Posts By petra cason

TULPENMANIE. Andiamo a cominciare.

Ancora qualche ora per sistemare qualche dettaglio e poi si comincia!
Quinta edizione di Independents, la sezione che ArtVerona Fiera ha dedicato alle realtà indipendenti che si relazionano nei confronti dell’arte contemporanea con modalità innovative, che quest’anno, come credo di avervi già raccontato ampiamente (ma mai abbastanza) è dedicata alla BOLLA (speculativa).
Ieri ho allestito il mio corner TULPENMANIE, all’interno del padiglione 11, in quel grande “open space” che è l’area degli Independents (come trovarmi? non sarà difficile, cercate un vaso di fiori verde alto un metro e mezzo!). In attesa del primo dibattito, che si terrà nel corner di olivares cut domani giovedì 9 ottobre a partire dalle 16, vi presento i miei ospiti e quello che sarà, in linea di massima, il programma del primo dei tre talk dedicati al VALORE DELL’ARTE.
Siamo in una fiera dell’arte, sarà difficile dimenticarsene, ma non aspettatevi che andremo a parlare di valore monetario dell’opera d’arte o di andamenti del mercato. Se lo faremo sarà pretesto di conversazioni più ampie, per andare ad investigare di quali altri valori è portatrice l’arte, se siamo noi, operatori della cultura, in qualche modo, diretti responsabili del ruolo che l’arte ha anche nel quotidiano.

Ecco dunque: Federica Tattoli, in doppia veste di curatrice e redattrice, contribuendo alla creazione della rivista indipendente Slurp, lavorando per PIZZA e pizzadigitale.it (per la quale seguiva la selezione degli artisti e gli editoriali d’arte) e recentemente collaborando con atpdiary.com e Fruit of the Forest Magazine. Marco Tagliafierro, curatore e redattore anch’esso, per testate quali Artforum e Flash Art, si sta dedicando negli ultimi tempi al rapporto tra arte e impresa, con sviluppi dei quali sono curiosa di sentirgli raccontare. Carlo Sala è critico e curatore presso la Fondazione Francesco Fabbri, realtà che da anni è attenta alla promozione e valorizzazione dell’arte mantenendo un costante legame con il territorio all’interno della quale va ad operare, anche attraverso premi e programmi di residenza che contribuiscono alla ricerca artistica. Martha Jiménez Rosano e Cornelia Lochmann sono curatrice, la prima, e artista, la seconda. Entrambe sono prossime all’inaugurazione a Bressanone, nella giornata del contemporaneo, di “Four centers of the world” esposizione che si inserisce nella piattaforma ‘Giovani artefici di futuro – Jugend baut Zukunft’ , nata nell’ambito del progetto d’arte Open City Museum, con l’obiettivo di incoraggiare la creatività e promuovere diverse forme di cittadinanza attiva, reale occasione di apertura della città e dei suoi spazi per l’arte e l’interazione sociale.

Assieme a tutti loro vorrò discutere se, e in che modo, l’arte contemporanea è (ancora) specchio del proprio tempo: quanto risente, in sé – nella sperimentazione che ha fatto dei linguaggi artistici – delle dinamiche sociali, e cosa, a sua volta, è in grado di restituire? Possiamo considerare, questo, valore? In che modo il ruolo del curatore (figura che sta lentamente cambiando volto, rispetto al decennio precedente) contribuisce allo sviluppo di un’arte in dialogo con il territorio?

Questi sono alcuni degli spunti da cui partiremo a dialogare, nel salotto comodo di TULPENMANIE, confidando anche nella curiosità di chi, di passaggio, vorrà contribuire al dibattito con ulteriori riflessioni o domande.
Vi aspetto quindi, domani GIOVEDì 9 OTTOBRE dalle ore 16, padiglione 11 di ArtVerona Fiera.

PS. per i patiti di INSTAGRAM. L’ashtag per le foto è #olivarescut

 

 

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Dal divano virtuale. Intervista sul VALORE DELL’ARTE a Luca Rossi

Alcuni lo amano, altri lo odiano. La sua critica schietta al mondo dell’arte buca lo schermo e infastidisce certe coscienze. É Luca Rossi.
In previsione di TULPENMANIE mi sono seduta accanto a lui sul divano virtuale del web e ho chiesto il suo parere sul VALORE DELL’ARTE. Ecco l’intervista che ne è uscita.

