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NEW YORK ROOTS #3 – ELISA BERTAGLIA

Il mio punto di riferimento su New York è stato, ancor prima della mia partenza, Elisa Bertaglia. L’artista, italiana, e carissima amica, è nella City dal primo aprile scorso, e New York sta diventando un po’ la sua seconda casa. Pertanto ho voluto coinvolgere anche lei nella mia rubrica NEW YORK ROOTS, ed ascoltare il suo punto di vista, rispetto al suo rapporto con questa città, soprattutto per quanto concerne la sua ricerca artistica.

Pittrice instancabile (io l’ho conosciuta a Borca di Cadore durante una residenza artistica curata da Dolomiti Contemporanee – ne racconto in un articolo qui – nella quale la vedevo lavorare stesa a terra per 12-14 ore al giorno, con una energia e una costanza che mi hanno immediatamente colpito), nelle tavole e nelle carte dipinte amalgama la delicatezza dei segni e le cromie armoniche con significanti dalle note dolenti, una crudeltà quasi violenta che non è mai palesata, ma che imbeve molto del suo lavoro, suggerita talvolta soltanto dai titoli.

Plateau Project, Progetto Borca - courtesy Dolomiti Contemporanee 2014

Plateau Project, Progetto Borca – courtesy Dolomiti Contemporanee 2014

Felice che abbia voluto rispondere alle domande della mia micro intervista, Elisa – dal suo studio a Brooklyn – riprende ora  le fila del discorso lasciate per un attimo dopo la nostra ultima mostra, ERRANZA. Del Radicante e di altri segni, tenutasi ad Atipografia nell’aprile/maggio scorsi, che ha dato lo spunto anche per questa rubrica d’oltreoceano.

Ed ecco quindi le sue risposte. Buona lettura!

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Elisa Bertaglia

Come ti chiami, qual è la tua età?
Mi chiamo Elisa Bertaglia ed ho 33 anni.

Come siamo entrati in contatto?
Ci siamo conosciute nel 2014, d’estate anche se faceva un freddo anomalo, mentre io stavo facendo una residenza d’artista all’interno di Progetto Borca – Dolomiti Contemporanee, e sviluppavo un progetto performativo oltre che pittorico. Consisteva in un grande disegno a pavimento di 10 metri quadrati. Da una decina di giorni vivevo da sola, lavoravo seguendo i ritmi della natura e della Colonia (il luogo della residenza), isolata, e tu hai fatto capolino negli ultimi giorni del mio progetto, insieme a Gianluca animando di presenze umane le mie giornate fatte di polvere, fioche luci e rumori di animali.

Di cosa ti occupi? / A quale progetto stai lavorando in questo momento?
Sono principalmente una pittrice. Ho da poco finito una residenza d’artista a Jersey City, la ESKFF al MANA Contemporary, dove sono stata selezionata con Grass Project, un progetto pittorico ad hoc in dialogo con la letteratura e la cultura americane. Mi sono appena trasferita nel mio studio a Brooklyn, dove vivrò/lavorerò per i prossimi tre mesi.

Da quanto tempo sei a New York?
Sono arrivata qui il 1 aprile, tre giorni prima dell’inizio della mia residenza, il giusto tempo per ambientarmi e riassettare la mia vita in questa città.

1- Brutal Imagination, 30x22 cm, olio, carboncino e grafite su carta, 2016

Brutal Imagination, 30×22 cm, olio, carboncino e grafite su carta, 2016

Cosa ti sta dando la Grande Mela?
Dire tanto è un pochino scontato, ma vero. Ormai conosco abbastanza bene (non benissimo) questa città e questa società. Mio fratello vive qui da quasi tre anni e sono venuta qui diverse volte per diverso tempo. Ormai lo stupore ha lasciato il posto ad un approccio più maturo e critico a questo posto; ma l’entusiasmo rimane. Penso di essere cambiata e cresciuta grazie al confronto costante con altri artisti, al dialogo con curatori e critici e ovviamente grazie alla possibilità di vedere ogni giorno centinaia di mostre stupende. Qualcosa di così massiccio e imponente che solo New York ti può dare.

Dove credi siano, le tue radici?
Quello delle radici è un argomento di cui io e te abbiamo discusso spesso e tanto. Di radici ne ho molte. Di sicuro la mia prima radice, quella più grossa e vecchia, è a Crespino, ma oggi, non è l’unica: ho molte altre radici, più giovani ma altrettanto indispensabili. Una di queste è anche qui.

Allestimento Erranza, Courtesy Atipografia, Foto di Luca Peruzzi - Golden Reveries, 20x15 cm cad., olio e pastelli su faesite, 2016

Allestimento Erranza, Courtesy Atipografia, Foto di Luca Peruzzi – Golden Reveries, 20×15 cm cad., olio e pastelli su faesite, 2016

Dove ti si può trovare? (realmente, virtualmente)
Realmente per altri tre mesi sono qui a New York, poi sarò in Italia a dipingere assiduamente nel mio studio a Rovigo, ma spostandomi per lavoro anche a Milano e Torino. Poi non lo so, sto cercando altre residenze d’artista per il 2017, mi piacerebbe molto farne una a Taiwan, vedremo…Ma le novità e i contatti sono tutti sul mio sito… elisabertaglia.com

1- Elisa Bertaglia, Brutal Imagination, 27,9x21,5 cm, olio, carboncino, grafite e pastelli su carta, 2016.

