TABULA ROSA. Lo sguardo di Aurora Di Mauro su ERRANZA

In preparazione ad ERRANZA, io – in veste di curatrice – e le due artiste Elisa Bertaglia ed Enrica Casentini abbiamo passato un intenso weekend di lavoro e confronto che ha preso la forma di una micro residenza artistica, ospitate giorno e notte ad Atipografia.
Durante una di queste giornate di scambio proficuo è stata assieme a noi Aurora Di Mauro, “madre e sorella” del progetto che vive con lei nella sua stessa casa di Padova, dal nome emblematico “Settima Onda”. Lei che ha fatto della sua “nicchia” un appartamento relazionale – e che guarda con occhio amorevole ed attento a quella fetta di arte contemporanea che gravita dentro e fuori dagli schemi entro i quali spesso si cerca di incasellarla – ha dato un contributo personalissimo al nostro progetto espositivo ERRANZA, scrivendo per noi un testo, pubblicato su “Giornale” di Atipografia.
Quella di Aurora è la traccia scritta di un’osservazione silenziosa (certo, dopo un confronto verbale con le due artiste) sull’esperienza di residenza, durante la quale ha potuto vedere Elisa ed Enrica lavorare, e vivere un momento condiviso, immerse nella preparazione di un importante progetto comune.

Qui riporto la versione integrale del testo di Aurora, mentre nel Giornale in mostra trovate la versione “condensed”. Che può essere un’utile traccia per ritrovarsi lungo il percorso espositivo.
Buona lettura.

Post scriptum: la mostra è visitabile fino al 21 maggio, il venerdì sabato e domenica, dalle 11 alle 19. Atipografia è in Piazza Campo Marzio ad Arzignano.

TABULA ROSA by Aurora Di Mauro (Settima Onda)