Petra Cason: Caro Luca, finalmente eccoci a discutere di “valore dell’arte”. So che è un tema caldo, che ti sta particolarmente a cuore. Ho preferito coinvolgerti utilizzando la modalità che ti è più congeniale, ossia discutendo con te “faccia fronte al monitor”, anziché seduti comodamente in poltrona a Verona. In quale veste prendi parte al dibattito (chi è Luca Rossi, perchè Luca Rossi)?

Luca Rossi: Il problema non è partecipare al dibattito dal vivo, ci mancherebbe, ma chiedersi quanto questo sia utile rispetto ad una conversazione che chiunque può leggere su internet (questa). Mi chiedo se abbia senso parlare ai soliti addetti ai lavori, che parlano parlano e poi non cambiano mai il loro approccio. Mi chiedo se sia (ancora) giusto partecipare gratuitamente a questi talk. Non per essere venale ma per pretendere un certo grado di professionalità (che non significa professionismo). Partecipo come Luca Rossi, e non sono certo anonimo come molti credono. In Italia, come in una grande famiglia italiana un po’ mafiosetta, gli addetti ai lavori pretendono di conoscersi tutti; devono conoscersi tutti per intessere al meglio la maglia delle pubbliche relazioni, ovvero l’unica difesa e l’unico piedistallo per la propria attività. Io invece vorrei comportarmi in modo sincero anche a costo di essere antipatico. Solo così rimarranno le persone più oneste, leali e sinceramente interessate.

PC: TULPENMANIE è il nome che ho dato al progetto che quest’anno porto nella sezione Independents di Artverona, accogliendo il tema affrontato quest’anno, quello della bolla speculativa, che ha investito senza dubbio anche l’arte contemporanea. Che rumore ha fatto, questa bolla, esplodendo?

LR: La bolla non ha fatto alcun rumore per tutti coloro che cercano ancora di perpetuare modelli, rituali e atteggiamenti che non funzionano più. E quindi la stragrande maggioranza del pubblico dell’arte contemporanea, che in Italia coincide impietosamente con gli addetti ai lavori. Scommetto che nella tua platea ci sono solo addetti ai lavori, collezionisti, loro amici e qualche persona dei settori limitrofi (design, moda, architettura, cinema, ecc).

PC: Quando è esplosa realmente secondo te e chi credi sia stato maggiormente colpito?

LR: La bolla è scoppiata nel 2009, non a caso l’anno in cui è nato del tutto spontaneamente e naturalmente il mio blog. I più colpiti sono stati i collezionisti. Nel senso che tra fine anni 90 e il 2009 sono state vendute opere bidone, ossia opere caricate arbitrariamente di valore. Nel 2010 parlai di un caso p-ART-malat. Proprio come per la Parmalat a fine anni 90, poche persone decisero il valore dei titoli arbitrariamente.
Proprio per questo bisogna oggi avere il coraggio di ripartire da zero ricercando ragioni e motivazioni dell’opera. Ed è quello che sto cercando di fare su più fronti: linguaggio, critica e un rapporto del tutto inedito con il pubblico.

PC: Credi che la crisi economica, andando a colpire nel vivo l’esasperato meccanismo di produzione di arte (troppi soldi foraggiavano troppi artisti mediocri) abbia esercitato realmente un’azione di scrematura?

LR: Sicuramente, anche se i sopravvissuti e i nuovi astri nascenti tentano oggi di perpetuare gli stessi modelli fallimentari. Possono fare questo perché non esiste un pubblico vero, e quindi un’opinione pubblica che abbia strumenti e interesse per l’arte contemporanea. Quindi gli addetti ai lavori, come oligarchi di un regime in decadenza, si ostinano a compiacersi a vicenda e a rimanere su una nave che sta affondando lentamente (musei che chiudono, pubblico distante, bassissima qualità delle opere in Italia come all’estero, ecc.). Io credo che invece l’arte contemporanea possa avere un grande potenziale.

PC: Ma i voti che tu hai dato ai sopravvissuti (lo sono, quelli di Italian Area?!) sono delle pagelle di molti “scolari somari”. Stai dando i voti a loro in quanto artisti o alla loro arte (sempre che tu non sia convinto che le due cose coincidano)?

