
Ho passato un anno sottotraccia. […]
Da quando il “mentore” mi ha chiesto qual era il mio curatore preferito sono caduta dallo sgabello in cui ero seduta, ho smesso di fare “robette”, e ho cominciato a studiare. Non ho più smesso.
Nemmeno una mostra ho curato da sola, quest’anno. Ma ho accumulato valanghe di pagine lette e sottolineate, decine di treni presi, innumerevoli mostre viste, battuto a tappeto qualche buona fiera (qui e oltremanica). Ho centinaia tra fotografie scattate, post condivisi, articoli sul sito portati a compimento; centinaia di ore di confronti con artisti, curatori, galleristi, amici vecchi e nuovi. Ho intessuto reti sempre più ampie, guardato il mondo dell’arte contemporanea da una prospettiva diversa, nuova, meno edulcorata.
Mi son fatta venire qualche buona crisi, ma poi l’ho superata, smettendo di concentrarmi sugli obiettivi (professionali), ma cercando di mantenermi fedele al metodo che mi sto costruendo. Il tiro va assestato continuamente. […]
Per attraversare la Colonia hai bisogno di una mappa”. Elisa prende dalla borsa un foglio piegato in quattro e lo apre davanti ai nostri occhi. Credo che neppure con quello sarei in grado di destreggiarmi tra il dedalo di corridoi vuoti che mi si para davanti. Ma a tentare l’esplorazione non sono io, ma il compagno di Maria, con la piccola Clara vestita da orsetto infilata nel marsupio e per niente infastidita dal freddo che investe anche la Colonia. Padre e figlia si incamminano lungo la rampa, mentre io ed Elisa riprendiamo la nostra chiacchierata. […]
L’amore di una vita se ne va di casa e io compro due pesci rossi. Dora e Pablo. C’è da stupirsi di come due esserini guizzanti, dentro una bolla di vetro piena d’acqua quasi sempre sporca, siano in grado di tenere compagnia. E di non fare domande indiscrete. […]
Intro. Ti ho riconosciuto nell’atrio della fiera, nell’andirivieni di gente ininterrotto che ti circondava. Tu eri al telefono e io ho pronunciato il mio nome senza emettere suono, per non disturbare la conversazione. “Petra”. Letto il labiale, hai chiuso la chiamata e ci siamo presentati come si conviene. Una stretta di mano, due baci sulle guance. Quelle cose che si fanno quando ci si vede per la prima volta, dopo essersi scambiati il giusto numero di messaggi scritti e una telefonata per capire dalla voce di che pasta si è fatti. […]
Il 9 luglio di un anno fa cadeva di lunedì. E nella calura estiva, mentre io percorrevo la A4 per raggiungere Forte Marghera, il mio compagno di una vita svuotava casa nostra dalle sue cose. […]

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 “Petra Cason tiene un blog in cui scrive d’arte in modo piuttosto narrativo e molto personale, un po’ diario e un po’ critica. Mi racconta che l’ha aperto in un momento in cui nella sua vita si è verificato un taglio (Cut, in inglese che poi è l’acronimo che significa tutt’altro di parte del titolo del blog). Per la Collezione mi porpone un cut-up (alla Borroughs!) del primo paragrafo di alcuni articoli del blog, quelli a cui è più legata. Quetsa raccolta di frammenti, di schegge d’arte, si mescola ad una raccolta di memorabilia domestica, tracce di memoria intima (cioè oggetti che sono come aneddoti di vita – e l’aneddoto, spiega Walter Benjamin, è simile alla collezione). E il blog di Petra, in fondo, è così: raccontare l’arte parlando della vita, e viceversa.” (Daniele Monarca, dal catalogo)

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COLLEZIONE EFFIMERA. Un progetto di Daniele Monarca
MEMORABILIALE, “cut” di Petra Cason Olivares (photo courtesy Andrea Garzotto)
– Domenica 17 aprile 2016 –

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TABULA ROSA. Lo sguardo di Aurora Di Mauro su ERRANZA

In preparazione ad ERRANZA, io – in veste di curatrice – e le due artiste Elisa Bertaglia ed Enrica Casentini abbiamo passato un intenso weekend di lavoro e confronto che ha preso la forma di una micro residenza artistica, ospitate giorno e notte ad Atipografia.
Durante una di queste giornate di scambio proficuo è stata assieme a noi Aurora Di Mauro, “madre e sorella” del progetto che vive con lei nella sua stessa casa di Padova, dal nome emblematico “Settima Onda”. Lei che ha fatto della sua “nicchia” un appartamento relazionale – e che guarda con occhio amorevole ed attento a quella fetta di arte contemporanea che gravita dentro e fuori dagli schemi entro i quali spesso si cerca di incasellarla – ha dato un contributo personalissimo al nostro progetto espositivo ERRANZA, scrivendo per noi un testo, pubblicato su “Giornale” di Atipografia.
Quella di Aurora è la traccia scritta di un’osservazione silenziosa (certo, dopo un confronto verbale con le due artiste) sull’esperienza di residenza, durante la quale ha potuto vedere Elisa ed Enrica lavorare, e vivere un momento condiviso, immerse nella preparazione di un importante progetto comune.