Abbiamo parlato molto io, Elisa, Enrica, Petra e Giovanni. Un tavolo ad unirci, noi che ci vedevamo, a parte Petra, per la prima volta. Giovanni, ad un certo punto, si è alzato. Al suo posto, un libro: “Il radicante” di Nicolas Bourriad (Postmedia, 2014)  che come strumento radiante (e, giustappunto, come radicante) è stato usato da Petra per collegare (forse legare) due artiste tra loro distinte (forse distanti). Ancora le nostre voci. Soprattutto la mia (è la supponenza dell’ospite atteso). Eppure, quello che nella mia mente ho trattenuto di quella giornata di residenza alla quale ho partecipato da osservatrice (di più: giusta la definizione del 1907 di Simmel, da “straniera interna”) è stato il silenzio. Perché c’era; si percepiva, nonostante la mia voce. Era quel silenzio che sospende ogni pensiero,  ma che, se lo sai cogliere, lo rapprende sulla superficie del volto. Era il silenzio che sospende ogni giudizio (l’epoché, il pensiero guida della poiesis di Atipografia per il 2016) e sospende il bisogno di assegnare un’etichetta o un titolo, una didascalia alla persona o a un’opera; ma anche il silenzio che sospende un desiderio impudico, uno sguardo nel buio, una paura taciuta, un salto nel vuoto, un passo a mezz’aria.
Ho dovuto, ad un certo punto, allontanarmi fisicamente, ho dovuto cedere il passo a quelle due donne, per poter ritrovare, dopo il silenzio dalle parole, il silenzio del fare. Ho guardato, anzi, spiato Elisa ed Enrica lavorare sul tetto della vecchia tipografia: le ho viste piegate sui loro lavori, sospese tra terra e cielo. Sotto il tetto, come fossi in preda ad una visione, vedevo apparire, tra carte sospese, l’albero capovolto di Deriva: un albero cosmico, intriso di antico sapere, che, con le sue radici impudicamente aree, invitava a sovvertire l’ordine costituito tra cielo e terra. Sovversivo rovesciamento: un habitat a me naturale.
E di rovesciamento in rovesciamento, tra tetto e terreno, tra basso e alto, tra luce e buio, tra luoghi chiusi e luoghi aperti (è lo stimolante nomadismo tra ambienti e situazioni spaziali che Atipografia è in grado di offrire) Elisa ed Enrica nei giorni della residenza hanno tentato di sovvertire l’ordine costituito delle loro persone, prima di tutto quello di essere autrici distinte: ognuna con le proprie storie di vita e di professione, con i personali percorsi di ricerca e di linguaggio: Elisa, occhi-di-cielo-senza-nuvole, ha cercato di entrare nella profondità dello sguardo ctonio di Enrica, che, all’apparenza,  ha occhi refrattari come certa argilla. Le ho viste, durante il loro fare, rivolgersi le spalle, chiudersi a conchiglia sui propri taccuini vergati da segni e disegni, riaprirsi all’improvviso un momento per intrecciare le mani lavorando affiancate; le ho viste poi allontanarsi ancora, mettere tra loro una distanza fisica, azzerare i pensieri,  stracciare fogli, percuotere i pennelli, cercare persino pericolosamente la soglia tra tetto e il vuoto sotto di esso. Guardando il giardino, laggiù.
L’erranza in nome della quale la curatrice Petra Cason Olivares ha cercato di unire Elisa Bertaglia ed Enrica Casentini ha avuto dunque luogo fin nella prima fase di passaggio dalla elaborazione in fieri della mostra alla sua finale (finale? Chissà… a me pare una mostra errante in sé) definizione. Il senso del viaggio che ognuna delle artiste si porta dietro per le proprie storie personali – come una valigia al cui interno c’è il peso di tutti i significati di esso (che è non solo esperienza di vita ma orizzonte di senso) –  non poteva restare fuori dalla soglia di Atipografia. Prepotentemente è entrata in quello spazio l’onda di quel viaggio,  diventato, nello spazio fabbriciere, un micro-viaggio (interno in tutti i sensi) fatto per allungamenti tra i diversi spazi, ma anche di soste, di radicamenti e di sradicamenti nell’agire creativo di Elisa e di Enrica. La mostra è nata soprattutto per sottrazioni. Le due donne, per unirsi, hanno dovuto fare azione di erosione, lieve ma costante, nei confronti di loro stesse. Ne è sortita, come metodo, una “tabula rosa”, che è qui capacità di cancellare trattenendo: è il chiudere alle spalle un passato trattenendone però frammenti, segni; è cancellare le tracce di un passaggio agitandovi sopra la leggerezza di una foglia (un’edera?); cancellando il proprio passaggio (inteso come storia di sé) prima di tutto, annullandolo ma conservando segni, anche esili, che si agganciano ad un sentiero scomparso, forse solo alla vista ma non alla memoria. Frugando tra i pensieri di Bourriaud: “Il radicante può tagliare le proprie radici principali senza danni, può riacclimatarsi; non esiste origine unica ma radicamenti successivi, simultanei o alternati”.