LR: I miei voti sono diretti alla loro arte in relazione al contesto, alla storia e alle loro intenzioni. Ho preso una selezione significativa di Italian Area come pretesto esaustivo. Ma questi artisti sono soprattutto il risultato di un sistema italia che negli ultimi 20 anni non ha funzionato come doveva. Sono le vittime spesso inconsapevoli. La cosa significativa è stata che nessuno ha reagito pubblicamente ad uno scandalo di valore (i miei voti bassi), rispetto a quello che dovrebbe essere il vero patrimonio dell’arte italiana (le opere e gli artisti); allo stesso tempo ben due critici (uno giovane e uno senior) si sono indignati per il compenso alto di Germano Celant, e quindi uno scandalo ben meno grave del mio. Questa cosa è significativa per capire quanto opere e artisti siano marginali e poco rilevanti. Anche non riconoscendo autorevolezza alla mia critica, bisognerebbe prenderla sul serio dal momento che molti operatori autorevoli seguono e supportano il mio lavoro.

PC: Di quale malattia soffre l’arte contemporanea? – Io credo sia bulimia (di riti, di visibilità, di mostre, di fiere, di chiacchiere) – (è guaribile? Posologia del medicinale?)

LR: La malattia è l’ignoranza, nel senso di ignorare il reale potenziale dell’arte oggi. L’arte presiede e segue ogni altro ambito e disciplina umana. La cura sarebbe una nuova formazione per il pubblico, gli artisti e gli addetti ai lavori. È una cura che non si risolve con un workshop ma con un approccio continuativo e costante.

PC: Quando parli di valore dell’arte parli di valore in termini assoluti?

LR: Il valore è relativo a opera-contesto-intenzioni. Tale valore tende, senza mai raggiungerla, ad un’oggettività. L’argomentazione critica permette di avvicinarsi a questa oggettività, senza mai raggiungerla fortunatamente.

PC: L’integrità e l’autenticità dell’opera d’arte sono valori assoluti?

LR: Sono valori relativi, ma molto importanti.

PC: Chi stabilisce i criteri di valutazione? La critica, il pubblico, il mercato…

LR: I criteri sono molto superficiali e banali. Proprio per questo il valore dell’opera e dell’arte contemporanea, vivono una forte crisi. Una critica forte, un mercato motivato, un pubblico vero, interessato ed appassionato, potrebbero proteggere ed esaltare i valori in campo. Oggi viviamo l’anonimato della critica (non certo il mio!), un mercato immobilizzato (a parte valori sicuri di altissima fascia), un pubblico (almeno in Italia) disinteressato, lontano e abbandonato.

PC: Mi interessa capire se l’arte contemporanea è (ancora) specchio del proprio tempo: quanto risente, in sé, delle dinamiche sociali, e cosa, a sua volta, è in grado di restituire? Possiamo considerare, questo, valore?

LR: L’arte è sempre specchio del proprio tempo, ma non credo proprio che questo sia un valore se manca la consapevolezza. Ecco, alle parole novità e innovazione bisognerebbe sostituire il termine consapevolezza. Se un giovane inizia a vendere computer vintage davanti a Media World, lo deve fare con consapevolezza, diversamente si tratta di una cosa significativa, ma che, senza consapevolezza, ha un valore molto basso. Il Padiglione Italia curato da Vittorio Sgarbi nel 2011, era molto significativo, ma non credo fosse molto consapevole. Sembrava di entrare in una grande magazzino, con tanta arte accatastata e dozzinale. Era lo specchio di quello che stava succedendo ed era successo, anche nelle gallerie cool milanesi, come se portassimo in una stanza tutta l’arte transitata in una galleria in un certo periodo di tempo. Quel Padiglione dimostrava l’incapacità da parte di critica e pubblico di fare le differenze tra le cose, e quindi si tende ad imbarcare di tutto. Peccato che Sgarbi non fosse consapevole di tutto questo.