Brutal Imagination, 27,9×21,5 cm, olio, carboncino, grafite e pastelli su carta, 2016

(Immagine di copertina: Metamorphosis, allestimento presso la Galerie MZ, Augsburg Germania. Courtesy Galerie MZ)

 

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BINDWOOD. La costellazione vegetale di Elisa Bertaglia

Il termine arcaico inglese di edera (ivy) è bindwood. E’ una parola composta, che esprime bene ciò che l’edera fa, e per questo è, si chiama. Sta aggrappata al legno, legata, avvinghiata letteralmente al supporto, con il quale, col tempo, diventa una sola cosa, fondendosi quasi in un’entità unitaria. Il legno le serve per arrampicarsi, diventa necessario al suo sviluppo, e per fare questo l’edera getta avanti nuove piccole radici, meno solenni di quelle conficcate nel terreno dal quale la pianta ha preso vita, ma altrettanto necessarie al suo sostentamento.

Bindwood ha trovato dimora, lungo il percorso espositivo di ERRANZA. Del Radicante e di altri segni, in uno spazio raccolto, e quasi totalmente al buio, per permettere la visione intima della “costellazione vegetale” realizzata dall’artista Elisa Bertaglia. I piccoli punti luminosi che, guardando a testa in sù, leggiamo in tutta la loro preziosa definizione, racchiudono porzioni di foglie, sulla carnosità ramificata delle quali sono incise le silhouette di bambine, rannicchiate, fluttuanti, dormienti… Quella che, a tutti gli effetti può ricordare una costellazione celeste – richiamandola nelle fattezze, seppur miniaturizzate – trova in realtà ispirazione da uno scenario vegetale quanto poetico: la pioggia di pàmpini che circonda il pioppeto dietro la casa natale dell’artista. index La mitologia greca che narra della nascita di Crespino,vede negli alberi sorti lungo le rive del Po, le sorelle di Fetonte, figlio di Elio e della ninfa Climene, il quale morì per mano di Zeus, nel tentativo di fermare il carro che trasportava il Sole, del quale Fetonte aveva perso il controllo provocando sulla terrà incendi e siccità. Le sorelle Eliadi, accorse a piangere la fine tragica dell’amato fratello, furono trasformate in pioppi, e le loro lacrime in ambra. Ogni infiorescenza è “fermata” a soffitto, da Elisa, in un punto luminoso, che racchiude in sè tanto l’origine quanto la trasformazione, reiterazione del concetto di divenire (o “erranza”) che non ha mai fine.   12961556_982660958454292_6926622722884265721_n 13124841_1274433712584497_6280223040191314513_n BINDWOOD. Installazione site specific di Elisa Bertaglia per ERRANZA. DEL RADICANTE E DI ALTRI SEGNI. Doppia personale delle artiste Elisa Bertaglia e Enrica Casentini, a cura di Petra Cason Olivares. 31 marzo – 29 maggio Atipografia, piazza Campo Marzio 26 Arzignano (VI)

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TABULA ROSA. Lo sguardo di Aurora Di Mauro su ERRANZA

In preparazione ad ERRANZA, io – in veste di curatrice – e le due artiste Elisa Bertaglia ed Enrica Casentini abbiamo passato un intenso weekend di lavoro e confronto che ha preso la forma di una micro residenza artistica, ospitate giorno e notte ad Atipografia.
Durante una di queste giornate di scambio proficuo è stata assieme a noi Aurora Di Mauro, “madre e sorella” del progetto che vive con lei nella sua stessa casa di Padova, dal nome emblematico “Settima Onda”. Lei che ha fatto della sua “nicchia” un appartamento relazionale – e che guarda con occhio amorevole ed attento a quella fetta di arte contemporanea che gravita dentro e fuori dagli schemi entro i quali spesso si cerca di incasellarla – ha dato un contributo personalissimo al nostro progetto espositivo ERRANZA, scrivendo per noi un testo, pubblicato su “Giornale” di Atipografia.
Quella di Aurora è la traccia scritta di un’osservazione silenziosa (certo, dopo un confronto verbale con le due artiste) sull’esperienza di residenza, durante la quale ha potuto vedere Elisa ed Enrica lavorare, e vivere un momento condiviso, immerse nella preparazione di un importante progetto comune.

Qui riporto la versione integrale del testo di Aurora, mentre nel Giornale in mostra trovate la versione “condensed”. Che può essere un’utile traccia per ritrovarsi lungo il percorso espositivo.
Buona lettura.

Post scriptum: la mostra è visitabile fino al 21 maggio, il venerdì sabato e domenica, dalle 11 alle 19. Atipografia è in Piazza Campo Marzio ad Arzignano.

TABULA ROSA by Aurora Di Mauro (Settima Onda)

