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FuoriCentro. Iconografia della periferia urbana

Quando si dice che “la periferia sta nella testa” credo si intenda questo: è un modo di approcciare alla vita. Quando il de-centramento diventa un rafforzativo dello sguardo. Non necessariamente solo “ciò che è al centro”, ciò che è indiscutibilmente nell’occhio del ciclone, è buono, interessante, o degno di attenzione.

La prima periferia ha caratteristiche uniche, che forse accomuna queste aree dell’ “appena fuori” almeno in gran parte delle città d’Italia.
Nel Nord-est produttivo, dagli anni Settanta in poi, sfilano quasi senza soluzione di continuità capanni e capannoni, con annesse villette monofamiliari per piccoli imprenditori, dove il richiamo alla natura è dato non più che da una porzione di terra non più grande di un fazzoletto da naso, e l’unico albero sembra imprigionato tra grate di ferro anti-intrusione (o evasione). La periferia (urbana) ci rivela spesso la parte più vera di una città. Contiene quello che il centro, il “salotto buono”, spesso non ha voluto tra i piedi. Rappresenta ciò che viene relegato in secondo piano in un quadro ben fatto, o è il meccanismo celato di un orologio. Dove il centro storico abbraccia l’area industriale, quella è una delle zone di maggior apporto economico della città, ma spesso è un paradosso dal punto di vista paesaggistico e architettonico

CCF e Unione Collector, due realtà culturali che agiscono a Vicenza con un approccio critico e disincantato, mettono per un attimo in stand-by l’elogio a Palladio e al Palladianesimo della cittadina veneta, per rivolgere lo sguardo alla compagine – sociale, urbana – spinta fuori senza troppe remore dalla vetrina edulcorata del cuore in pietra bianca. Tutto ciò che serve ma che non vogliamo vedere.
Già materiale di indagine da parte di fotografi e critici che hanno saputo in qualche modo rileggere la bruttura di scorci di zone industriali riconoscendovi una certa “estetica dell’assurdo” – raccolto in quel geniale progetto che è l’Atlante dei Classici Padani – Fuoricentro
 ri-porta l’attenzione sulla “prima periferia” di Vicenza.
Con un accenno di voyeurismo, e un certo gusto per l’inusuale, gli occhi di quattro fotografi di fama internazionale, hanno dato vita ad un nuovo bagaglio iconografico di una zona (Vicenza Ovest) che, per ovvi motivi, non era ancora stata esplorata secondo delle finalità quantomeno documentaristiche. 

In un mese di residenza artistica, Lavinia ParlamentiRocco Rorandelli e Andrea & Magda, si sono addentrati, macchina fotografica alla mano, alla scoperta di ciò che è letteralmente fuori-centro:
 fuori dai circuiti palladiani, lontano dalle contrà del centro storico, lontano anche dalle ville poste tra la campagna e gli illeciti architettonici consentiti per legge. Cosa ne è uscito?

Scendendo due rampe di scale di Palazzo Chiericati, si finisce in un piccolo scrigno ben ristrutturato. Un discreto meandro di sale in mattoni voltate a botte, da qualche anno uno dei pochissimi (e agognati) spazi espositivi della città.
Fuoricentro ha investito questo spazio del compito di portare lo sguardo dei propri cittadini fuori dalle mura a confetto concetto di questa città bomboniera, costringendoli a farsi stupire da ciò che, appena sotto i loro occhi, non è praticamente mai stati veramente guardato.

La mostra curata da Pietro Vertamy apre con una gigantografia di un David michelangiolesco in poliuretano espanso (?) che accoglie in tutta la sua possanza i frequentatori di una delle più note discoteche del luogo. L’apoteosi del kitsch dimostra quanto, in queste aree “arricchite”, non si sia stati in grado di mettere da parte l’enunciato classico a discapito di una sincera presa di posizione.

La prima sezione espositiva è dedicata a Lavinia Parlamenti. La fotografa romana di vocazione street photographer, nel mese di residenza, ha inanellato una serie di ritratti anonimi di quella variegata umanità che partecipa alla vita quotidiana atipica di lap dance di impronta balcanica, discoteche obsolete, parcheggi semi abbandonati e luoghi-non-luoghi quali i foyer dei padiglioni fieristici.
La sua verve da Street Photographer le ha permesso di cogliere le “perle date ai porci” di un parterre di individui troppo spesso trattati alla stregua di prodotti di consumo. Ne è uscito un catalogo vivace, con una costante punta agrodolce, inconsapevolmente – per noi che guardiamo – sottolineata dall’attenta scelta cromatica, che accosta presenze umane a scorci surreali, e riesce a porre sullo stesso piano visivo la fisiognomica di una lap-dancer e una ringhiera sfondata avvinghiata ad una siepe.

Lavinia Parlamenti – Boys


Gli scatti di Rocco Rorandelli (noto soprattutto per lo splendido lavoro portato avanti con Terraproject) ci guardano dal basso in alto, spuntando in una selva di lightbox che emergono dalla penombra della sala.
Ispirato dalle teorie di Clement – che analizza l’importanza dei luoghi di risulta, quegli spazi verdi non previsti, che nulla hanno a che fare con la natura, ma che di essa conservano la capacità di riappropriazione di terreno, appena questo sfugge al controllo umano –  Rorandelli crea una spettacolare mappa di porzioni urbane, concedendoci una visione totalmente inconsueta di una città dall’alto. Non è la visione aerea a random di Google Earth, ma un dettagliato studio di pattern di impronta morrisiana, consentito da un drone guidato magistralmente, in una teoria di colmi di tetti, parcheggi a spina di pesce, orti urbani come un tetris…

La qualità altissima della stampa fotografica consente la lettura di particolari che, altrimenti, potrebbero passare inosservati. E invece è proprio la visione “rovesciata” (essendo le immagini parallele al piano di calpestio) che ci fa immedesimare nel sofisticato drone che il fotografo usa per questi “cut”, a permetterci una lettura privilegiata dell’urbe.

Rocco Rorandelli – Acciaieria Valbruna

L’ultima parte espositiva è dedicata alla ricerca di Andrea & Magda. Me li immagino vagare per la zona industriale della città su una bici elettrica con sottobraccio una scala, alla ricerca del punto di vista ideale sulle architetture industriali. E’ uno sguardo attento e tutt’altro che banale quello che ha consentito loro di interpretare paesaggi fortemente antropizzati ma dove la presenza umana è relegata al dettaglio. Appena poco più in alto del livello della strada, Andrea e Magda hanno “ritagliato” scorci di edifici che, stagliandosi contro il poco di “naturale” che è consentito dall’ambientazione, trasmettono in tutta la loro staticità l’essenza del “fuori-centro”. Il colore, anche qui, la fa da padrone. I monocromi “mat” delle facciate anonime delle fabbriche assumono un significato nuovo, contro il cielo azzurro che sembra scappato da un quadro di Canaletto…

Nel profondo Veneto
Dove il cielo è limpido
Dove il sole come te è sempre pallido.

Andrea & Magda – Dainese

 

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