(7 ottobre 2014)

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Cavalcare l’Onda. L’appartamento relazionale di Aurora Di Mauro

A poco più di una settimana dall’inizio di ArtVerona mi trovo con Aurora Di Mauro, per un aperitivo e una conversazione informale all’ombra delle logge restaurate di fresco della basilica palladiana e di fronte a due bei bicchieri di cabernet di un rosso scintillante. Apprezzo che lei, dopo una lunga giornata di lavoro, abbia preso un treno per raggiungermi a Vicenza e parlare con me, in una sorta di anteprima al salotto di TULPENMANIE del suo particolarissimo progetto d’arte, Settima Onda. Da un po’ speravo di scambiare con lei alcune considerazioni sul tema del “valore dell’arte”, curiosa di ascoltare la sua personale declinazione e vedere, attraverso le sue parole, come sia riuscita a trasmettere la sua attitudine, all’arte. E, cogliendola ancora nelle sue vesti di museologa, appena uscita dall’ufficio, colgo l’occasione per chiederle di raccontarmi qual è lo stato delle cose. Il suo ruolo di museologa all’interno di un’istituzione pubblica qual è la Regione Veneto, non è affatto facile da svolgere oggigiorno, sia per chi dirige un museo sia per chi dalla scrivania di una pubblica amministrazione deve avere un ruolo di coordinamento. In sintesi pare emergere che, tra le fila della dirigenza storica (ma questo è, tristemente, all’ordine del giorno, in Italia), non ci sia nessuna volontà di apertura alle nuove (ormai neanche tanto più nuove) modalità di “fare” il museo: le collezioni non sono più pensabili solo ed esclusivamente come un tesoro di beni materiali da esporre sopra piedistalli e da contemplare estasiati. Le tecnologie interattive consentono di trasmettere anche un’enorme quantità di informazioni che vanno a comporre i beni immateriali, i saperi, che è impensabile trattare come materiali di secondo livello perchè non conservabili sotto formaldeide. Ma ancora niente, cara Italia: nessuna apertura per realizzare musei innovativi, al passo con i tempi. Che hanno, questi poveri musei, di che malattia soffrono? Soffrono di una cronica incapacità di gestione delle risorse – poche – a disposizione e dell’incapacità a intendersi come imprese culturali. Nei primi anni Novanta la “pillola” che lo Stato cercò di far ingurgitare ai musei statali, assicurando che – nonostante il sapore disgustoso – avrebbe risanato la situazione catastrofica in cui versavano, si chiamò “Legge Ronchey”. Posologia: 1 o 2 manager, da prendere nel direttivo museale, prima o dopo i pasti. Attenzione: creano assuefazione.

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Strategie post-boom. TULPENMANIE ad Independenst/ArtVerona