Abbiamo parlato molto io, Elisa, Enrica, Petra e Giovanni. Un tavolo ad unirci, noi che ci vedevamo, a parte Petra, per la prima volta. Giovanni, ad un certo punto, si è alzato. Al suo posto, un libro: “Il radicante” di Nicolas Bourriad (Postmedia, 2014)  che come strumento radiante (e, giustappunto, come radicante) è stato usato da Petra per collegare (forse legare) due artiste tra loro distinte (forse distanti). Ancora le nostre voci. Soprattutto la mia (è la supponenza dell’ospite atteso). Eppure, quello che nella mia mente ho trattenuto di quella giornata di residenza alla quale ho partecipato da osservatrice (di più: giusta la definizione del 1907 di Simmel, da “straniera interna”) è stato il silenzio. Perché c’era; si percepiva, nonostante la mia voce. Era quel silenzio che sospende ogni pensiero,  ma che, se lo sai cogliere, lo rapprende sulla superficie del volto. Era il silenzio che sospende ogni giudizio (l’epoché, il pensiero guida della poiesis di Atipografia per il 2016) e sospende il bisogno di assegnare un’etichetta o un titolo, una didascalia alla persona o a un’opera; ma anche il silenzio che sospende un desiderio impudico, uno sguardo nel buio, una paura taciuta, un salto nel vuoto, un passo a mezz’aria.
Ho dovuto, ad un certo punto, allontanarmi fisicamente, ho dovuto cedere il passo a quelle due donne, per poter ritrovare, dopo il silenzio dalle parole, il silenzio del fare. Ho guardato, anzi, spiato Elisa ed Enrica lavorare sul tetto della vecchia tipografia: le ho viste piegate sui loro lavori, sospese tra terra e cielo. Sotto il tetto, come fossi in preda ad una visione, vedevo apparire, tra carte sospese, l’albero capovolto di Deriva: un albero cosmico, intriso di antico sapere, che, con le sue radici impudicamente aree, invitava a sovvertire l’ordine costituito tra cielo e terra. Sovversivo rovesciamento: un habitat a me naturale.
E di rovesciamento in rovesciamento, tra tetto e terreno, tra basso e alto, tra luce e buio, tra luoghi chiusi e luoghi aperti (è lo stimolante nomadismo tra ambienti e situazioni spaziali che Atipografia è in grado di offrire) Elisa ed Enrica nei giorni della residenza hanno tentato di sovvertire l’ordine costituito delle loro persone, prima di tutto quello di essere autrici distinte: ognuna con le proprie storie di vita e di professione, con i personali percorsi di ricerca e di linguaggio: Elisa, occhi-di-cielo-senza-nuvole, ha cercato di entrare nella profondità dello sguardo ctonio di Enrica, che, all’apparenza,  ha occhi refrattari come certa argilla. Le ho viste, durante il loro fare, rivolgersi le spalle, chiudersi a conchiglia sui propri taccuini vergati da segni e disegni, riaprirsi all’improvviso un momento per intrecciare le mani lavorando affiancate; le ho viste poi allontanarsi ancora, mettere tra loro una distanza fisica, azzerare i pensieri,  stracciare fogli, percuotere i pennelli, cercare persino pericolosamente la soglia tra tetto e il vuoto sotto di esso. Guardando il giardino, laggiù.
L’erranza in nome della quale la curatrice Petra Cason Olivares ha cercato di unire Elisa Bertaglia ed Enrica Casentini ha avuto dunque luogo fin nella prima fase di passaggio dalla elaborazione in fieri della mostra alla sua finale (finale? Chissà… a me pare una mostra errante in sé) definizione. Il senso del viaggio che ognuna delle artiste si porta dietro per le proprie storie personali – come una valigia al cui interno c’è il peso di tutti i significati di esso (che è non solo esperienza di vita ma orizzonte di senso) –  non poteva restare fuori dalla soglia di Atipografia. Prepotentemente è entrata in quello spazio l’onda di quel viaggio,  diventato, nello spazio fabbriciere, un micro-viaggio (interno in tutti i sensi) fatto per allungamenti tra i diversi spazi, ma anche di soste, di radicamenti e di sradicamenti nell’agire creativo di Elisa e di Enrica. La mostra è nata soprattutto per sottrazioni. Le due donne, per unirsi, hanno dovuto fare azione di erosione, lieve ma costante, nei confronti di loro stesse. Ne è sortita, come metodo, una “tabula rosa”, che è qui capacità di cancellare trattenendo: è il chiudere alle spalle un passato trattenendone però frammenti, segni; è cancellare le tracce di un passaggio agitandovi sopra la leggerezza di una foglia (un’edera?); cancellando il proprio passaggio (inteso come storia di sé) prima di tutto, annullandolo ma conservando segni, anche esili, che si agganciano ad un sentiero scomparso, forse solo alla vista ma non alla memoria. Frugando tra i pensieri di Bourriaud: “Il radicante può tagliare le proprie radici principali senza danni, può riacclimatarsi; non esiste origine unica ma radicamenti successivi, simultanei o alternati”.
E’ un agire che rappresenta una delle tante possibili immagini di un altro passaggio.
C’è, infatti, uno spazio temporale significativo a mio giudizio che non viene ancora tenuto in gran conto dagli osservatori di ogni tipo, ed è quello del passaggio tra XX e XXI secolo. Ebbe maggior fortuna – abbiamo tutti ricordi liceali in proposito – il crinale tra Ottocento e Novecento, così saturo di paure e di bisogno di riscatti e, conseguentemente, così prolifico, con varie propaggini tra loro anche contrastanti, nelle arti. Sarà forse perché questo XXI secolo – che Bourriaud osserva nel suo bradisismo che impatta sull’artista contemporaneo – è iniziato senza aspettative e senza entusiasmi? Per dirla con le parole di uno scrittore a suo modo nomade: “Anche se non ancora a metà, il ventunesimo era già candidato a diventare il secolo più merdoso della storia. Nessuno ricordava com’era cominciato il declino. Qualcosa, all’improvviso, s’era rotto. Ognuno aveva continuato a fare quello che aveva sempre fatto, ma a un certo punto non era più bastato. Avevano lottato con coraggio; poi, avevano ceduto a una disperazione composta; infine, era calata una tristezza immanente, irrimediabile. Per millenni avevano aspettato con terrore al fine del mondo; ora era come se la fine fosse già avvenuta, di nascosto, e non ci fosse più nulla da aspettare. Tiravano avanti per inerzia, per abitudine, stanchezza, con facce spente, postcoitali”, Paolo Zardi, “XXI secolo”, (Neo, 2015).
