Intrecciare Legami

Il 9 luglio di un anno fa cadeva di lunedì. E nella calura estiva, mentre io percorrevo la A4 per raggiungere Forte Marghera, il mio compagno di una vita svuotava casa nostra dalle sue cose.

Negli ultimi mesi alcune cose sono cambiate moltissimo, altre affatto. Comunque credo che quel giorno non avrei potuto fare nient’altro. L’arte, in più di un’occasione, mi ha salvato dalla disperazione.

Un anno fa, dunque, andavo a raggiungere (la mia era una fuga da qualcosa, più che un viaggio verso qualcosa) Andrea Penzo e Cristina Fiore alla prima delle tre conferenze da loro curate nell’ambito del progetto Ecology of Mind, riflessioni sul pensiero filosofico dell’antropologo britannico Gregory Bateson. Prima parte di un lavoro costituito di tre fasi, che avrebbe dato vita, a novembre, ad una collettiva dal titolo Punti di Ancoraggio, e successivamente a un testo (omonimo, e fresco di stampa) riassuntivo delle elaborazioni di un anno di riflessioni e scambi di considerazioni tra loro, in veste di curatori, e i giovani artisti invitati ad interfacciarsi con gli scritti e le teorie batesoniane.

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JUICE – un succo che sa di vernice

IL COMPITO ATTUALE DELL’ARTE È DI INTRODURRE CAOS NELL’ORDINE”

Quello che state per vedere è un paradosso. Non è una mostra. È un condensato di storia.
Un’arte, quella dei writers, che fin dai suoi esordi prevedeva come unico scenario l’outside e come supporto qualsiasi cosa fosse il più distante possibile da un supporto tradizionale, fatica a sentirsi a suo agio tra le quattro mura bianche di una galleria…

Ma, anche se non è la stessa cosa, è proprio perché non tutti hanno avuto, o avranno la fortuna di uscire per strada e incontrare pezzi magistrali – sui muri di cinta di fabbriche dismesse, inerpicandosi su cavalcavia o sfidando il pericolo attraversando sottopassaggi ferroviari – che una esposizione simile acquisisce valore. JUICE, raccontando una delle possibili storie, è questo che cerca di fare: riconoscere la street art come un’arte ancora viva, sorprendentemente mutevole, mostrare quale fu il suo punto di partenza e dimostrare come ogni artista, viaggiando su un personalissimo binario, abbia saputo interpretare e piegare quest’arte alle proprie volontà, rendendola più che mai contemporanea.

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JUICE – UN SUCCO CHE SA DI VERNICE

“IL COMPITO ATTUALE DELL’ARTE È DI INTRODURRE CAOS NELL’ORDINE”

Quello che state per vedere è un paradosso. Non è una mostra. È un condensato di storia.
Un’arte, quella dei writers, che fin dai suoi esordi prevedeva come unico scenario l’outside e come supporto qualsiasi cosa fosse il più distante possibile da un supporto tradizionale, fatica a sentirsi a suo agio tra le quattro mura bianche di una galleria…
Ma, anche se non è la stessa cosa, è proprio perché non tutti hanno avuto, o avranno la fortuna di uscire per strada e incontrare pezzi magistrali – sui muri di cinta di fabbriche dismesse, inerpicandosi su cavalcavia o sfidando il pericolo attraversando sottopassaggi ferroviari – che una esposizione simile acquisisce valore. JUICE è questo che cerca di fare: riconoscere la street art come un’arte ancora viva, sorprendentemente mutevole, mostrare quale fu il suo punto di partenza e dimostrare come ogni artista, viaggiando su un personalissimo binario, abbia saputo interpretare e piegare quest’arte alle proprie volontà, rendendola più che mai contemporanea.

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L’arte a volte (è) sporca

Quando si inizia con l’allestimento di una nuova mostra si devono tenere conto di parecchie variabili: in primis le dimensioni dello spazio, poi la disposizione dello stesso; bisogna prestare attenzione a quello che sarà il percorso espositivo, dov’è situata l’entrata e se quella sarà coincidente con l’uscita; se c’è bisogno di utilizzare segnali o escamotage più sottili per far sì che il visitatore vada esattamente dove tu vuoi che vada, o prendere possesso della consapevolezza che girerà comunque in modo sconclusionato per la mostra anche se ti sarai premurato di marcare il territorio con scie luminose lungo tutto il cammino. Fare caso all’illuminazione che dovrà essere utilizzata, che sia della giusta intensità, alla giusta distanza, che non dia fastidio allo spettatore e che non provochi danni col calore a quelli che sono gli “oggetti del contendere”, ai quali dedicherai maggiormente la tua attenzione: le opere.
Tutte le cose appena dette non avrebbero alcun senso se non fossero messe in stretta relazione con le opere e viceversa: è il “loro” rapporto con lo spazio che ci deve preoccupare, il “loro” rapporto con lo spettatore che ci costringe a riflettere sulla disposizione di ogni singolo pezzo nello spazio.
Io, per cominciare, uso questo metodo: scelgo i due, tre (improbabile averne di più, a volte) “masterpieces” e, studiato accuratamente lo spazio espositivo e tutti gli annessi e connessi, trovo loro la giusta dimora. Dopodichè avviene una sorta di giustapposizione, come se l’allestimento fosse la versione artistica del tetris, di tutti gli altri lavori di cui dispongo.
Ma cosa succede quando, a mostra avviata, ad inaugurazione raffreddata, ben lungi dall’essere vicini alla data del finissage, improvvisamente uno di questi pezzi forti, pilastri del lavoro curatoriale (per un motivo che possiamo riassumere con la famosa formula “cause di forza maggiore”) deve essere rimosso? Decade il valore di un intero lavoro? Si dovrebbe rivedere l’intero progetto espositivo? Si tenta di mascherare il buco con qualcosa di ripiego o piuttosto si lascia che il vuoto acquisisca il valore di antisimulacro dell’opera stessa?
I Fratelli Calgaro, con l’Arte sporca, mi suggeriscono una delle soluzioni possibili. A mio parere l’unica che, a questo punto, abbia veramente un senso.

L’arte sporca, Fratelli Calgaro

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