Qual è il processo per modificare (e possibilmente migliorare) lo stato delle cose? Ipotizziamo tre indispensabili fasi: la prima è la presa di coscienza del problema, la seconda è lo studio della strategia che comporti un superamento del problema, e la terza e ultima è l’applicazione della teoria alla pratica, ossia la fase esecutiva, quella che comporta un cambiamento reale. Sto sintetizzando in maniera esasperata. Ma credo che, in questo semplice schema, manchi un altrettanto semplice quanto necessario elemento: il confronto. Questo preambolo forse serve più a me, ora, che a voi ai quali vorrei spiegare il motivo per cui sarò (anche) quest’anno ad ArtVerona e che cosa, nello specifico, andrò a fare. Ma sono certa dell’utilità di questo elemento nel sistema. Il confronto, il dialogo, lo sforzo di rapportarsi con qualcun altro, che porti la riflessione che stiamo compiendo fuori dalla nostra mente, oltre le elucubrazioni che spesso si inceppano in loop, è un fattore determinante per lo sblocco di un “meccanismo difettoso”. Independents ha scelto tra le molte domande che gli sono state presentate 25 realtà indipendenti e creative che presenteranno “un progetto che ragioni sulla situazione italiana e che offra al visitatore di ArtVerona uno sguardo altro, uno sguardo nuovo, indipendente, sulla situazione nella quali tutti viviamo.”artverona2014 Io, ad ArtVerona, vado a portare una rete: la risultante, l’esito raggiunto finora, del mio lavoro (una missione) di relazione nell’ambito dell’arte contemporanea. Ambisco a far diventare la curatela la mia unica ragione di vita, ma nel frattempo, negli ultimi mesi a dir la verità, ho messo in secondo piano l’esigenza di “fare” per concedermi il tempo (il lusso!) di osservare, studiare, capire. Ho guardato attentamente come si lavora, nell’ambito curatoriale, parlando e relazionandomi con chi lo fa bene e da anni, saggiando l’esperienza altrui per apprendere quasi per osmosi: la stretta vicinanza comporta – spesso – un confronto più profondo, e talvolta implica uno “scontro tranquillo”. E’ giusto che vengano minate certe false sicurezze (la zavorra della comodità) che non contribuiscono ad un miglioramento della propria identità (professionale). Ho scelto che sia la “modalità relazionale” il mio approccio nei confronti dell’arte contemporanea e, se l’anno scorso a Independents avevo iniziato questo percorso con la “poltrona psicanalitica” del mio Take Care Corner – sprofondati nella quale si sfogavano gli artisti e i curatori che avevo come ospiti – quest’anno con TULPENMANIE, ancora più consapevolmente (perchè nel frattempo ho scoperto che ciò che io avevo fatto fin d’ora “di pancia” Obrist lo fa da decenni con metodo) ho allargato il cerchio degli inviti, ma ho stretto i legami con i miei interlocutori. Non più una sola poltrona, ma molte, un piccolo salotto per creare una dimensione informale, funzionale al confronto. Il mio sito, Olivares cut, che uso come contenitore dei miei scritti sull’arte, ha contribuito anch’esso ad aprire varchi, a intrecciare legami, approfondire conoscenze. E nel frattempo ho cominciato a scrivere anche per Artribune. E dopo mesi di chiacchierate, telefonate, viaggi in treno, residenze in quota, messaggi scritti e ricevuti, finalmente posso presentarvi quello che è la mia declinazione del tema scelto per quest’anno da Independents (la Bolla) e chi e perchè ho invitato a discuterne. Che rumore fa una bolla quando esplode? Temo che se la membrana della bolla sia stata tirata così tanto, così a lungo, da assumere l’aspetto di una leggerissima bolla di sapone, il rumore dello scoppio sia tra l’inudibile e l’irrilevante. E’ solo a distanza di tempo che si percepiscono i danni compiuti dall’implosione (più che esplosione) della bolla di un mercato economico giunto agli estremi dopo anni di rigonfiamento esasperato, partito dalla speculazione immobiliare che a domino a fatto cadere, una dopo l’altra, le roccaforti dell’economia mondiale. Lo “sboom”, come Adriana Polveroni aveva intitolato la sua pubblicazione del 2009, ha inevitabilmente coinvolto anche il mondo dell’arte contemporanea, a tutti i livelli. E adesso? E’ passato un lustro abbondante, ormai, dalla drastica inversione di tendenza che ha visto, se non un’interruzione, una notevole riduzione di esborso di denaro dedicato all’arte (sia esso proveniente da fondi pubblici o da privati ancora disposti ad investire tanto nell’acquisto di opere quanto nel finanziamento della ricerca), e si è ormai già stanchi perfino di sentir parlare di “crisi”, economica, di valori… Ad Adriana Polveroni, direttrice di Exibart ed attenta osservatrice del mondo dell’arte,  vorrò chiedere cosa è cambiato da quel 2009, al tempo del quale raccontava della controtendenza a chiudere (dopo anni in cui se ne aprivano sempre di nuovi)  i musei-gioiello, autoreferenziali delle archistar e della classe politica di tiro, ma destinati a morire perchè manchevoli di un programma di gestione d’impresa a lungo termine. Di questo avevo già cominciato a discutere con Pieremilio Ferrarese, docente presso il dipartimento di Management di Ca’ Foscari, e del paradosso che l’Italia, così ricca di beni culturali, non sia in grado di ragionare, o rivedere se stessa in chiave di “industria culturale”, tentando di riposizionare la cultura all’interno della catena del valore, capace essa stessa di produrre valore (economico). Ora che le fondazioni private hanno quasi totalmente preso il posto che era destinato al settore Pubblico, incapace di sopperire al sostenimento della ricerca (la sperimentazione anche in campo artistico necessita di essere sovvenzionata – e di questo vorrei parlarne con Virginia SommadossiProject developer e presidente di Fies Core, e Federica Tattoli, Editorial Assistant per ATP-Diary e Managing Editor per Fruit of the Forest), mi chiedo quanto l’anima “for profit” aziendale vincoli le scelte stilistiche degli artisti, piegati alle volontà della committenza che paga loro il (giusto) fee. Vorrò sentire che ne pensano in proposito Aurora Di Mauro, con una grande esperienza in materia di gestione dei musei (per la Regione Veneto) e creatrice di “Settima Onda”, personale progetto domestico/espositivo, Carlo Sala, critico e curatore presso la Fondazione Francesco Fabbri, e Valentina Bernabei, giornalista free lance, autrice del blog “parole D arte” e communication strategist del progetto “Sogni nei cassetti” del Laboratorio di Management dell’Arte e della Cultura di Ca’ Foscari. La fantomatica “crisi” dovrebbe aver portato di buono un’inevitabile scrematura, anche nel mondo dell’arte contemporanea. La razionalizzazione delle risorse economiche ha veramente bloccato lo sperpero di risorse, e le poche rimaste sono realmente ricadute a favore di una qualità più mirata, tanto di proposta artistica quanto di fruizione di pubblico, o è rimasta un’utopia nelle parole di Pierluigi Sacco, quando ipotizzava che il futuro dell’arte contemporanea, nel post-boom, fosse in linea con l’evoluzione della società post-industriale? L’arte dovrebbe essere in grado di mantenere un ruolo sociale reale, non piegandosi alle esigenze di mercato e alle voglie della committenza, ma consapevolizzarsi e guardare all’essenziale. Ma il ruolo degli artisti è doppiamente complesso perchè, per Sacco, è loro la responsabilità di condurre il pubblico (e quindi il mercato) verso una consapevolezza di ciò che stanno per fruire. Di questo vorrò confrontarmi con figure come Anna Quinz (Managing Editor e Creative Director di Franzmagazine) ascoltando il suo punto di vista sulla cultura come “fatto sociale”, in grado di migliorare la qualità della vita agendo sul luogo in cui si vive da protagonisti e non da spettatori, e con Giulia Galvan (dance dramaturge and curator), da tempo coinvolta in un progetto di sensibilizzazione (del pubblico/cittadino) all’ambito territoriale attraverso l’uso dell’arte come mezzo e non come fine. Vorrò confrontarmi con curatori come Marco Tagliafierro e Silvia Petronici, cercando di analizzare assieme a loro in che modo sia, in questi ultimi anni, cambiato sensibilmente o meno l’approccio del pubblico nei confronti dell’arte contemporanea, e quanto in questo incida l’artista e quanto il curatore. Vorrò chiedere a Mirko Baricchi (artista) quanto sia necessario per l’artista essere manager oculato e promoter di se stesso. Chiederò dunque, agli artisti (loro, veri protagonisti del mondo dell’arte contemporanea) che vorranno intervenire, se sentono il peso della responsabilità, nei confronti del pubblico, che li investe l’essere portatori di “valore”. Il “pubblico estemporaneo” di ArtVerona, gli artisti in particolare, saranno invitati a partecipare ai dibattiti attraverso una call.
In questi giorni, inoltre usciranno alcune interviste, sempre sul tema del VALORE DELL’ARTE, a figure professionali gravitanti nel mondo dell’arte contemporanea.