E’ uno spazio-tempo sospeso il XXI secolo. L’autore radicante ne è in qualche modo il simbolo, nel suo aggrapparsi viaggiando, nel mondo globalizzato, al tempo nuovo, che è insieme nuovo spazio; si allunga con le estremità al dietro di sé, ma, trattenendolo, diventa non un passato ma altro “di” sé: “L’artista radicante inventa percorsi tra i segni: è un semionauta che mette le forme in movimento, inventando – attraverso e con esse – tragitti per mezzo dei quali si elabora in quanto soggetto, nello stesso tempo in cui si costituisce il suo corpus di opere. Ritaglia frammenti di significazione, raccoglie dei campioni; realizza erbari di forme” (N.Bourriaud) .
Elisa, occhi per nulla liquidi nonostante siano cielo e mare, ha uno sguardo fermo che ha la capacità di guardare dentro e fuori di sé, superando le soglie del visibile. Lo fa con un segno lieve, acqueo e areo insieme. Lo fa tramutandosi  in bambina che appare innocente e quasi invita a violare quella innocenza (brutale immaginazione?). Pronta a tuffarsi in mari e in intrecci di foglie, in semi-mondi ma anche in un mondo altro e rovesciato, appare quella bambina (o quel bambino, con un costumino anni Trenta: “l’ambiguità” dell’età dell’innocenza non consentirebbe di dare un sesso preciso) in eterna sospensione come in una attesa afasica, come aggrappata ad un sospetto: cosa trovo oltre il mio salto?   Nonostante i suoi occhi di luce, che pongono domande ma non consentono il conforto di risposte, Elisa esibisce un lato oscuro dove la verità va ricercata con sforzo, fisico e mentale, nel buio. Magari in una capsula emozionale, fisicamente liminare negli spazi ampi di Atipografia, dove, alzando gli occhi, puoi trovare una costellazione che si dipana come un’edera fossile, quasi cristallizzata che emana frammenti di luce e di vita. Invitando a oltrepassare quella soglia, a superare la paura del buio per trovare l’illuminazione della costellazione vegetale di Bindwood, Elisa ti invita ad entrare in una parte di sé che sa di casa.
Le vedo sempre meno distanti queste due donne…E non solo nell’area (aerea e materica insieme) senza titolo…
Enrica, che ha occhi che chiamano la terra,  si ferma sulla soglia. La sospensione, l’essere radicata in forma aerea al mondo è il suo passo. Lo rappresenta attraverso le sue Open Doors, porte che uniscono e che insieme distanziano: una porta aperta può essere un invito ad entrare ma anche ad allontanarsi, quando vince la paura o il sospetto per ciò che dietro può nascondersi. Come nel salto della bambina di Elisa.
Per ingoiare in un sospiro vitale quel sospetto bisogna saper ascoltare, ricordarsi che l’uomo è eretto e che sta in mezzo tra cielo e terra, che dovrebbe saper captare i segni tra i piedi e la testa, radar e radiante insieme: esile figura è il semionauta di Enrica in questo suo cammino leggero, fragile, pudico, silente. Captare e restituire, è questo il senso, per me ora e qui, dell’essere artista del XXI secolo. Quella piccola testa che appare quasi un orecchio rivolto verso la sfera celeste ad acchiappare costellazioni di segni arcaici, sembra anche una mano a coppa che accoglie nel suo incavo i segni del mondo con cui dissetare il proprio bisogno di sapere.
Quel captare è, per l’autrice, anche il suo presente fluido, orientato alla sperimentazione: uno sperimentare fatto di passi e non di corse, di soste in isole meditative in cui cogliere frammenti di vita: idee, luoghi, azioni, persone, sentimenti. E’ lo spazio del tempo di mezzo, ovvero della istallazione Kairos che chiede una pausa nel viaggio, chiede una sospensione – qualunque essa sia – nell’avventura/ventura/sventura della vita.  Per attendere che qualcosa accada.
Sì, Petra, l’ho capito. Sì, lo so che Bourriaud dice che “sono le radici che fanno soffrire gli individui: nel nostro mondo globalizzato persistono alla maniera di quegli arti fantasma la cui amputazione procura un dolore impossibile da combattere, poiché alimentato da una sostanza che non  esiste più”. E insiste; e tu insieme a lui: “Piuttosto che opporre una radice fissa ad un’altra, un’origine mitizzata a un suolo integratore e uniformante, non sarebbe più giudizioso fare appello ad altre categorie di pensiero, suggerite d’altronde da un immaginario mondiale in piena mutazione?”
Ma non ce la faccio. Ora ho bisogno di guardarmi indietro. Non posso fare diversamente. D’altronde non sono né un’artista né un critico d’arte. E poi dentro le narici mi è entrata un po’ di terra, che mi dà alla testa. Vedo, così, l’Uomo nella sua arcaicità, fatto di terra e acqua: l’uomo che proviene dal ventre, di una donna, la madre, che è poi il ventre della terra. Quell’uomo che ha attraversato tutti i flussi del tempo, tutte le latitudini, tutti i flussi del mare, tutte i cieli, proviene da un’unica culla, recinto protetto come un giardino (ma anche grande barca nella visione di Enrica per Cradle):  “Le antiche lingue mediterranee possedevano un’unica parola per indicare il giardino e il sesso femminile, recinto dell’amore e fonte della vita. Per i Greci il termine era kepos. Questo vocabolo conferma l’origine dell’uomo in un ambiente a lui idoneo, identico alla natura come totalità del cosmo”, (Massimo Venturi Ferriolo, Il giardino della Grande Madre (in “Attraverso giardini. Lezioni di storia, arte, botanica”, Edizioni Guerini e associati 1995). Vi ricordate il giardino guardato dal tetto?
Tossisco. La terra mi esce dalla gola. Respiro verso il cielo per purificarmi. E ancora nei pensieri “arcaici” di Venturi Ferriolo trovo alfine la conferma che la visione maieutica/maniacale che mi aveva ispirato il luogo fabbriciere e febbricitante di Atipografia mi stava portando a vedere finalmente unito il Cielo e la Terra, a de-comporre il sovvertimento e vedere unite Elisa ed Enrica nel loro viaggio distinto (e che tale resta!): “La vita è prodotto del desiderio dei due elementi acqua e terra di congiungersi in un’unione feconda. Il tema è ripreso con le sue varianti dal successivo patrimonio mitico. La Terra e il Cielo, Enki ed Ereshkigal, Gaia e Urano, Zeus ‘pioggia d’oro’ e Danae” (e qui c’è un omaggio ad un amico curatore; lui sì che non guarda indietro ma anticipa il presente).