Qui riporto la versione integrale del testo di Aurora, mentre nel Giornale in mostra trovate la versione “condensed”. Che può essere un’utile traccia per ritrovarsi lungo il percorso espositivo.
Buona lettura.

Post scriptum: la mostra è visitabile fino al 21 maggio, il venerdì sabato e domenica, dalle 11 alle 19. Atipografia è in Piazza Campo Marzio ad Arzignano.

TABULA ROSA by Aurora Di Mauro (Settima Onda)

Abbiamo parlato molto io, Elisa, Enrica, Petra e Giovanni. Un tavolo ad unirci, noi che ci vedevamo, a parte Petra, per la prima volta. Giovanni, ad un certo punto, si è alzato. Al suo posto, un libro: “Il radicante” di Nicolas Bourriad (Postmedia, 2014)  che come strumento radiante (e, giustappunto, come radicante) è stato usato da Petra per collegare (forse legare) due artiste tra loro distinte (forse distanti). Ancora le nostre voci. Soprattutto la mia (è la supponenza dell’ospite atteso). Eppure, quello che nella mia mente ho trattenuto di quella giornata di residenza alla quale ho partecipato da osservatrice (di più: giusta la definizione del 1907 di Simmel, da “straniera interna”) è stato il silenzio. Perché c’era; si percepiva, nonostante la mia voce. Era quel silenzio che sospende ogni pensiero,  ma che, se lo sai cogliere, lo rapprende sulla superficie del volto. Era il silenzio che sospende ogni giudizio (l’epoché, il pensiero guida della poiesis di Atipografia per il 2016) e sospende il bisogno di assegnare un’etichetta o un titolo, una didascalia alla persona o a un’opera; ma anche il silenzio che sospende un desiderio impudico, uno sguardo nel buio, una paura taciuta, un salto nel vuoto, un passo a mezz’aria.
Ho dovuto, ad un certo punto, allontanarmi fisicamente, ho dovuto cedere il passo a quelle due donne, per poter ritrovare, dopo il silenzio dalle parole, il silenzio del fare. Ho guardato, anzi, spiato Elisa ed Enrica lavorare sul tetto della vecchia tipografia: le ho viste piegate sui loro lavori, sospese tra terra e cielo. Sotto il tetto, come fossi in preda ad una visione, vedevo apparire, tra carte sospese, l’albero capovolto di Deriva: un albero cosmico, intriso di antico sapere, che, con le sue radici impudicamente aree, invitava a sovvertire l’ordine costituito tra cielo e terra. Sovversivo rovesciamento: un habitat a me naturale.
E di rovesciamento in rovesciamento, tra tetto e terreno, tra basso e alto, tra luce e buio, tra luoghi chiusi e luoghi aperti (è lo stimolante nomadismo tra ambienti e situazioni spaziali che Atipografia è in grado di offrire) Elisa ed Enrica nei giorni della residenza hanno tentato di sovvertire l’ordine costituito delle loro persone, prima di tutto quello di essere autrici distinte: ognuna con le proprie storie di vita e di professione, con i personali percorsi di ricerca e di linguaggio: Elisa, occhi-di-cielo-senza-nuvole, ha cercato di entrare nella profondità dello sguardo ctonio di Enrica, che, all’apparenza,  ha occhi refrattari come certa argilla. Le ho viste, durante il loro fare, rivolgersi le spalle, chiudersi a conchiglia sui propri taccuini vergati da segni e disegni, riaprirsi all’improvviso un momento per intrecciare le mani lavorando affiancate; le ho viste poi allontanarsi ancora, mettere tra loro una distanza fisica, azzerare i pensieri,  stracciare fogli, percuotere i pennelli, cercare persino pericolosamente la soglia tra tetto e il vuoto sotto di esso. Guardando il giardino, laggiù.
L’erranza in nome della quale la curatrice Petra Cason Olivares ha cercato di unire Elisa Bertaglia ed Enrica Casentini ha avuto dunque luogo fin nella prima fase di passaggio dalla elaborazione in fieri della mostra alla sua finale (finale? Chissà… a me pare una mostra errante in sé) definizione. Il senso del viaggio che ognuna delle artiste si porta dietro per le proprie storie personali – come una valigia al cui interno c’è il peso di tutti i significati di esso (che è non solo esperienza di vita ma orizzonte di senso) –  non poteva restare fuori dalla soglia di Atipografia. Prepotentemente è entrata in quello spazio l’onda di quel viaggio,  diventato, nello spazio fabbriciere, un micro-viaggio (interno in tutti i sensi) fatto per allungamenti tra i diversi spazi, ma anche di soste, di radicamenti e di sradicamenti nell’agire creativo di Elisa e di Enrica. La mostra è nata soprattutto