Il programma di TULPENMANIE si svilupperà con il seguente calendario (in via di definizione)

  • GIOVEDì 9 OTTOBRE h. 16.00 – 17.30
    La sperimentazione dei linguaggi artistici e l’influenza esercitata dalla moda e da altri fattori sociali. / Il ruolo del curatore: come è cambiato negli ultimi anni?
    Ospiti: Federica Tattoli, Carlo Sala, Marco Tagliafierro, Martha Jiménez Rosano, Cornelia Lochmann.
  • VENERDì 10 OTTOBRE h. 16.00 – 17.30
    L’industria culturale dell’arte. Cosa crea valore? / La situazione museale e il valore degli spazi anticonvenzionali. / Il rapporto pubblico/privato nella gestione dei fondi alla cultura.
    Ospiti: Aurora Di Mauro, Pieremilio Ferrarese, Valentina Bernabei, Adriana Polveroni.
  • SABATO 11 OTTOBRE h. 16.00 – 17.30
    Il valore sociale e relazionale dell’arte. / Il valore della ricerca in ambito artistico. / Il ruolo dell’artista in una prospettiva di responsabilizzazione del pubblico.
    Ospiti: Anna Quinz, Virginia Sommadossi, Giulia Galvan, Mirko Baricchi, Silvia Petronici. 