Aurora Di Mauro, assieme ad Elisa Bertaglia ed Enrica Casentini, le artiste di ERRANZA, e Giovanni Paolin di Atipografia.

 

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ERRANZA. Del Radicante e di altri segni

Giovedì 31 marzo inaugura ad Arzignano, negli spazi di Atipografia, ERRANZA. Del radicante e di altri segni, doppia personale – a mia cura – delle artiste Elisa Bertaglia e Enrica Casentini. Qui di seguito alcune mie considerazioni che raccontano da dove è nata questa mostra, e già alcune anticipazioni sulle opere che si stanno preparando.

GENESI DI UNA MOSTRA
L’artista contemporaneo è un essere in viaggio. Elabora un pensiero nomade, e il suo avanzamento è fatto di nuovi segni che diventano, con l’incedere, parte di un bagaglio (culturale, iconografico, verbale, concettuale) sempre più esteso.
Punto di partenza della riflessione che ha portato a questa mostra è stato un saggio sull’arte contemporanea scritto dal critico d’arte francese Nicolas Bourriaud (uscito nel 2009 in Francia e nel 2014 nella traduzione italiana) intitolato “Il radicante. Per un’estetica della globalizzazione”, testo che è stato letto e discusso da tutte noi nel corso di questi mesi, e che ci è servito da traccia, per un’idea di esposizione, lungo la quale aprire un dialogo tra noi tre e, per ogni singola artista, attuando una riflessione nei confronti del proprio lavoro.
Nella mia pratica curatoriale ho posto una di fronte all’altra due artiste (Elisa Bertaglia ed Enrica Casentini) che non si conoscevano, e che non conoscevano nemmeno il pregresso artistico l’una dell’altra, ma delle quali avevo intravisto un’affinità elettiva. E ho posto loro una sfida: quella di confrontarsi (ancor prima di farlo tra loro, realizzando una mostra assieme, lavorando a quattro mani su un progetto condiviso) con la figura del Radicante e con le teorie sul contemporaneo elaborate dal critico francese.

Chi è, e dove sta andando l’artista contemporaneo? Qual è la direzione che sta prendendo la ricerca artistica, e che tipo di relazione sta instaurando con la contemporaneità? Questi fondamentalmente sono i nodi attorno ai quali gravitano le considerazioni di Bourriaud, questioni che abbiamo tentato di fare nostre.
Bourriaud parla della sua visione dell’artista contemporaneo quale figlio del suo tempo, in un ormai avviato XXI secolo, individuo che si trova – nell’altermodernità – ad abbandonare, volente o nolente, i pre-concetti che furono fondanti per il secolo appena trascorso.
L’autore, dopo aver fatto un quadro completo che parte dalla modernità, giunge ai giorni nostri interrogandosi su chi siano le figure dominanti della cultura contemporanea, e riscontra nella figura dell’errante (sia esso l’immigrato, l’esiliato o il turista) l’individuo figlio del proprio tempo. E utilizza un linguaggio proveniente dal mondo vegetale, per descriverne le caratteristiche che lo rappresentano: gli esseri che abitano questo XXI secolo ricordano i radicanti “quelle piante che per crescere non si affidano a un’unica radice, ma avanzano in tutti i sensi sulle superfici che si offrono loro, aggrappandovisi”. Come l’edera, come la fragola, come la gramigna. Il radicante fa crescere – in base alle necessità – una ramificazione secondaria che affianca la radice principale, e si sviluppa e trae nutrimento a seconda del terreno che lo accoglie, instaurando un nuovo rapporto con lo spazio con cui il radicante entra in contatto.
Ma come è giunto Bourriaud alla figura del “radicante”? Faccio un passo indietro.
Il modernismo era ossessionato dal concetto di radicalità, ossia dalla volontà inarrestabile di ritornare alle origini (le radici) e per fare questo insistette nel fare tabula rasa dello stato delle cose, spianando letteralmente il terreno sul quale ricostruire da zero un linguaggio privo delle scorie che la Storia aveva lasciato in eredità. Le Avanguardie storiche, aderendo totalmente a questo concetto, lavorarono per sottrazione, epurando l’arte degli influssi del passato, e decretando il “nuovo” a “criterio estetico” in sé. Qui la radice “rappresenta al contempo un’origine mitica e una destinazione ideale”. L’andamento della pianta che lo rappresentava (l’albero) era biunivoco e unidirezionale: le radici ben ancorate a terra, inamovibili, e il fusto svettante verso l’alto, seguendo uno sviluppo lineare, l’unico consentito.
Il postmodernismo invece non fece altro che applicare un lavoro contro la radicalità. Tutto ciò che era ben affondato ad un terreno stabile e duraturo, quasi dogmatico, venne non solo abbandonato ma rifiutato, a partire dall’Internazionale Situazionista alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, per il quale lo stato di fluidità e fluttuazione non era un processo ma il fine. Il territorio della modernità diventa uno stato di deterritorializzazione, e in questa fluttuazione la cultura appare liquida, che si compone – o decompone – di tutti i segni che facevano parte di stili ed epoche precedenti, che ora appaiono non solo decontestualizzati, ma riassemblati a piacere, per dare luogo a nuove prospettive, che rifiutano le forme a favore di un eclettismo generalizzato.
Al simbolismo della modernità, il postmodernismo ribatte con una frammentazione che fa dei segni semplici “referenti culturali”, ormai sganciati dal reale.
In un’epoca che vede entrare nella scena economica quelle che diverranno in questo secolo le nuove grandi potenze, i paesi in via di sviluppo, il progresso appare il deus ex machina sotto cui vive il modernismo. E in questa nuova posizione la “radice” del XX secolo riappare sotto la forma nuova e totalizzante della globalizzazione, che però, dal canto suo, tende ad estirpare le vecchie identità storiche puntando all’uniformità, all’appiattimento, alla nuova spinta nazionalistica.