per sottrazioni. Le due donne, per unirsi, hanno dovuto fare azione di erosione, lieve ma costante, nei confronti di loro stesse. Ne è sortita, come metodo, una “tabula rosa”, che è qui capacità di cancellare trattenendo: è il chiudere alle spalle un passato trattenendone però frammenti, segni; è cancellare le tracce di un passaggio agitandovi sopra la leggerezza di una foglia (un’edera?); cancellando il proprio passaggio (inteso come storia di sé) prima di tutto, annullandolo ma conservando segni, anche esili, che si agganciano ad un sentiero scomparso, forse solo alla vista ma non alla memoria. Frugando tra i pensieri di Bourriaud: “Il radicante può tagliare le proprie radici principali senza danni, può riacclimatarsi; non esiste origine unica ma radicamenti successivi, simultanei o alternati”.
E’ un agire che rappresenta una delle tante possibili immagini di un altro passaggio.
C’è, infatti, uno spazio temporale significativo a mio giudizio che non viene ancora tenuto in gran conto dagli osservatori di ogni tipo, ed è quello del passaggio tra XX e XXI secolo. Ebbe maggior fortuna – abbiamo tutti ricordi liceali in proposito – il crinale tra Ottocento e Novecento, così saturo di paure e di bisogno di riscatti e, conseguentemente, così prolifico, con varie propaggini tra loro anche contrastanti, nelle arti. Sarà forse perché questo XXI secolo – che Bourriaud osserva nel suo bradisismo che impatta sull’artista contemporaneo – è iniziato senza aspettative e senza entusiasmi? Per dirla con le parole di uno scrittore a suo modo nomade: “Anche se non ancora a metà, il ventunesimo era già candidato a diventare il secolo più merdoso della storia. Nessuno ricordava com’era cominciato il declino. Qualcosa, all’improvviso, s’era rotto. Ognuno aveva continuato a fare quello che aveva sempre fatto, ma a un certo punto non era più bastato. Avevano lottato con coraggio; poi, avevano ceduto a una disperazione composta; infine, era calata una tristezza immanente, irrimediabile. Per millenni avevano aspettato con terrore al fine del mondo; ora era come se la fine fosse già avvenuta, di nascosto, e non ci fosse più nulla da aspettare. Tiravano avanti per inerzia, per abitudine, stanchezza, con facce spente, postcoitali”, Paolo Zardi, “XXI secolo”, (Neo, 2015).
E’ uno spazio-tempo sospeso il XXI secolo. L’autore radicante ne è in qualche modo il simbolo, nel suo aggrapparsi viaggiando, nel mondo globalizzato, al tempo nuovo, che è insieme nuovo spazio; si allunga con le estremità al dietro di sé, ma, trattenendolo, diventa non un passato ma altro “di” sé: “L’artista radicante inventa percorsi tra i segni: è un semionauta che mette le forme in movimento, inventando – attraverso e con esse – tragitti per mezzo dei quali si elabora in quanto soggetto, nello stesso tempo in cui si costituisce il suo corpus di opere. Ritaglia frammenti di significazione, raccoglie dei campioni; realizza erbari di forme” (N.Bourriaud) .
Elisa, occhi per nulla liquidi nonostante siano cielo e mare, ha uno sguardo fermo che ha la capacità di guardare dentro e fuori di sé, superando le soglie del visibile. Lo fa con un segno lieve, acqueo e areo insieme. Lo fa tramutandosi  in bambina che appare innocente e quasi invita a violare quella innocenza (brutale immaginazione?). Pronta a tuffarsi in mari e in intrecci di foglie, in semi-mondi ma anche in un mondo altro e rovesciato, appare quella bambina (o quel bambino, con un costumino anni Trenta: “l’ambiguità” dell’età dell’innocenza non consentirebbe di dare un sesso preciso) in eterna sospensione come in una attesa afasica, come aggrappata ad un sospetto: cosa trovo oltre il mio salto?   Nonostante i suoi occhi di luce, che pongono domande ma non consentono il conforto di risposte, Elisa esibisce un lato oscuro dove la verità va ricercata con sforzo, fisico e mentale, nel buio. Magari in una capsula emozionale, fisicamente liminare negli spazi ampi di Atipografia, dove, alzando gli occhi, puoi trovare una costellazione che si dipana come un’edera fossile, quasi cristallizzata che emana frammenti di luce e di vita. Invitando a oltrepassare quella soglia, a superare la paura del buio per trovare l’illuminazione della costellazione vegetale di Bindwood, Elisa ti invita ad entrare in una parte di sé che sa di casa.