E’ un agire che rappresenta una delle tante possibili immagini di un altro passaggio.
C’è, infatti, uno spazio temporale significativo a mio giudizio che non viene ancora tenuto in gran conto dagli osservatori di ogni tipo, ed è quello del passaggio tra XX e XXI secolo. Ebbe maggior fortuna – abbiamo tutti ricordi liceali in proposito – il crinale tra Ottocento e Novecento, così saturo di paure e di bisogno di riscatti e, conseguentemente, così prolifico, con varie propaggini tra loro anche contrastanti, nelle arti. Sarà forse perché questo XXI secolo – che Bourriaud osserva nel suo bradisismo che impatta sull’artista contemporaneo – è iniziato senza aspettative e senza entusiasmi? Per dirla con le parole di uno scrittore a suo modo nomade: “Anche se non ancora a metà, il ventunesimo era già candidato a diventare il secolo più merdoso della storia. Nessuno ricordava com’era cominciato il declino. Qualcosa, all’improvviso, s’era rotto. Ognuno aveva continuato a fare quello che aveva sempre fatto, ma a un certo punto non era più bastato. Avevano lottato con coraggio; poi, avevano ceduto a una disperazione composta; infine, era calata una tristezza immanente, irrimediabile. Per millenni avevano aspettato con terrore al fine del mondo; ora era come se la fine fosse già avvenuta, di nascosto, e non ci fosse più nulla da aspettare. Tiravano avanti per inerzia, per abitudine, stanchezza, con facce spente, postcoitali”, Paolo Zardi, “XXI secolo”, (Neo, 2015).
E’ uno spazio-tempo sospeso il XXI secolo. L’autore radicante ne è in qualche modo il simbolo, nel suo aggrapparsi viaggiando, nel mondo globalizzato, al tempo nuovo, che è insieme nuovo spazio; si allunga con le estremità al dietro di sé, ma, trattenendolo, diventa non un passato ma altro “di” sé: “L’artista radicante inventa percorsi tra i segni: è un semionauta che mette le forme in movimento, inventando – attraverso e con esse – tragitti per mezzo dei quali si elabora in quanto soggetto, nello stesso tempo in cui si costituisce il suo corpus di opere. Ritaglia frammenti di significazione, raccoglie dei campioni; realizza erbari di forme” (N.Bourriaud) .
Elisa, occhi per nulla liquidi nonostante siano cielo e mare, ha uno sguardo fermo che ha la capacità di guardare dentro e fuori di sé, superando le soglie del visibile. Lo fa con un segno lieve, acqueo e areo insieme. Lo fa tramutandosi  in bambina che appare innocente e quasi invita a violare quella innocenza (brutale immaginazione?). Pronta a tuffarsi in mari e in intrecci di foglie, in semi-mondi ma anche in un mondo altro e rovesciato, appare quella bambina (o quel bambino, con un costumino anni Trenta: “l’ambiguità” dell’età dell’innocenza non consentirebbe di dare un sesso preciso) in eterna sospensione come in una attesa afasica, come aggrappata ad un sospetto: cosa trovo oltre il mio salto?   Nonostante i suoi occhi di luce, che pongono domande ma non consentono il conforto di risposte, Elisa esibisce un lato oscuro dove la verità va ricercata con sforzo, fisico e mentale, nel buio. Magari in una capsula emozionale, fisicamente liminare negli spazi ampi di Atipografia, dove, alzando gli occhi, puoi trovare una costellazione che si dipana come un’edera fossile, quasi cristallizzata che emana frammenti di luce e di vita. Invitando a oltrepassare quella soglia, a superare la paura del buio per trovare l’illuminazione della costellazione vegetale di Bindwood, Elisa ti invita ad entrare in una parte di sé che sa di casa.