Ecco che si giunge allo stato attuale delle cose, all’altermodernità, epoca che vede il soggetto individuale (o collettivo) assumere una nuova connotazione identitaria: egli ora è privo di ancoraggi, o ormeggi, e il movimento fa parte del suo stesso “essere” (nel senso di esistere in maniera attiva, non passiva).
Bourriaud associa a questo individuo (l’immigrato, l’esiliato, ma anche il turista e l’errante urbano) l’immagine emblematica del “radicante”, metafora della figura dominante della cultura contemporanea.
L’individuo errabondo assume le fattezze e le caratteristiche intrinseche di vegetali come l’edera, “i quali fanno crescere le radici a seconda della loro avanzata”, e trae nutrimento e appoggio dal suolo che, a seconda del suo incedere, è pronto ad accoglierlo. Pertanto è l’individuo stesso ad adattarsi allo spazio entro (o sopra) al quale esso si muove.

L’artista contemporaneo è esso stesso, in quanto figlio della propria epoca, un individuo errante, che vive nel costante dualismo tra due forze uguali ed opposte, che lo portano da un lato a sentire come necessario il legame con l’ambiente dal quale proviene, e dall’altro a voler lasciare che lo sradicamento prevalga sulle due. A metà tra l’identità (rivolgendosi a se stesso) e l’apprendimento dell’Altro. Il soggetto diventa esso stesso un “oggetto di negoziazioni”.
Questa mostra diventa, per Elisa ed Enrica, il terreno su cui si incontrano due poetiche stilisticamente differenti, ma convergenti in un tema comune. Una doppia personale “site specific” e “time specific” che concede alle due artiste di confrontarsi autonomamente, dando ampio respiro alle ricerche personali, ma da un lato le piega l’una verso l’altra, non in un semplice accostamento di opere, quanto piuttosto alla ricerca di un approccio condiviso a proposito del tema che è stato argomento di scambio degli ultimi mesi. All’interno della riflessione le due artiste hanno riversato la propria esperienza soggettiva, che è stata fondante all’ideazione dei lavori “dedicati”. Entrambe “nomadi” per vocazione, si sono ritrovate negli ultimi anni a confrontarsi con identità e culture “altre” (Enrica avendo vissuto diversi anni a Londra, Elisa facendo avanti e indietro da New York), e in questi passaggi hanno portato con sé nuove consapevolezze, grandi interrogativi e conseguentemente tentativi di risposta.

L’individuo/artista contemporaneo è in costante re-radicamento. Può tagliare la radice principale senza subire danni: l’abbandono del luogo d’origine non è mai un tradimento del punto di partenza, ma in una ipotetica scala gerarchica nella formazione di un individuo questo aspetto non è necessariamente il più importante. L’artista radicante si mette in viaggio senza avere la preoccupazione di un luogo in cui tornare. Porta con sé, e diventano parte della sua identità, i frammenti raccolti lungo questo viaggio (geografico o ideale che sia), “a condizione di trapiantarli su altri suoli e di accettare la loro permanente metamorfosi”.
In questo avanzamento costante e ininterrotto “i contatti con il suolo si riducono” e quello che prende piede è un “pensiero nomade”, e in questo continuo movimento l’artista si ritrova a farsi strada tra una distesa di segni, che elabora facendoli propri.