Le vedo sempre meno distanti queste due donne…E non solo nell’area (aerea e materica insieme) senza titolo…
Enrica, che ha occhi che chiamano la terra,  si ferma sulla soglia. La sospensione, l’essere radicata in forma aerea al mondo è il suo passo. Lo rappresenta attraverso le sue Open Doors, porte che uniscono e che insieme distanziano: una porta aperta può essere un invito ad entrare ma anche ad allontanarsi, quando vince la paura o il sospetto per ciò che dietro può nascondersi. Come nel salto della bambina di Elisa.
Per ingoiare in un sospiro vitale quel sospetto bisogna saper ascoltare, ricordarsi che l’uomo è eretto e che sta in mezzo tra cielo e terra, che dovrebbe saper captare i segni tra i piedi e la testa, radar e radiante insieme: esile figura è il semionauta di Enrica in questo suo cammino leggero, fragile, pudico, silente. Captare e restituire, è questo il senso, per me ora e qui, dell’essere artista del XXI secolo. Quella piccola testa che appare quasi un orecchio rivolto verso la sfera celeste ad acchiappare costellazioni di segni arcaici, sembra anche una mano a coppa che accoglie nel suo incavo i segni del mondo con cui dissetare il proprio bisogno di sapere.
Quel captare è, per l’autrice, anche il suo presente fluido, orientato alla sperimentazione: uno sperimentare fatto di passi e non di corse, di soste in isole meditative in cui cogliere frammenti di vita: idee, luoghi, azioni, persone, sentimenti. E’ lo spazio del tempo di mezzo, ovvero della istallazione Kairos che chiede una pausa nel viaggio, chiede una sospensione – qualunque essa sia – nell’avventura/ventura/sventura della vita.  Per attendere che qualcosa accada.
Sì, Petra, l’ho capito. Sì, lo so che Bourriaud dice che “sono le radici che fanno soffrire gli individui: nel nostro mondo globalizzato persistono alla maniera di quegli arti fantasma la cui amputazione procura un dolore impossibile da combattere, poiché alimentato da una sostanza che non  esiste più”. E insiste; e tu insieme a lui: “Piuttosto che opporre una radice fissa ad un’altra, un’origine mitizzata a un suolo integratore e uniformante, non sarebbe più giudizioso fare appello ad altre categorie di pensiero, suggerite d’altronde da un immaginario mondiale in piena mutazione?”
Ma non ce la faccio. Ora ho bisogno di guardarmi indietro. Non posso fare diversamente. D’altronde non sono né un’artista né un critico d’arte. E poi dentro le narici mi è entrata un po’ di terra, che mi dà alla testa. Vedo, così, l’Uomo nella sua arcaicità, fatto di terra e acqua: l’uomo che proviene dal ventre, di una donna, la madre, che è poi il ventre della terra. Quell’uomo che ha attraversato tutti i flussi del tempo, tutte le latitudini, tutti i flussi del mare, tutte i cieli, proviene da un’unica culla, recinto protetto come un giardino (ma anche grande barca nella visione di Enrica per Cradle):  “Le antiche lingue mediterranee possedevano un’unica parola per indicare il giardino e il sesso femminile, recinto dell’amore e fonte della vita. Per i Greci il termine era kepos. Questo vocabolo conferma l’origine dell’uomo in un ambiente a lui idoneo, identico alla natura come totalità del cosmo”, (Massimo Venturi Ferriolo, Il giardino della Grande Madre (in “Attraverso giardini. Lezioni di storia, arte, botanica”, Edizioni Guerini e associati 1995). Vi ricordate il giardino guardato dal tetto?
Tossisco. La terra mi esce dalla gola. Respiro verso il cielo per purificarmi. E ancora nei pensieri “arcaici” di Venturi Ferriolo trovo alfine la conferma che la visione maieutica/maniacale che mi aveva ispirato il luogo fabbriciere e febbricitante di Atipografia mi stava portando a vedere finalmente unito il Cielo e la Terra, a de-comporre il sovvertimento e vedere unite Elisa ed Enrica nel loro viaggio distinto (e che tale resta!): “La vita è prodotto del desiderio dei due elementi acqua e terra di congiungersi in un’unione feconda. Il tema è ripreso con le sue varianti dal successivo patrimonio mitico. La Terra e il Cielo, Enki ed Ereshkigal, Gaia e Urano, Zeus ‘pioggia d’oro’ e Danae” (e qui c’è un omaggio ad un amico curatore; lui sì che non guarda indietro ma anticipa il presente).

Aurora Di Mauro, assieme ad Elisa Bertaglia ed Enrica Casentini, le artiste di ERRANZA, e Giovanni Paolin di Atipografia.

 

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