Le vedo sempre meno distanti queste due donne…E non solo nell’area (aerea e materica insieme) senza titolo…
Enrica, che ha occhi che chiamano la terra,  si ferma sulla soglia. La sospensione, l’essere radicata in forma aerea al mondo è il suo passo. Lo rappresenta attraverso le sue Open Doors, porte che uniscono e che insieme distanziano: una porta aperta può essere un invito ad entrare ma anche ad allontanarsi, quando vince la paura o il sospetto per ciò che dietro può nascondersi. Come nel salto della bambina di Elisa.
Per ingoiare in un sospiro vitale quel sospetto bisogna saper ascoltare, ricordarsi che l’uomo è eretto e che sta in mezzo tra cielo e terra, che dovrebbe saper captare i segni tra i piedi e la testa, radar e radiante insieme: esile figura è il semionauta di Enrica in questo suo cammino leggero, fragile, pudico, silente. Captare e restituire, è questo il senso, per me ora e qui, dell’essere artista del XXI secolo. Quella piccola testa che appare quasi un orecchio rivolto verso la sfera celeste ad acchiappare costellazioni di segni arcaici, sembra anche una mano a coppa che accoglie nel suo incavo i segni del mondo con cui dissetare il proprio bisogno di sapere.
Quel captare è, per l’autrice, anche il suo presente fluido, orientato alla sperimentazione: uno sperimentare fatto di passi e non di corse, di soste in isole meditative in cui cogliere frammenti di vita: idee, luoghi, azioni, persone, sentimenti. E’ lo spazio del tempo di mezzo, ovvero della istallazione Kairos che chiede una pausa nel viaggio, chiede una sospensione – qualunque essa sia – nell’avventura/ventura/sventura della vita.  Per attendere che qualcosa accada.
Sì, Petra, l’ho capito. Sì, lo so che Bourriaud dice che “sono le radici che fanno soffrire gli individui: nel nostro mondo globalizzato persistono alla maniera di quegli arti fantasma la cui amputazione procura un dolore impossibile da combattere, poiché alimentato da una sostanza che non  esiste più”. E insiste; e tu insieme a lui: “Piuttosto che opporre una radice fissa ad un’altra, un’origine mitizzata a un suolo integratore e uniformante, non sarebbe più giudizioso fare appello ad altre categorie di pensiero, suggerite d’altronde da un immaginario mondiale in piena mutazione?”
Ma non ce la faccio. Ora ho bisogno di guardarmi indietro. Non posso fare diversamente. D’altronde non sono né un’artista né un critico d’arte. E poi dentro le narici mi è entrata un po’ di terra, che mi dà alla testa. Vedo, così, l’Uomo nella sua arcaicità, fatto di terra e acqua: l’uomo che proviene dal ventre, di una donna, la madre, che è poi il ventre della terra. Quell’uomo che ha attraversato tutti i flussi del tempo, tutte le latitudini, tutti i flussi del mare, tutte i cieli, proviene da un’unica culla, recinto protetto come un giardino (ma anche grande barca nella visione di Enrica per Cradle):  “Le antiche lingue mediterranee possedevano un’unica parola per indicare il giardino e il sesso femminile, recinto dell’amore e fonte della vita. Per i Greci il termine era kepos. Questo vocabolo conferma l’origine dell’uomo in un ambiente a lui idoneo, identico alla natura come totalità del cosmo”, (Massimo Venturi Ferriolo, Il giardino della Grande Madre (in “Attraverso giardini. Lezioni di storia, arte, botanica”, Edizioni Guerini e associati 1995). Vi ricordate il giardino guardato dal tetto?
Tossisco. La terra mi esce dalla gola. Respiro verso il cielo per purificarmi. E ancora nei pensieri “arcaici” di Venturi Ferriolo trovo alfine la conferma che la visione maieutica/maniacale che mi aveva ispirato il luogo fabbriciere e febbricitante di Atipografia mi stava portando a vedere finalmente unito il Cielo e la Terra, a de-comporre il sovvertimento e vedere unite Elisa ed Enrica nel loro viaggio distinto (e che tale resta!): “La vita è prodotto del desiderio dei due elementi acqua e terra di congiungersi in un’unione feconda. Il tema è ripreso con le sue varianti dal successivo patrimonio mitico. La Terra e il Cielo, Enki ed Ereshkigal, Gaia e Urano, Zeus ‘pioggia d’oro’ e Danae” (e qui c’è un omaggio ad un amico curatore; lui sì che non guarda indietro ma anticipa il presente).