KAIROS – ENRICA CASENTINI (ph. Alessandra Vinci)

KAIROS – ENRICA CASENTINI (ph. Alessandra Vinci)

Nel proprio incedere il semionauta, l’essere radicante, pone nuove ramificazioni e fa nascere nuove isole di conoscenza: osservandolo con sguardo distaccato ha l’aspetto di una rete, con sottili linee di congiunzione tra punti sparsi, senza un ordine apparente. L’opera “Bindwood” (termine arcaico dell’edera – ivy – e che ne definisce il suo “aggrapparsi, essere avvinta” al legno) di Elisa Bertaglia assume le fattezze di una costellazione vegetale. Punti luminosi che fanno emergere, attraverso le trame fitte delle foglie incise, una costellazione nella costellazione. Le piccole bambine – elemento caratterizzante della poetica di Elisa – emergono attraverso piccolissimi fori che bucano le superfici carnose delle foglie intrappolate in un contenitore di luce. La visione dal basso (all’interno dello spazio buio e raccolto che accoglie l’installazione) consente di percepire tanto le venature della vitalità linfatica dei supporti vegetali, quanto i corpicini luminosi delle piccole protagoniste, sospese in un tempo in divenire che le proietta in una mappa segnica attraverso la quale ritrovare la direzione del proprio cammino.

BINDWOOD - ELISA BERTAGLIA

BINDWOOD – ELISA BERTAGLIA

Riferimenti delle artiste
ELISA BERTAGLIA www.elisabertaglia.com
ENRICA CASENTINI www.enricacasentini.com

IMMAGINE IN EVIDENZA | CARTOLINA: intervento delle artiste – Asilo Bonazzi, Arzignano.


Petra Cason Olivares, art curator

 

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Le bambine dell’altopiano – Elisa Bertaglia e Plateau Project

“Per attraversare la Colonia hai bisogno di una mappa”. Elisa prende dalla borsa un foglio piegato in quattro e lo apre davanti ai nostri occhi. Credo che neppure con quello sarei in grado di destreggiarmi tra il dedalo di corridoi vuoti che mi si para davanti. Ma a tentare l’esplorazione non sono io, ma il compagno di Maria, con la piccola Clara vestita da orsetto infilata nel marsupio e per niente infastidita dal freddo che investe anche la Colonia. Padre e figlia si incamminano lungo la rampa, mentre io ed Elisa riprendiamo la nostra chiacchierata. Elisa Bertaglia, che domani inaugurerà Plateau project, è una degli artisti che Dolomiti Contemporanee ospita nel programma estivo di residenze d’artista, attivato da un paio di mesi all’interno del nuovo “laboratorio in ambiente” intitolato Progetto Borca. Le ultime due settimane l’hanno vista all’opera con un lavoro site specific nella “capanna media” della Colonia dell’ex Villaggio Eni. Capanna che in realtà è uno stanzone con un tetto a capanna, dieci metri per dieci di pavimento, e assi di legno a coprire gran parte del cemento della muratura. Il linoleum, un tempo a venature viola e gialle, è sbiadito dalla luce entrata ininterrottamente da cinquant’anni dalle vetrate ampie, ed è ricoperto per intero da uno strato di polvere che completa la colorazione ormai virata in un grigio azzurrato.

Borca non è un luogo facile. Tra gli anni 60 e 70 Enrico Mattei e l’arch. Gellner (con l’aiuto di Carlo Scarpa) diedero vita ad un’incredibile progetto di architettura e urbanistica sociale, in una spinta paternalistica nei confronti dei dipendenti Eni, che previde la realizzazione, su un’area di 400mila metri quadrati, di un villaggio estivo comprendente 263 villette unifamiliari – immerse nel bosco che ha sostituito il ghiaione alle pendici dell’Antelao – un camping a tende fisse in legno (invaso ancora oggi di ragazzini chiassosi per tutto il periodo estivo), e il grande monumento silenzioso della Colonia. Quest’ultima è un complesso di 30mila metri quadrati composto da 17 padiglioni, 4 km di corridoi, un’immensa aulamagna vetrata con un lampadario degno di una sala da ballo surrealista, con docce, mense e dormitori, che fino agli anni ottanta ospitava contemporaneamente centinaia e centinaia di bambini, per finire poi in uno stato di completo abbandono. Questo fino a pochi mesi fa, quando la proprietà dell’imponente complesso decise di coinvolgere Dolomiti Contemporanee in un progetto di riconsiderazione dell’area, sì da trovare nuovo scopo agli stabili abbandonati ormai da troppi anni.

  • Corridoio della Colonia (foto di Sergio Casagrande)
  • Verso il bosco (foto di Sergio Casagrande)
  • L'aula magna della Colonia (foto di Sergio Casagrande)
  • La Capanna Media della Colonia (foto di Sergio Casagrande)
  • Plateau Project (foto Olivares cut)
  • Elisa Bertaglia al lavoro (foto di Sergio Casagrande)

Dolomiti Contemporanee, avvezza a instaurare dialoghi proficui tra l’ambiente dolomitico e gli spazi artificiali inattivi o giacenti in uno “stato di stupidità” (fermi lì a far nulla, vuoti senza più motivo d’essere) – come dice il suo curatore, Gianluca D’Incà Levis – non si è fatta spaventare dall’imponenza del luogo, nè dalle aspettative su ciò che potrà o non potrà diventare. Un luogo pieno di storia che fa parte del nostro Paese (l’uccisione di Mattei fu la causa principale dell’arresto dei lavori di ampliamento del Villaggio), un “case study” di architettura sociale, con un’attenzione per i materiali e le forme tale da assicurare un’armonica integrazione dei complessi edificati con la natura circostante. Eppure i tanti anni di disuso sono sfociati spesso in dibattiti sulle sorti del villaggio, e una campana suonava anche per l’abbattimento incondizionato delle strutture. Ma il cane a sei zampe (impresso su quasi ogni oggetto, all’interno della Colonia, dalle tazze alle posate alle coperte), seppure un po’ acciaccato e polveroso, difficilmente si farà cacciare via…