I dibattiti sono aperti al pubblico.Per intervenire come ospite ai dibattiti scrivetemi a petra@olivarescut.it.
Trovate TULPENMANIE ad ArtVerona > Fiera di Verona, padiglione 11 (al centro, sulla sinistra)

Un ringraziamento a LagoStore, sponsor tecnico di TULPENMANIE. A Leonardo Onetti Muda, per l’immagine di Tulpenmanie (Uncut, 2014). A Alessandro Giacomelli, per la grafica.

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APPARIZIONI CREATIVE- BOLZANO SI PREPARA PER ROSENGARTEN FESTA

Un condensed di questo articolo è apparso su Artribune il 5.09.2014

Immaginate di avere davanti a voi il genio della lampada: sareste in grado di esprimere, in una sola volta, i vostri desideri? E altrettanto pronti nel vederveli comparire di fronte?
Rosengarten Festa quest’anno fa le veci del ‘genio’, e farà apparire, davanti agli occhi di una Bolzano curiosa, i desideri e le istanze di una cittadinanza attiva e propositiva.

Per APPARIZIONI | ERSCHEINUNGEN Franzmagazine, promotore del progetto, ha chiamato all’appello le realtà creative che gravitano nella zona ibrida (un melting pot di attività diverse, che portano avanti valori condivisi) quale è Rosengarten, chiedendo loro di dialogare con chi quell’angolo di città lo vive quotidianamente: le necessità e i (bi)sogni sono stati messi a nudo e, su quelli, una compagine di artisti e architetti invitanti alla Residency di maggio, ha lavorato a creare delle “visioni di mondi im-possibili”, a partire dai cortili nascosti dei condomini, gli spazi sfitti che ritmano le strade, i luoghi di confine che delimitano, spesso solo idealmente, una zona da un’altra.

Queste le “menti pensanti del collettivo estemporaneo: Roberto Tubaro, architetto (Bolzano), Carla Cardinaletti, artista (Bolzano), Lisa Castellani, artista (Vicenza), Luca Bertoldi, artista e ricercatore (Trento), Claudia Raisi, architetto (Milano), Campomarzio, collettivo di architettura e progettazione (Trento), Scaf.Scaf, artista (Bolzano/Albania). A guidare e indirizzare i lavori, Eleonora Odorizzi, architetto del collettivo trentino minove.

Ed ecco quindi l’apparizione: all’imbrunire, sui palazzi di Rosengarten, compariranno come in un gigantesco caleidoscopio, immagini che proporranno una rilettura di questi contesti urbani sopiti, per stimolare una riflessione critica sul “ciò che potrebbe essere”, ma ancora non è. 

Anche altre apparizioni popoleranno via Latemar che domani ospiterà la Festa dalle 18 fino alle 24: a fianco di attività satellite, 
5 I.point mostreranno al pubblico altrettanti progetti, in stato embrionale, nati proprio ascoltando le necessità del quartiere, primo fra tutti il bisogno di sopperire alla mancanza di uno spazio pubblico di aggregazione e socializzazione: allora ecco spuntare PLAYGROUND ROSENGARTEN, un parcogiochi pop-up, facile da aprire e spostare (Scaf.Scaf)BACKYARD PARTY KIT, un kit per realizzare la propria festa di condominio (D. Klotz)ROSENFINDER, un portale web che identifichi le realtà (commerciali, aziendali) del quartiere in base alle risorse che offrono (pixxelfactory)LISTENING_SOUND_LEARNING, un cinema “sensibile” di quartiere, che aggreghi udenti e non udenti (Elternverband hörgeschädigter Kinder)YOUR PUBLIC PLACE, un’azione partecipativa, da realizzare il 18 settembre, per contrastare l’assenza di panchine o sedute pubbliche, alla quale la cittadinanza è invitata (W13 designkultur).

Band e dj ritmeranno Rosengarten Festa per tutta la durata dell’evento.

Un grande in bocca al lupo a Franzmagazine, che lì so da giorni a naso in sù a scrutare le nubi, alla ricerca di un po’ di sole!

 

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