Aurora Di Mauro, assieme ad Elisa Bertaglia ed Enrica Casentini, le artiste di ERRANZA, e Giovanni Paolin di Atipografia.

 

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PINA. Il film di Wim Wenders a SCHERMI PIATTI cineARTforum

Un nuovo appuntamento per SCHERMI PIATTI, il cineARTforum di Laboratorio Arka dedicato alle arti contemporanee curato da Petra Cason Olivares.

MARTEDI 5 APRILE – ore 20.45

PINA. A film for Pina Bausch by Wim Wenders

Regia e sceneggiatura: Wim Wenders
Documentario, durata 106 min.
Francia, Germania, Gran Bretagna 2011

Ospite della serata sarà MARIGIA MAGGIPINTO, danzatrice, membro della compagnia del Tanztheater Pina Bausch dal 1989 al 1999, che ci racconterà la sua personale esperienza nel mondo del teatrodanza.

www.marigiamaggipinto.com

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SINOSSI del film (da ONDACINEMA.IT)
Il talento visivo di Wenders si confronta con la potenza espressiva delle coreografie di Pina Bausch (già comparsa sul grande schermo per Fellini ed Almodovar), il risultato è il documentario musicale “Pina”. Il lavoro era nato da un’idea di collaborazione dei due, amici sin dagli anni ’70, e concretizzatosi solo nel 2008 per subire un drastico arresto nell’anno successivo quando il 30 Giugno la Bausch morì all’età di 68 anni. A breve distanza il progetto ripartiva, ma ristrutturato sin alle fondamenta per diventare un ricordo del lavoro ed un omaggio alla coreografa del Tanztheater Wuppertal.
Sin dall’apertura col Rite of Spring, per il quale il palco è completamente ricoperto di terra, “Pina” segue le principali coreografie che la Bausch aveva disegnato sui principi del teatrodanza, un progetto che idealmente portava a termine quel processo di liberazione dai canoni del balletto classico che già Francois Delsarte aveva messo in crisi e che si accentuavano nell’espressionismo tedesco negli anni di Weimar. La liberazione del corpo da ogni costrizione e necessità, la ricerca di una libertà espressiva e comunicativa che rompeva anche il silenzio dei corpi muti conduceva ad una rottura con una struttura narrativa lineare sfociando nel simbolico che evocativamente cercava di accordarsi con le più primitive pulsioni umane. Una raffigurazione della vita in ogni sua tendenza. Un compito questo cui Pina Bausch ha dedicato la sua intera vita raggiungendo, con uno sguardo pittorico sulla messa in scena e con un fascio di idee ben salde, il riconoscimento da parte di critica ed ampio pubblico in giro per il mondo.
Wenders, poliedrico occhio del nuovo cinema tedesco, offre con “Pina” una nuova dimensione al lavoro infaticabile della Bausch aprendogli spazi che la natura scenica delle opere di teatrodanza precludeva e con continue invenzioni visive porta alla fioritura di tutte le idee della coreografa tedesca. Il risultato è un’opera emozionante, visivamente potente. Così gli infiniti ostacoli del cieco Café Müller disturbano e sbarrano i movimenti dei ballerini in una danza malinconica che accelera vertiginosamente quasi fino al collasso delle membra e che il regista inscatola in un plastico osservabile dall’esterno, così la gioia esplosiva di un movimento attorno al quale la coreografa struttura Full Moon e che Wenders insegue rompendo la barriera frontale del palcoscenico. Corpi che cercano di ricavare la loro dimensione negli spazii urbani con i quali si integrano o lottano, con cui si accordano o stridono in modo disturbante. Corpi che divengono ostacolo o mezzo di liberazione. Corpi che continuamente cercano il loro più autentico mondo d’appartenenza nell’incontro/scontro con gli elementi naturali o con gli artifici umani. Un corpo, è quello dell’uomo, che cerca instancabilmente la sintesi col mondo circostante. Gravità, leggerezza, costrizione, libertà. “Pina” è la coscienza del corpo, semplice bellezza.
In questo accorato ricordo di un’amica perduta ricostruito attraverso le parole dette e impresse nella mente, memoriale di una grande artista, Wenders in un dono d’amore disintegra la forma-documentario per ricostruirla attorno al flusso delle danze che sembrano già dialogare tra loro e ci offre alcune delle più belle immagini del cinema dei nostri giorni, evocative icone in movimento che si fanno largo nell’inconscio. Tra tanti timidi sguardi che sfiorano a malapena la cinepresa si alza un inno alla vita, lirica struggente della bellezza stessa.
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SCHERMI PIATTI è organizzato da Petra Cason Olivares, art curator.
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INFORMAZIONI
Il cineARTforum si terrà presso LABORATORIO ARKA – Contrà Mure San Michele 21-27, Vicenza

PRENOTAZIONE ALLE SERATE VIVAMENTE CONSIGLIATA ! (*posti a sedere limitati)
Per INFO e PRENOTAZIONI scrivere a petra@olivarescut.it
Link all’evento su FACEBOOK qui

L’ingresso è riservato ai SOCI LABORATORIO ARKA (costo tessera 2016 è di 5 euro).
Contributo a serata di 4 €.

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L’intimità di un talento. Alla ricerca di Vivian Maier -ultimo appuntamento con SCHERMI PIATTI cineARTforum

Chi è Vivian Maier?
Una perfetta sconosciuta, che, suo malgrado è giunta agli onori della cronaca a seguito di un fortuito ritrovamento di quello che era il suo “tesoro” celato.
Chissà se una donna schiva come lei avrebbe gradito tanto chiasso nei confronti della sua persona e della sua passione…
Vivian Maier ha trascorso un’esistenza lunga, e piuttosto solitaria. Nata a New York nel 1926 da genitori di origine europea (il padre era americano ma originario di una famiglia austriaca, la madre di natali francesi) trascorse l’infanza tra New York e la Francia, dopo la separazione dei suoi.
Per alcuni anni Vivian visse assieme alla madre nel Bronx presso un’amica francese – Jeanne Bertrand – fotografa professionista che trasmise alle due ospiti la passione per la sua professione.
Grazie alla vendita di una proprietà che le era stata lasciata in eredità nella regione francese di cui era originaria la famiglia, Vivian, all’età di 25 anni, riuscì ad acquistare due apparecchi fotografici, con i quali, messi a tracolla, percorse la regione delle Alte Alpi francesi, e in seguito il Nordamerica, scattando centinaia di fotografie.
Dal 1951, prima a New York e poi definitivamente a Chicago, Vivian si guadagnò da vivere facendo la bambinaia per ricche famiglie di americani. Diceva di non saper fare altri lavori, il mestiere di tata non la faceva impazzire. Eppure riuscì a farsi amare dai ragazzini di cui, negli anni si occupò. In modo particolare dai tre figli dei Gensburg, che si presero cura della loro “Mary Poppins” quando Vivian divenne anziana e, a causa di gravi difficoltà finanziarie, finì per trovare alloggio presso una pensione a buon mercato, e le fu pignorato il suo unico vero patrimonio. Difatti, in cinquant’anni e passa trascorsi a servizio di famiglie non sue, passò tutto il tempo che le rimaneva lontano dai pargoli a scattare fotografie e girare filmini in super8.
Era diventata un tutt’uno con la sua passione, che la coinvolse al punto tale da immedesimarsi nei panni di un “personaggio”, e attraverso gli occhi del suo appassionato alter-ego, documentò il suo passaggio nel mondo.