Il cane a sei zampe (logo ENI) su una coperta

Il cane a sei zampe (logo ENI) su una coperta

Elisa è alla Colonia dalle sette di mattina. Arriva in auto (dorme poco più in sù, in una delle villette gellneriane, la 171, dedicata alla residenza degli artisti), spalanca il grande portone d’ingresso e, aperta la porta che dà sul refettorio della Colonia, percorre alcuni minuti i corridoi semibui. Sono rampe che seguono l’andamento del terreno fuoristante, su cui posa le fondamenta la colonia, e il declivio la fa scendere di diversi metri rispetto il piano d’ingresso. Si ferma a metà della discesa, dove si apre la “capanna media”, e riprende a lavorare, ripetendo giorno dopo giorno gli stessi gesti e rispettando il preciso piano di lavoro che si è data. Rimarrà lì per dieci giorni, divide il pavimento in dieci rettangoli uguali e ogni giornata sarà dedicata alla lavorazione di uno di essi. Dalle sette di mattina alle sei di sera, cioè sfruttando tutta la luce naturale che entra con difficoltà dalle vetrate della capanna. Il bosco fuori (alberi sfuggiti al controllo dell’Uomo) è così fitto da creare una cortina. Se piove, poi, Elisa è costretta ad accendere una pila per aiutarsi a vedere meglio. Pranza lì con qualche biscotto o dei crackers (il pasto vero è la sera, quando cena nella mensa del campeggio) quasi neppure bevendo, per non dover uscire dalla colonia con il rischio di chiudersi fuori nel bosco. E’ lì da sola. E disegna.

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Capanna media, Colonia (foto archivio DC)

Fuori ci sono poco più di sei gradi, e dentro uguale. La capanna non è riscaldata e i vandali che bazzicano di notte per la Colonia abbandonata hanno rotto la finestra più alta. Oltre al vento entrano tutti i rumori del bosco. Elisa ha cinque o sei maglie addosso. Si accuccia sopra un maglione per ripararsi dal freddo del suolo e disegna. Disegna sul pavimento, sulla coltre di polvere che il tempo ha depositato, e lascia a sua volta una traccia, leggera, effimera e quasi evanescente, del suo lungo, costante e silenzioso passaggio lì. Disegna, come fosse una texture, centinaia di piccole bambine fluttuanti, rannicchiate su loro stesse, come stessero un po’ dormendo, un po’ facendo delle capriole nell’aria, un po’ nuotando. Un esile tratto a carboncino ne delinea i corpicini, per ciascuna segna i contorni del costumino da tuffatrici. E per ognuna di esse cela il capo, nascosto da una biscia, che pare avvolgerla come una morbida sciarpa. Quel prezioso, delicatissimo “mandala” di grafite è stato pensato da Elisa per non durare. Chi ci camminerà sopra un po’ alla volta lo distruggerà. Un lavoro organico – lo chiama lei – sopra lo sporco, la patina del tempo; di mimesi, perchè si scorge solo con uno sguardo attento, confondendosi tra le venature e i solchi del linoleum; che ha chiamato Plateau coniugando l’idea dell’altipiano montano a quella di “pavimento d’altitudine”, su cui ha scelto di lavorare, pianoro posto alla sommità di una delle tante rampe della Colonia; una distesa di polvere dalla quale emergono le bambine, giocose, selvatiche (la biscia come elemento che le riconduce alla loro parte più viscerale, istintiva), eco delle presenze chiassose di un tempo che abitavano per i mesi estivi quegli spazi. Ora, un’opera così integrata con lo spazio, che viene percepita come simbiotica con l’ambiente, non invasiva ma fortemente presente, non è che l’esito di quello che io considero il “vero” lavoro di Elisa Bertaglia alla Colonia: la scansione del tempo che lei ha dedicato alla realizzazione dell’opera. Quelle nove, dieci ore al giorno della sua esistenza che ha dedicato alla realizzazione dell’opera, avvolta dal silenzio più totale, nel freddo rigido di un agosto invernale, in una solitudine che non l’ha mai spaventata nè le ha mai pesato (della quale invece è andata fortemente in cerca) sono parte dell’opera stessa quanto le bambine di grafite.

Plateau Project (foto d'archivio DC)

Plateau Project (foto d’archivio DC)

Questa è la mia visione dell’opera, chiaramente, letta all’interno del contesto esperienziale di una residenza d’artista forse un po’ fuori dagli schemi; avendo conosciuto l’artista ed avendo instaurato con lei un legame empatico in un tempo brevissimo, fatto di confidenze e considerazioni profonde sul lavoro come trasmissione delle aspettative, tensioni, ricordi ed emozioni personali. Probabilmente è quello che ogni artista cerca di trasmettere, all’interno del proprio operato. Ma, chissà perchè, io l’ho capito così chiaramente solo lì, di fronte ad Elisa e alle sue bambine dell’altopiano.

******************************************************************************* info dal sito www.progettoborca.net Domenica 31 agosto, alle ore 15.30, alla capanna media della colonia dell’ex villaggio eni di borca di cadore, verrà inaugurata l’opera grafico-installativa plateau project di elisa bertaglia. L’artista ha realizzato il proprio lavoro attraverso uno dei programmi di residenza attivati per l’estate 2014 da dolomiti contemporanee con minoter per progettoborcaAppuntamento alle ore 15.00 di domenica davanti all’ufficio vendite del villaggio. 

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