Le duecento scatole di cartone in cui lei per anni accatastò negativi e rullini non sviluppati furono messe all’asta quando Vivian non fu più in grado di pagare l’affitto del box che conteneva i suoi averi, e fu esattamente in quel momento che John Maloof, figlio di un rigattiere, entrò in possesso del tesoro di Vivian e portò alla luce un enorme patrimonio di immagini, poco prima della morte della fotografa, avvenuta nel 2009.

Una passione tenuta nascosta, o meglio, vissuta per il proprio piacere personale, senza bisogno di ostentazione o approvazione da parte di chicchessia.Il bagno privato di Vivian trasformato in una camera oscura, e al posto della toletta la nostra si dedicava a sviluppare i negativi.
Camera al collo, usciva in starda e anno dopo anno si dedicò sempre più seriamente a ritrarre tutti i soggetti le capitava di incontrare lungo le strade dei quartieri diventati suo terreno d’esplorazione: dai mendicanti ai personaggi famosi, dai mocciosi di strada a donne impellicciate. Fino a rivolgere la camera verso di sè, ma mai direttamente, cogliendo la sua persona attraverso le superfici specchianti delle vetrine dei negozi.
Una personalità strepitosamente affascinante, vissuta quasi totalmente nell’ombra, o ora disvelata, sotto gli occhi di tutti.
John Maloof ne fece un film dcumentario. Ma dopo aver chiarito cosa faceva, e in che modo magnifico lo faceva, la “street photographer ante litteram”, resterà da chiedersi: ma chi era, davvero, Vivian Maier?

Ultimo appuntamento del 2015 di SCHERMI PIATTI cineARTforum, progetto della Petra Cason con l’associazione Laboratorio Arka
MARTEDI 8 DICEMBRE ore 20.45
Introduce la proiezione del docufilm “ALLA RICERCA DI VIVIAN MAIER” Carlo Sala, critico d’arte e curatore.

E’ stato curatore del Comitato scientifico per le celebrazioni del centenario della nascita di Toni Benetton. Ha curato (con Nico Stringa) il Padiglione Venezia alla 12.Mostra internazionale di Architettura, Biennale di Venezia.
Ha curato l’edizione 2008 della Sezione Fotografica del Premio Internazionale Arte Laguna e attualmente è membro di giuria del Premio Nascimben. E’ stato uno dei curatori della 10. del Festival Art Stays a Ptuj (Slovenia) in occasione di Maribor Capitale europea della cultura.
E’ membro del comitato curatoriale della Fondazione Fabbri per cui cura il festival F4 / un’idea di Fotografia e il Premio Francesco Fabbri per le Arti Contemporanee.
E’ consulente per la Provincia di Treviso del palinsesto RetEventi e curatore del circuito di mostre Liquida – Arte in Rete.
E’ docente al Master in Photography all’Università IUAV di Venezia.
Sui saggi e testi critici sono apparsi in circa 30 pubblicazioni con varie case editrici, tra cui Allemandi, Marsilio, Mimesis, Bruno Mondandori e Skira.
Collabora come curatore indipendente in spazi pubblici museali e gallerie private. In particolare la sua attività è orientata alla progettazione e curatela artistica di rassegne che esplorino le tendenze contemporanee e lo scouting dell’arte emergente.

 

 

 

 

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BESTIE, ARBUSTI E ARTIFICI. La videoarte immersa nel Paesaggio

SCHERMI PIATTI cineARTforum non è una semplice rassegna cinematografica sull’arte contemporanea. E’ un’occasione per approfondire argomenti e artisti, talvolta poco conosciuti, attraverso le introduzioni di curatori e critici, e attivando dialoghi tra il pubblico, addentrandosi così nel mondo dell’arte contemporanea, al di fuori di gallerie e musei, e comprenderla un po’ di più.
Dopo i primi due appuntamenti, con i docufilm su due artisti di fama mondiale, Marina Abramovic e Ai Weiwei, la rassegna dedica i due martedì di novembre alla scoperta di giovani artisti contemporanei e alla loro ricerca svolta in relazione al paesaggio, al territorio che li riguarda da vicino.
Martedì 10 novembre ha visto il collegamento in diretta con Lastation, spazio di ricerca e “cabina di regia” dell’associazione Ramdom, situato al primo piano della stazione ferroviaria di Gagliano del Capo. L’artista Luca Coclite ha introdotto il film “Extreme Land”, che racconta il dietro le quinte dei progetti realizzati in quell’area di Puglia negli ultimi due anni nell’ambito di “Indagine sulle Terre Estreme”: una narrazione collettiva, che ha visto coinvolti artisti, associazioni e curatori coordinati da Ramdom, mettendo in luce il rapporto, dal punto di vista paesaggistico, sociale, ambientale, con un territorio – quello nell’estremità della Penisola – tutt’altro che semplice.
Proseguendo nell’affrontare i temi introdotti da “Extreme Land”, la serata di martedì 24 novembre sarà dedicata a “Bestie, arbusti e artifici”, selezione – compiuta dalla curatrice Veronica Mazzucco – di opere video di breve durata che compongono un percorso nell’esplorazione del rapporto uomo-natura.
I video, opera degli artisti Jérémy Laffon, Daniele Pezzi, Fabrizio Prevedello*, Cosimo Terlizzi* e Lucia Veronesi spaziano attraverso differenti tipologie (documentario, short movie, animazione, …) e registrano, attraverso il filtro concettuale dell’artista, una diversa modalità di approccio e di analisi del mondo naturale.
“Uomo e natura non nascono nello stesso momento. Tra i due vi è da sempre un rapporto di forze che mirano alla prevaricazione dell’uno sull’altro, un campo di tensioni all’interno del quale gli equilibri sono sottoposti a continue oscillazioni. Grazie alla sua capacità di pensiero, l’uomo ha la possibilità di perfezionare quello che la natura gli ha offerto. Si serve delle arti e costruisce artifici. Rappresentare la natura attraverso il medium del video, pur tentando la mimesi, diventa un’operazione artificiale, in quanto frutto di una progettazione umana, inevitabilmente scevra da una selezione critica e da un desiderio narrativo. Attraverso il montaggio filmico, che permette allo spettatore di immergersi totalmente nella scena arrivando a pensare di trovarcisi nel mezzo, l’uomo compie un atto estremamente artificiale.”

La curatrice Veronica Mazzucco, bellunese d’origine, si è formata ad Udine e Venezia, dove si è laureata in Egart. Ha iniziato ad operare in campo culturale presso la Collezione Peggy Guggenheim, la Biennale di Venezia e Dolomiti Contemporanee. Attualmente frequenta CAMPO15, scrive per Artribune e lavora sulla Parlanza, il suo blog.

SCHERMI PIATTI cineARTforum è un progetto curato dalla curatrice Petra Cason e l’associazione Laboratorio Arka.
SCHERMI PIATTI cineARTforum
“BESTIE, ARBUSTI E ARTIFICI”, con Veronica Mazzucco
Martedì 24 novembre dalle 20.45
presso Laboratorio Arka, Contrà Mure San Michele 27 – Vicenza

Per info e prenotazioni
petra@olivarescut.it
www.laboratorioarka.com/associazione
www.olivarescut.it
Prossimo appuntamento: martedì 8 dicembre, ore 20,45, con la proiezione del docufilm “Alla ricerca di Vivian Maier”, serata dedicata alla fotografa statunitense, introdotta dal critico e curatore d’arte Carlo Sala.
* Courtesy video: Galleria Cardelli&Fontana per Fabrizio Prevedello; Traffic Gallery per Cosimo Terlizzi.
(immagine in evidenza di LUCIA VERONESI)

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